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Italy

Attacco ai militari italiani, Kirkuk città contesa: gli appetiti per i pozzi e i colpi di coda dell’Isis

Kirkuk è una città difficile, contesa, cuore di ambizioni contrastanti e tensioni irrisolte. Non è affatto strano che proprio qui le truppe italiane — parte del contingente internazionale di sostegno e addestramento sia ai Peshmerga curdi che all’esercito nazionale iracheno dispiegato nella regione con modalità e obbiettivi diversi nel tempo da dopo la guerra del 2003 — siano prese di mira. In attesa dei risultati dell’inchiesta, la prima pista che viene in mente per individuare i responsabili è quella dell’Isis, o almeno di ciò che resta delle sue cellule combattenti dopo le sconfitte subite negli ultimi tre anni nelle sue roccaforti tra Iraq e Siria e l’uccisione dello stesso Califfo Al Bagdadi il 26 ottobre.

Se ne era già parlato tre giorni fa, quando 17 razzi Katiuscia avevano colpito una base nei pressi di Mosul dove sono acquartierati alcuni contingenti delle forze speciali irachene assieme agli addestratori americani. Sembra che i tiri partissero dalla zona urbana di Mosul: non hanno provocato vittime. Eppure, si è trattato dell’azione più seria dalla disfatta dell’Isis a Mosul, e in effetti dalla sua ritirata generale dall’Iraq, nell’estate del 2017. La spiegazione? «Con lo scoppio delle rivolte popolari in tutto il Paese contro il governo del premier Adel Abdul Mahdi, le forze di sicurezza irachene sono costrette ad abbandonare la sorveglianza anti-Isis per controllare le piazze. Ovvio che le cellule del Califfato hanno così spazio e opportunità per rialzare la testa», notavano già la sera del 8 novembre i commentatori locali ripresi dai media americani. Il ragionamento appare sensato.

Da oltre un mese l’Iraq è gravemente destabilizzato. I rivoltosi chiedono pane, lavoro, ma soprattutto denunciano la corruzione endemica negli apparati dello Stato e vorrebbero la sostituzione della classe politica. Un movimento che ha assonanze con le attuali sommosse in Libano. Però i bilanci di sangue in Iraq sono molto più pesanti. Mahdi inizialmente ha reagito col pugno di ferro. Poi si è aperto a trattare offrendo riforme. Ma la piazza chiede la sua testa. La polizia ha quindi ripreso a sparare sule persone. I morti superano quota 300, migliaia i feriti. Le grandi città, specie del centro-sud, sono paralizzate. Non è strano che le cellule dell’Isis possano agire con maggior facilità nel caos, approfittando comunque del malcontento sunnita contro gli apparati dello Stato dominati dalla maggioranza sciita sin dalla caduta di Saddam. Gli attentati sono così in crescita.

Lo scenario di Mosul appare molto simile a quello di Kirkuk. Due poli petroliferi centrali dell’Iraq settentrionale, contesi sin dal tempo delle mire coloniali inglesi, francesi e della nuova Turchia ricavata dalle ceneri dell’Impero Ottomano dopo la fine della Grande Guerra. Non a caso oggi il presidente Erdogan si fa paladino della minoranza turcomanna per riguadagnare influenza sulla regione. Ma, in particolare, fu Saddam Hussein negli anni Ottanta e Novanta a fare la guerra ai curdi a suon di trasferimenti forzati di centinaia di migliaia di arabi sunniti a Kirkuk, allontanando i curdi a nord del governatorato. Dopo i conflitti del 1991 e soprattutto del 2003 i curdi ripresero però il controllo di Kirkuk e dei pozzi. Vantaggio che rafforzarono dopo il loro intervento, garantito dagli americani, contro l’Isis vittorioso a Mosul nel giugno 2014. Ma la scelta curda di indire un referendum per la totale indipendenza da Bagdad il 15 settembre 2017 fu il classico passo più lungo della gamba. L’esercito iracheno reagì con durezza, riprese Kirkuk con le armi, i curdi si divisero tra loro e vennero internazionalmente criticati anche dagli alleati più fedeli, tra cui l’Italia. La regione curda ne risultò gravemente indebolita, isolata. Oggi la città conta circa 900 mila abitanti, in maggioranza arabi-sunniti, l’esercito iracheno sta nel centro, nelle periferie, controlla i poli petroliferi.

E nei villaggi tutto attorno sono nascosti numerosi jihadisti pronti a colpire.

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