di Vera Cuzzocrea*

È stata assolta con formula piena la mamma napoletana sospettata di aver avvelenato le due figlie. Siamo nel 2015 e la più piccola ha tre mesi quando viene portata al pronto soccorso. Sembrerebbe epilessia, dicono i medici. Passano due mesi, nuova corsa in ospedale, la piccola ora è in coma: nel suo sangue vengono trovati dei residui di farmaci, tra cui antiepilettici. La situazione viene segnalata dai medici al Tribunale per i minorenni competente.

Dopo meno di un anno simile sorte per l’altra figlia di tre anni, trasportata d’urgenza in un’altra città per una violenta crisi respiratoria. Farmaci anche nel suo corpo. Una volta curate vengono entrambe messe in protezione lontano dalla casa familiare, a causa di un sospetto maltrattamento e la responsabilità genitoriale viene messa in discussione per entrambi: la mamma per aver avvelenato le figlie e il papà perché non sarebbe stato in grado di proteggerle dall’azione abusante della moglie.

Poi nel 2017 arriva la condanna della donna. La traiettoria di senso che avrebbe orientato i magistrati verso un giudizio di colpevolezza sarebbe una presunta sindrome psichiatrica attualmente definita dal DSM 5 “Disturbo fittizio provocato ad altri” (più noto come Sindrome di Munchausen); si tratta di un disturbo, molto difficile da diagnosticare, che indurrebbe una persona (solitamente la madre) a far credere un’altra (in questo caso le figlie) come malata (o ferita) attraverso la falsificazione di segni o sintomi fisici o psicologici o l’induzione di un infortunio per calamitare l’attenzione su di sé.

A seguire l’esperienza carceraria, caratterizzata da un tentativo di linciaggio da parte delle altre detenute (com’è tipico per alcune tipologie di delitti considerati infamanti, come quelli contro i bambini), una famiglia sfaldata e tanto dolore. Ma anche la determinazione nel capire, nel riunire, nel trovare altre traiettorie di senso possibili che possano difendere questa mamma da un’accusa tanto grave restituendole dignità come persona ma prima ancora come genitore.

E oggi arriva l’assoluzione “per non aver commesso il fatto”, prima in un tribunale e poi nell’altro. Una nuova perizia scagiona la signora: nessun disturbo, nessun reato a danno delle figlie che invece avrebbero una mutazione genetica che impedisce loro di espellere dal corpo in modo corretto i principi attivi dei medicinali. Ecco, ad esempio, il perché degli antiepilettici ancora nel sangue della più piccola al momento del secondo ricovero.

La signora, da maltrattante, diverrebbe quindi vittima delle conseguenze di quel primo sospetto. Per un sistema giudiziario forse troppo orientato in un’ottica verificazionista, contrariamente all’approccio suggerito dalla letteratura internazionale, nelle ipotesi di child abuse, che dovrebbe appunto essere teso a falsificare ogni elemento/prova al fine di costruire un’impalcatura investigativa solida e confutabile. Condivisibile l’intervento di protezione del tribunale minorile, che però a oggi dovrebbe modificare le sue valutazioni a partire dalla considerazione dei danni subiti, psicologici e relazionali.

È infatti questa una storia complessa, di rischi percepiti ed esiti a impatto multiplo. Sulla signora, rispetto allo stato di detenzione subito, già patologico e dannoso di per sé, e rispetto al suo ruolo di mamma; sulle figlie private del diritto di vivere presso la loro casa con i loro genitori; su un uomo che ha perso moglie e figlie, su un intero sistema sociale. Anche lo Stato può considerarsi una vittima in tal senso. Per i costi dei due processi penali, per il procedimento attivato presso il Tribunale per i minorenni, per il collocamento delle bambine e della permanenza in carcere della mamma.

Ecco, questa vicenda è durata tre anni e ha sfaldato una famiglia, ponendo ognuno distante dall’altro e posizionato, non per scelta, in tre luoghi diversi (casa, carcere e struttura protetta), emblematica rappresentazione del danno prodotto a livello individuale e collettivo. Tante le domande da considerare che ci dovrebbero orientare e su cui ci interessa riflettere in questa sede.

Come spiegare alle bambine cosa è accaduto? Come supportare questa famiglia a ristrutturarsi? Quando verrà “restituita” ai due genitori la possibilità di crescere le proprie figlie? E quando accadrà, verranno accolti adeguatamente i tempi e i vissuti e le attuali abitudini di queste bambine? E infine, chi possiamo considerare responsabile di questo processo riparativo ri-orientato a restituire benessere a questo nucleo familiare? Forse nessuno, forse tutti noi.

*psicologa e psicoterapeuta

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