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Galli: «Sui traghetti il virus può dilagare, servono luoghi adeguati per l?isolamento»

Galli: «Sui traghetti il virus può dilagare, servono luoghi adeguati per l’isolamento»

Alla preoccupazione dei vari focolai da Sars Cov 2, importati o autoctoni, per le autorità sanitaria italiane ora si aggiunge pure quella dei casi che arrivano con i barconi dei migranti. Ed è un problema che lascia ancora molte questioni aperte. 
Di certo c’è però che, come spiega Massimo Galli, direttore di Malattie infettive dell’ospedale Luigi Sacco di Milano, «tenere le persone sulle navi è un errore colossale». L’unica strada possibile per evitare che il contagio si moltiplichi è «che i migranti vengano sottoposti ai test e vengano fatti sbarcare prima possibile».

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 Perché tenerli sulle navi è del tutto controproducente?


«Come ha dimostrato la nave da crociera Diamond Princess, che era ben diversa da una imbarcazione come quelle in cui si possono trovare i migranti, trattenere le persone lì è il modo migliore perché l’infezione si diffonda in maniera notevole. Quella nave da crociera, ricordiamo, ha provocato oltre 700 infettati e ha avuto un numero riproduttivo basale spaventoso da questo punto di vista».

Il primo passo da fare è di sottoporli ai tamponi prima di farli sbarcare?
«La gestione corretta è ovviamente quella di cercare di effettuare dei test prima di farli sbarcare, e poi far scendere certamente le persone che risultano infettate. Credo che in questo momento sia la procedura seguita. Ma non è tanto rilevante dove fai il test. In realtà, vista la situazione, può essere tranquillamente effettuato a terra in una sede più consona della nave, rispetto all’ammassamento di uomini a terra; certamente si riesce a organizzare un distanziamento che non si può avere su una di queste navi delle ong o anche delle nostre navi militari».

Ma per avere i risultati dei test serve tempo. 
«Sì, servono per forza 12-24 ore. Però è necessario che vengano divise le persone che risultano positive da quelle che sono negative, e comunque vanno quarantenate. Anche tenerli sulla nave, in attesa del risultato del primo test, se è solo per un tempo limitato, può essere un’opzione. Però la scelta migliore sarebbe quella di portarli a terra in una struttura che consenta l’attesa al sicuro, dove si operi un certo distanziamento, per l’arrivo del primo test. Dopodiché i positivi devono essere curati da una parte, e i negativi isolati e in quarantena da un’altra parte. Al termine dei 14 giorni di quarantena comunque procederei con un secondo tampone». 

Una volta a terra, è da escludere che vengano ospitati nei centri di accoglienza? 
«Si sta parlando per forza di strutture più o meno di tipo alberghiero, o qualcosa di simile. Vanno trattenuti, insomma, in luoghi idonei dove è possibile mantenerli in quarantena e distanziati». 

La presenza di migranti positivi ma non facilmente tracciabili, potrebbe dar vita a nuovi focolai ancora più difficili da identificare?
«Il problema esiste, lo stiamo vedendo e quindi bisogna organizzarsi per contenerlo. Ma il termine di rilevanza rispetto alla possibilità di diffusione dell’infezione nel Paese è limitata. In ogni caso, sono d’accordo che venga mantenuto lo stato di emergenza, per lo meno si può cercare di regolamentare meglio anche questi interventi».

Per le regioni del Sud la preoccupazione però resta. 
«Sì. Però, ripeto, è un fenomeno che si riesce a circoscrivere immediatamente se si interviene. Con tutta franchezza, ho molto più timore invece di focolai che possono essere generati da persone che vengono dall’estero con un’altra modalità e che come tali possono essere meno facilmente tracciabili. In questo momento, i Paesi con il maggior tasso di nuovi casi, oltre a India e Bangladesh, sono certamente Stati Uniti e Brasile. Posto il fatto che l’infezione in Italia non è mai sparita, le possibilità di persone che tornando da questi Paesi possano riportare l’infezione è davvero elevata».

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