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Genova, ecco i figli del lockdown. Le mamme: “Un inno alla vita. E la quarantena ci ha incoraggiati”

Genova - Sono figli della fase più buia dell’umanità, ma anche della speranza, del non arrendersi, della vita che sfida sorte e malattia per vincerla, andare oltre, nella maniera più naturale che l’essere umano conosca. Bimbi senza mascherina ma con genitori costretti a indossarla spesso, magari per le visite di routine o per consentire anche ai nonni, la fascia più a rischio e da tutelare in questo tempo strano, di non rimanere esclusi da una delle manifestazioni più evidenti della capacità di ripartire, guardare avanti. Bimbe e bimbi nate e nati tra la fine dell’anno scorso e l’inizio del 2021, concepiti nella primavera del grande lockdown o nelle incerte fasi immediatamente successive, frutto di amore rinsaldato da più tempo a disposizione o dal desiderio di non rinunciare a costruire e a progettare pur nell’immobilismo della pandemia. Una scommessa coraggiosa e bellissima, giocata nell’anno in cui la morte ha schierato alfieri importanti. I figli del lockdown fanno quello che hanno sempre fatto i neonati da quando l’umanità esiste: imparano a vivere protetti tra polso e seno della mamma. Un abbraccio dal quale rigenerare il mondo. 

Cristina e Giorgio: «Ora ce lo godiamo»

Il piccolo Tommaso dorme pacifico in braccio a mamma Cristina Imoda. Non sa ancora di essere nato in periodo di pandemia, concepito volutamente in zona rossa, a fine aprile 2020, quando l’Italia e Genova erano nella morsa del virus. Tommaso, nato lo scorso primo febbraio, è a tutti gli effetti un figlio del lockdown: in un anno che ha registrato più decessi che nascite, c’è chi ha approfittato della clausura per formare o allargare una famiglia. La rivincita della vita. «Perché è in questo momento così particolare che capisci quali sono le priorità: il lavoro va e viene, gli affetti no. Abbiamo detto “ora o mai più”. In fondo lo desideravamo da tanto tempo che ci è sembrato naturale provarci quando eravamo tutti confinati tra quattro mura». A papà Giorgio Valle, 38 anni, brillano gli occhi: il suo fagottino è la pace personificata, lo guarda e si emoziona. «Sapere che è frutto di un momento storico così nero mi fa pensare ancor di più al valore della vita. Noi volevamo costruire una famiglia: il momento ci ha invogliato, cadeva tutto a pezzi intorno a noi ma abbiamo deciso di impegnarci ugualmente - racconta nella sua casa di via Isonzo - Non c’è mai il periodo giusto per mettere al mondo un figlio ma se si aspetta di avere un lavoro fisso o di essere sistemati allora campa cavallo, nessuno farebbe più bambini». Gravidanza solitaria, visite senza il papà del nascituro: non semplice per una quasi mamma piena di paure. «Ero sempre da sola perché ero terrorizzata dal virus - racconta Cristina, in splendida forma ad appena due settimane dal parto - Giornate lunghe che trascorrevano senza vedere nessuno, visite ed ecografia senza poter stringere la mano del mio compagno. Ma tutto sommato ci è andata bene, Giorgio è riuscito a starmi vicino durante il travaglio e nelle prime ore dalla nascita. E poi c’è un lato positivo: senza troppe visite di parenti e amici mi godo al cento per cento il mio bambino».

Emanuela e Vittorio: «Sempre insieme»

Siamo dei pazzi? Forse sì, dai. Quando Camilla sarà grande le spiegheremo che, in pieno lockdown, avevamo terminato di vedere la nostra serie tv preferita. Allora abbiamo pensato che fosse arrivato il momento di impegnarci». Si fa una bella risata mamma Emanuela Pesce, 35 anni, biologa ricercatrice all’ospedale pediatrico Gaslini. Scherza sul concepimento della sua prima figlia Camilla, nata il 14 gennaio, mentre quest’ultima la guarda con occhioni interrogativi: «Vuole mangiare. In questo mese siamo sempre soli noi tre e ho imparato a conoscerla al meglio. Senza intrusioni, visite di troppo e consigli non richiesti, è un risvolto positivo della pandemia». Papà Vittorio, broker marittimo, è riuscito per un pelo ad assistere alla nascita della sua primogenita: per questo si sente più fortunato rispetto ad altri papà che hanno avuto modo di vedere i propri bambini tramite videochiamate e foto su WhatsApp. «Non è piacevole andare in solitaria alle visite, ti manca il sostegno. Sei da sola ad affrontare tutto, travaglio compreso. Ma venti minuti prima della nascita di Camilla lo hanno chiamato e lui è arrivato quando la bambina aveva già la testa già fuori, ero terrorizzata dal fatto di non averlo accanto. Invece poi è riuscito a tenermi la mano. Impagabile».

