Italy

Chi sono i “superimmuni” che hanno il doppio degli anticorpi contro il coronavirus

Se la metropoli cinese di Wuhan è stata la “culla” in cui sono emersi i primissimi focolai di COVID-19, il piccolo comune di Vo' in provincia di Padova (assieme a Codogno, in Lombardia) ha mostrato che la minaccia del coronavirus SARS-CoV-2 era concreta per tutto il mondo. Questo paesino di 3.200 anime sui Colli Euganei è stato infatti teatro di uno dei primi due focolai in Occidente, oltre ad essere la terra natale dell'operaio Adriano Trevisan, la prima vittima occidentale della pandemia (morì il 21 febbraio del 2020). Il piccolo comune entrò in lockdown giorni prima dell'Italia intera e, nel corso dei mesi successivi, la sua popolazione è stata coinvolta in diversi studi che hanno permesso agli scienziati di conoscere più a fondo la minaccia rappresentata dal nuovo coronavirus. Una nuova indagine, ancora in corso, ha rilevato che a Vo' è presente un numero significativo di cosiddetti “superimmuni”, ovvero con una concentrazione insolitamente elevata di anticorpi neutralizzanti. Il dato più interessante è legato al fatto che sono stati identificati a mesi di distanza dalle prime infezioni, tenendo presente che il numero di anticorpi dovrebbe scemare nel corso del tempo.

Lo studio, condotto in collaborazione tra scienziati del Dipartimento di Medicina Molecolare dell'Università di Padova e dell'Imperial College COVID-19 Response Team di Londra, ha rilevato che 129 persone tra quelle testate avevano anticorpi a 9-10 mesi di distanza dall'epidemia iniziale, come riportato da NBC News che ha intervistato alcuni autori della ricerca e residenti di Vo'. Tra queste persone, in 16 avevano addirittura il doppio degli anticorpi che erano stati rilevati nel mese di maggio. I ricercatori ipotizzano che questi superimmuni abbiano avuto un incremento significativo delle immunoglobuline neutralizzanti (IgG) a seguito di una nuova esposizione al coronavirus SARS-CoV-2. “Pensiamo sia perché hanno avuto un contatto con un positivo dopo maggio”, ha dichiarato al Times il professor Enrico Lavezzo, microbiologo dell'Università di Padova . “Il virus è entrato nel loro organismo, ha infettato alcune cellule ma è stato rapidamente eliminato dagli anticorpi che avevano già. Ma è successo qualcos'altro: il virus ha stimolato la produzione di ancora più anticorpi. Nessuno ha sperimentato alcun sintomo”, ha aggiunto lo scienziato. “Molti virus stimolano l'ulteriore produzione di anticorpi quando c'è un contatto. Quello che abbiamo visto qui con COVID è che un contatto può più che raddoppiare gli anticorpi che hai già e questo estende davvero il tempo in cui sei protetto”, ha concluso il professor Lavezzo.

Tra i superimmuni c'è la signora Laura Bezzon, una sessantottenne di Vo' Euganeo intervistata da NBC News. “Non so perché ho tutti questi anticorpi, ma sono un'ancora di salvezza per me. Mi fanno sentire al sicuro anche se non ho ancora ricevuto il vaccino”, ha affermato la donna. Gli scienziati italiani e britannici stanno raccogliendo campioni biologici dai superimmuni per condurre anche indagini genetiche, per capire se possa esserci una chiave nel loro DNA che li stia aiutando a “tenere a bada” il coronavirus SARS-CoV-2. Nello studio “Suppression of a SARS-CoV-2 outbreak in the Italian municipality of Vo'” pubblicato su Nature alla fine di giugno 2020 dallo stesso team di ricerca italo-britannico, fu determinato che gli screening di massa, l'isolamento dei positivi e dei contatti stretti e altre misure restrittive sono fondamentali per contenere la diffusione del patogeno pandemico; la speranza è che anche i nuovi studi condotti nel piccolo paese veneto possano portare a nuove scoperte significative nella lotta alla pandemia.

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