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Corrado Formigli: «Raccontiamo cose che non racconta nessuno»

Per molti italiani la pandemia è iniziata davvero la sera del 5 marzo. Quella sera Piazzapulita mandò in onda un servizio che ancora oggi è difficile da guardare, il primo reportage dentro le terapie intensive travolte dal CoVid. Alessio Lasta era entrato nell’ospedale di Cremona, fu la prima volta che percepimmo la grandezza dell’onda che ci stava venendo addosso. È da qui che parte la discussione con Corrado Formigli, che conduce Piazzapulita da nove anni e ne ha fatto un oggetto diverso dal resto dei talk show di pura conversazione.

Gli unici ad andare in Siria quando l’Isis era il parametro di ogni nostra paura collettiva, i primi a capire come raccontare il male fisico delle rianimazioni in pandemia. Sono immagini che ormai abbiamo digerito, metabolizzato, sono nel nostro sistema, parte delle cose che sappiamo sulla forma del mondo com’è oggi. Ma a marzo no, a marzo era un’altra storia.

Come nacque quel servizio? Fu lei a commissionarlo o Alessio Lasta a proporlo?
«Alessio Lasta ha avuto l’idea di realizzarlo in quell’ospedale, a noi premeva mostrare la situazione delle terapie intensive in Lombardia. A monte c’era il ragionamento su come raccontare le zone rosse, cioè penetrare in aree che in quel momento erano formalmente vietate ai giornalisti ma che erano il cuore della pandemia. Zone rosse non erano solo Codogno o Vo’ Euganeo, ma tutti gli ospedali. Le autorità avevano dato il segnale che non si potevano oltrepassare, le aziende editoriali raccomandavano di non entrare negli ospedali, ma il giornalismo deve raccontare quello, le zone rosse».

Come vi siete organizzati? Eravamo in un territorio completamente nuovo.
«C’era il problema dei dispositivi di protezione, era difficile procurarseli. Ma un giornalista di Piazzapulita deve fare qualcosa in più. Gli ho detto: mettiti una tuta biologica, i guanti, la mascherina e vai. Abbiamo affidato il telefono agli operatori sanitari per le zone dove non si poteva proprio entrare. Siamo entrati lì proprio su una loro invocazione, volevano che capissimo».

Aveva paura per Lasta?
«I nostri inviati sono esperti, Alessio è tra i più esperti che abbiamo, i nostri giornalisti sono adulti e sanno quello che fanno. Stava anche passando un’idea anti-scientifica che fosse come entrare a Chernobyl, che passare quella linea significasse necessariamente contagiarsi. Era anche un messaggio contro il panico generale: si possono seguire le regole e non ci si infetta».

Tema delicato: «Il circo dei virologi». La competenza in Tv serve, ma va guidata. Lei che regole si è dato?
«Scienziati con un curriculum forte, indipendenti dalla politica, che non avessero cambiato idea troppe volte. Partiamo da un principio: la competenza non deve essere iper televisiva. Ci sono scienziati che sono ottimi comunicatori, altri più imbranati. Una pausa, un’incertezza non è nociva, rende più vero lo scienziato. Trovo sia ingeneroso prendersela con la proliferazione dei virologi in Tv, sono stati i primi a cercare di capire, i primi a non sapere niente di una cosa nuova per tutti. Tutti abbiamo fatto un percorso per comprendere insieme certi temi e capire come comunicarli».

A Crisanti è scappata una dichiarazione improvvida sul vaccino.
«È stata enfatizzata un’uscita che rasentava la banalità. Andrea Crisanti è un bravissimo scienziato, in questo caso ha fatto un’affermazione che dal punto di vista comunicativo è rischiosa, perché il mondo dei no-vax non aspetta altro che dichiarazioni del genere».

Formigli, lei che tipo di capo è?
«Mai considerato un conduttore inviato, non ho mai smesso di considerarmi un inviato. Ho documentato la guerra all’Isis facendo follie, girando nei weekend tra una puntata e l’altra a Raqqa, Mosul, Kobane. Voglio che chi lavora con me mi senta uno di loro. Credo nei valori condivisi del gruppo. Il lavoro in Tv è precario, la leva economica vale meno di prima».

Ci sono meno soldi?
«Prima c’erano molti più soldi, certo. Oggi la crisi economica tocca anche la Tv, non ci sono i contratti di un tempo. Oggi per tenere la squadra insieme serve una mission forte, dire chiaramente che non diventeranno ricchi qui, non saranno assunti a tempo indeterminato, ma potranno realizzare i propri sogni, andare nei luoghi, fare gli inviati».

Le piace insegnare il mestiere?
«Mi diverto molto a insegnare ai ragazzi, non mi possono raccontare frottole se non portano a casa il pezzo. Più che a raccontare le cose, li invito a provare a essere quelle cose, a immedesimarsi, più che raccontare chi è un profugo, provare a vivere come lui. È la differenza tra un pezzo e un buon pezzo».