Camilla è stata concepita ad aprile: «L’abbiamo voluta tantissimo. Il fatto di essere a casa ci ha agevolato sicuramente, avevamo più tempo ma io credo che, a prescindere dal lockdown, ci voglia sempre un po’ di incoscienza per mettere al mondo un figlio, anche perché se aspetti periodo giusto non lo farai mai. La gravidanza in epoca Covid è surreale, ma l’abbiamo vissuta serenamente senza pensarci troppo. Soprattutto, abbiamo capito che la famiglia è un pilastro importante, che gli affetti se sono veri e sinceri contano più di qualsiasi altra cosa».

Claudia e Fabrizio: «Ora recuperiamo»

«Abbiamo vissuto un periodo, quello del lockdown, in cui le coppie o si dividono o si moltiplicano: noi ci siamo moltiplicati». Sorride la neomamma Claudia Romeo, 36 anni di Sampierdarena, mentre il suo piccolo Tommaso dorme pacifico nella culla. Nato il 14 dicembre all’ospedale Villa Scassi, anche lui è un figlio del lockdown: «Vero, c’era e c’è ancora il virus, il periodo non è il massimo, le difficoltà economiche ci sono, ad aprile avevo appena scoperto di essere incinta ed era arrivata la cassa integrazione. Ma cosa dovevo fare? Mi sono focalizzata su me stessa e sulla mia tranquillità perché, è il caso di dirlo, la vita va avanti. Ho voluto da subito cogliere i lati positivi: una vita che arriva è sempre un dono», racconta. Il neopapà Fabrizio fa lo spedizioniere, lei è impiegata in un’azienda di impianti navali: ora il loro mondo gira attorno a questo fagottino, con il suo profumo da neonato e i suoi versetti. «Tommaso è arrivato in questo momento particolare, era destino: ci sono state difficoltà ma aldilà di tutto è stata un’esperienza bellissima, mi sono sentita coccolata da medici e infermieri - spiega - Poi un risvolto inaspettato: c’è stata molta più attenzione a mamma e nascituro, il Covid ha portato con sé anche il servizio delle ostetriche a domicilio, un progetto di Asl che altrimenti non sarebbe nato: una nota positiva, per allargare la lente sulle puerpere e sui bimbi appena nati e sui loro bisogni». Sicuramente non avere accanto il partner è stato difficile: «Sebbene mi sia trovata benissimo, perché avevo comunque bisogno di tranquillità nel momento del ricovero e della degenza, durante le visite è stato triste non girarmi a vedere il volto di Fabrizio, penso a quando mi hanno svelato il sesso: lui non c’era e questi momenti non tornano più - si commuove - Ma ora recuperiamo, questi primi momenti sono duri ma magici: viverli senza l'intrusione delle visite è un toccasana, senza distrazioni ti dedichi a questa piccola vita al 100%».

Denise e Stefano: «Servono sacrifici»

Mentre Denise Melara, ventinovenne di Marassi, sbriga le ultime faccende prima di chiudere per la pausa pranzo il suo centro estetico di Albaro, la piccola Zoe, nata il 16 dicembre, dorme beata nella fascia, stretta al cuore della sua mamma: «Le mie figlie sono cresciute a lavoro qui con me. Non fa eccezione l’ultima arrivata, figlia di questo periodo così duro: i figli del lockdown saranno un po’ speciali perché la mentalità è cambiata, oggi ci sei domani chi lo sa? Spero siano figli della tranquillità, della vita vissuta più lentamente: se c’è una cosa che abbiamo capito da questo periodo è il valore delle cose che davvero valgono nella vita. Io non ho dubbi, la famiglia è al primo posto». Gli occhi azzurri di Denise non riescono a nascondere un velo di commozione. «Chi ha avuto un’idea come la nostra ha avuto tanto coraggio: il periodo è quello che è, anche economicamente, ma noi veniamo da famiglie numerose. Basta che ci siano amore ed educazione, conta poco altro: anche se non comprerò le Nike a tutte pazienza, Zoe vivrà lo stesso circondata dall’amore e dall’affetto delle sue sorelle più grandi, Renèe e Cloe. Sono cresciute qui a lavoro con me: capiranno da grandi che ci vuole sacrificio e dedizione, che bisogna sempre lavorare. Anche se in pandemia è stata dura: con il centro estetico chiuso, l’impossibilità di aprire l’attività, la paura ti viene». Il lockdown lo hanno trascorso chiusi in casa, si usciva solo per le visite che Denise ha effettuato in totale solitudine: «Per carità, giusto preservare tutti - racconta - Ma è stato devastante lasciare papà Stefano in disparte: lui che aveva vissuto così intensamente le prime due gravidanze, così attento e premuroso, ci ha sofferto tanto. Poi non ha assistito al parto e sono rimasta sola i primi quattro giorni di vita di mia figlia. La vera magia è iniziata quando sono tornata a casa con in braccio la mia piccola: abbiamo recuperato tutte le emozioni che non avevamo potuto vivere insieme».

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