Italy

Diventare leader del centrodestra: il bivio sulla strada di Giorgia Meloni

Giorgia Meloni ha in tasca un biglietto vincente della lotteria. La sua posizione è oggi invidiabile. E non solo quella logistica (piccolo ufficio ma favolosa terrazza in cima a Montecitorio, ultimo inquilino prima di lei Gennaro Migliore, allora capogruppo di Sel, sic transit gloria mundi). Si può dire che sia l’unica leader italiana in crescita elettorale. Ora è anche l’unica a guidare un partito europeo, quello dei Conservatori, dove c’erano i Tories inglesi e dove oggi c’è il Likud israeliano e il partito al governo in Polonia. Questo le dà una collocazione internazionale più credibile di Salvini: pur restando infatti «contro» questa Unione Europea, lei non ne è più «fuori», come chi a Bruxelles è alleato della Le Pen. E neanche tanto “contro”, poi, se si considera che il partito gemello polacco ha votato per la Von der Leyen. Ci sarebbero buone ragioni per montarsi la testa. Ma Giorgia Meloni ha un vantaggio competitivo rispetto a quelli che, prima di lei, il biglietto vincente l’hanno perso: è donna, e sa tenere a bada il testosterone. I suoi colleghi maschi prima o poi ci cascano: il successo dà deliri di onnipotenza, e l’elettorato se ne accorge.

Dopo il modello pop di Berlusconi e il modello macho Salvini, verrà dunque un modello Meloni per il centrodestra, più umile e più femminile? Di certo lei teme il rischio di bulimia da presenzialismo; per questo ogni tanto sparisce per un po’ dalla scena, secondo la lezione del Berlusconi dei tempi migliori, invece di imitare la frenesia del rilancio continuo di Salvini. Dice che è la qualità stessa del suo consenso a spingerla verso uno stile diverso. Gli arricchimenti improvvisi, in politica come nella vita, possono portare a grandi tracolli. «Bisogna stare attenti ai voti d’istinto, di moda, di simpatia, perché prima o poi ti si ritorcono contro. Meglio costruirsi il consenso un po’ alla volta, ma in maniera più solida». E in effetti ci ha messo otto anni, a lungo grami, prima di conquistare la doppia cifra nei sondaggi, e in alcune regioni anche nelle urne. Ora che ci è arrivata, riequilibrando i rapporti di forza nel centrodestra, si trova però a un bivio. Che sintetizzo così: è la presidente di un partito di conservatori europei che cerca i voti dei conservatori italiani. Però appartiene ancora a quel mondo che in un libro di Marta Dassù è definito il «nazionalismo nostalgico», e che ha dominato la scena di destra in questi anni, dalla Brexit a Trump. Può essere un sistema vincente anche da noi? Ne dubito.

In Italia non abbiamo un passato imperiale. A parte Vittorio Veneto, ed escludendo per ovvie ragioni il Ventennio, una destra nostalgica quale passato potrebbe riproporre? Servono perciò idee nuove, e persone autorevoli per sostenerle. Giorgia Meloni ne sembra consapevole e si sta dedicando a questo. «Non per diventare più moderata, sono stufa di gente di sinistra che vuole spiegarmi che cosa deve fare la destra». Ma per accrescere la credibilità del suo partito. Vuole organizzare un think tank. La consiglia un economista che è stato alla Banca mondiale e al Fondo monetario, Domenico Lombardi, e che punta al modello del Partito repubblicano americano. Cerca «personalità che mettano la faccia» su un programma. In Fratelli d’Italia molti parlamentari fanno politica fin da ragazzi, hanno perciò scuola ed esperienza, ma la Meloni ha bisogno di qualcuno che possa candidare al Tesoro, o agli Esteri. O al Campidoglio, il più urgente dei problemi, perché manca poco e ci vuole qualcosa di speciale, magari un papa straniero.

«È chiaro che dopo aver salvato l’onore della destra italiana, oggi noi puntiamo a rappresentare le destre italiane, al plurale. Vogliamo diventare più inclusivi. Il partito del centrodestra a testa alta». «Onore» è una parola che le piace. La trova emblematica dei valori della «tradizione» su cui costruire una nuova destra. Anche «coraggio» le piace. E cita come esempio Willy Monteiro, il ragazzo ucciso a botte a Colleferro, delitto per il quale sono in cella un paio di picchiatori che qualcuno ha apparentato alla cultura di destra. «Invece chi si è comportato secondo i nostri valori è Willy, che non è stato a guardare e ha preso le difese del suo amico, a prezzo della vita». L’ha detto anche alla madre del ragazzo, in una telefonata di cordoglio e solidarietà.

Con Berlusconi mantiene ottimi rapporti, lo ha sentito per il compleanno, e lui gli ha subito proposto, direi fuori tempo massimo, di fare un partito insieme. Con Salvini coltiva rapporti di lealtà. Ci tiene alla coerenza. Sarà a Catania per solidarizzare con lui, imputato per il caso Gregoretti. Non sempre Salvini ha ricambiato. Giorgia Meloni non lo dice, ma il leader della Lega aprì la crisi di governo nell’agosto del 2019 mentre lei era in volo, in vacanza, per andare a nuotare con gli squali balena in Messico. Non le aveva detto niente. E invece dopo le elezioni del 2018, durante le consultazioni, il Capitano rifiutò l’incarico per provare un governo di centrodestra, che la sua alleata aveva proposto. Magari aveva già scelto Di Maio.

Ora le loro strade si sono ricongiunte, ma quella per le elezioni è lunga. Ce n’è di nodi da sciogliere e di nomi da scegliere. Conte si è rivelato un osso più duro del previsto. E per quanto Giorgia Meloni si dica convinta che il Recovery Fund sia stato deciso perché conviene alla Germania, ciò non toglie che servirà, e molto, all’Italia. Bisognerà dunque calibrare toni e modi nuovi dell’opposizione. Per una leader che mette al primo posto gli interessi nazionali è un banco di prova, per aggiornare analisi e parole d’ordine del sovranismo.

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