Come le sembrano i giornalisti italiani under 30?
«È una generazione formidabile. Sanno lavorare contemporaneamente a più cose, usare la tecnologia per velocizzare i processi. In Italia c’è un grandissimo patrimonio talento nei giovani giornalisti. Questo è un ambiente complesso, devono superare tante difficoltà, sono precari, pagati poco, hanno sviluppato enormi capacità di adattamento. È una generazione straordinaria, che va tolta dai desk e mandata sul campo. Per Piazza Pulita sono orgoglioso sia dell’età media bassa che dell’assortimento tra donne e uomini in redazione».

È ancora una buona idea mettersi in testa di fare il giornalista?
«Ho tre figli e mi piacerebbe che uno diventasse giornalista. Vorrei che provassero le stesse passioni, è il mestiere più bello del mondo, perché cambia sempre e mette in gioco i valori profondi in cui crediamo, ha ancora un côté di missione di civile. Come i medici e gli scienziati, anche noi possiamo curare il mondo, renderlo migliore. La scienza ci salverà la vita, ma l’informazione appartiene a tutti, è un bene pubblico e con la pandemia lo abbiamo capito benissimo. E poi è un lavoro divertente».

Qualcuno dei suoi figli le dà l’idea di poter seguire la sua strada?
«Una ha quasi vent’anni e studia relazioni internazionali, non mi sembra interessata. Gli altri sono piccoli. Mi sembrano dominati da un anti-padre, dicono che non vogliono fare i giornalisti perché lo faccio io, ma è normale».

Chi sono stati i suoi maestri?
«Due nomi, Vittorio Zucconi e Giampaolo Pansa. Per la curiosità che avevano e per la capacità di scrittura. Vittorio era un immaginifico, si preoccupava per chi leggeva, sapeva intrattenere, nel senso positivo del termine. Pansa ha avuto tanti nemici, soprattutto nell’ultima fase, ma è stato straordinariamente indipendente, non rispondeva a nessuno se non a se stesso. Per questo non è mai stato direttore e anche questo me lo rende particolarmente caro».

L’immaginazione conta in questo mestiere?
«Sì, perché dobbiamo riempire gli spazi vuoti. Raccontare ciò che vediamo e interpretare ciò che non vediamo, immaginare ciò che non ci viene mostrato. Nella scrittura l’immaginazione è tutto, dobbiamo saper trovare il modo di raccontare suggestioni, emozioni, toccare certe corde. Dico sempre ai miei che il punto non è essere oggettivi, ma raccontare emozioni. Un reportage è un quadro impressionistico di come noi vediamo la realtà. Mettere soggettività in un pezzo non è sbagliato, basta dichiararlo, non far passare come oggettivo qualcosa che è soggettivo».

Parlare ai ventenni è la grande sfida del giornalismo contemporaneo: voi come l’affrontate?
«È il motivo per cui facciamo tanti reportage, mischiando due piani diversi come racconti filmati e talk. Un reportage forte rischia di inibire la discussione in studio, perché la chiacchiera fine a se stessa, senza immagini, può andare avanti all’infinito, ma di fronte a certe immagini l’ospite rimane a corto di parole. Tornando alla domanda, il linguaggio delle immagini è fondamentale proprio per i giovani, che non si ritrovano nel talk puro, trovano insulso il dibattito politico. I reportage sono quelli che ci fanno aumentare le quote di pubblico giovane e giovanissimo».

I talk esisteranno ancora tra dieci anni?
«Penso di sì, perché esistono da molto tempo. Era il 1994 quando ho iniziato da Santoro, che era partito già nel 1987 con Samarcanda. Pensi da quanto tempo ci danno per morti. Il talk è come una vela che si sgonfia e si gonfia a seconda di quanto è forte il vento della cronaca. Sono un genere economico ed efficace che ognuno cucina come vuole, permette una varietà di contenuti a un costo orario accettabile, si adatta bene al periodo di vacche magre al quale andremo incontro. Ci dicono: perché non fate solo reportage?».

Soldi, immagino.
«Non esiste un format che possa andare avanti quaranta settimane all’anno fatto solo di inchieste, avrebbe costi siderali. Un programma come 60 minutes della Cbs ha budget che superano il milione di dollari a puntata e copre solo sessanta minuti. Anche un programma di pura inchiesta come Report fa sedici, diciotto puntate all’anno, non quaranta. Il talk ha un grande futuro, si aggiorna, si adatta»

E lei? Tra dieci anni si vede ancora a fare talk?
«Sogno un programma come quelli che dicevo prima: spero di affiancare alla grande nave madre di Piazzapulita un vascello che sia di montaggio puro, in cui torno sul campo con la mia squadra, giriamo, ci divertiamo, raccontiamo cose che non racconta nessuno. Servono coraggio editoriale e soldi».

Un luogo di quelli visitati da inviato che continua a tornarle in mente?
«La Siria e il nord dell’Iraq. Posti terribili in cui ho fatto alcuni degli incontri più straordinari e importanti della mia vita. Le famiglie devastate dalla furia del terrorismo, giovani madri che avevano visto uccidere i figli. Ho conosciuto la guerra nella sua più spaventosa brutalità, posti aridi, duri, che non concedono niente all’occhio ma contengono straordinaria umanità».

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