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I russi amano ancora Stalin e continuano a celebrarlo

L'ultimo monumento in suo onore è stato inaugurato a Novosibirsk nel mese di maggio. Del 2017 è invece il busto sistemato nel viale dei Governanti, in una zona centralissima di Mosca. A Jalta, nel 2015, subito dopo l'annessione della Crimea, è stato immortalato con Roosevelt e Churchill in un grande complesso scultoreo nei luoghi della famosa conferenza. Iosif Vissarionovic Dugavili, detto Stalin, è considerato uno dei grandi criminali della storia. Ma i russi la pensano diversamente, o almeno così pare: negli ultimi dieci anni in tutto il Paese gli sono state dedicate oltre 120 statue. È la dimostrazione concreta del fatto che l'attaccamento al massacratore dei kulaki non solo non viene meno, ma che anzi continua a crescere. Nell'aprile di quest'anno la società demoscopica Levada ha rilevato la sua popolarità tra gli abitanti dell'ex Unione Sovietica: il 51% degli interpellati ha detto di averne un buona opinione «come persona», il 70% ha dichiarato che il suo ruolo di governo è stato «positivo» per la Russia. Risultati record, visto che nel 2016 ad avere una buona opinione politica del «piccolo padre» era solo (si fa per dire) il 54%.

Il gradimento è in aumento costante da almeno una ventina d'anni e la riscoperta del dittatore è da attribuire in toto al periodo post-comunista. A differenza di Lenin, la cui figura è sempre rimasta più o meno centrale nel Pantheon sovietico, con la «destalinizzazione» il dittatore georgiano sparì dai radar della propaganda; dopo il congresso del 1956 in cui Krusciov ne denunciò i crimini, la sua persona rimase per decenni uno dei più radicati tabù della vita pubblica.

Le cose cambiarono dopo la caduta dell'Unione Sovietica negli anni Novanta del secolo scorso; nel 2005 in occasione del sessantesimo anniversario dalla fine della «grande guerra patriottica», si tornò per la prima volta a sottolineare con forza il suo ruolo di guida nella battaglia per la sopravvivenza del Paese. Negli anni successivi le linee guida governative per l'insegnamento della storia avanzarono un passo dopo l'altro in questa direzione. Dal punto di vista simbolico le cronache segnalano alcuni passaggi chiave di questa rivalutazione: nel 2009, per esempio, in una stazione centrale del metrò moscovita vennero restaurate alcune strofe del vecchio inno sovietico in modo che fossero ben leggibili: «Stalin ci ha cresciuto insegnandoci la lealtà verso il popolo. È lui ad averci spinto al lavoro e all'eroismo». Più in generale l'immagine del dittatore, immortalata da innumerevoli quadri in puro realismo socialista, i baffoni e il sorriso bonario da vecchio zio, sono diventati un elemento immancabile dell'iconografia della nuova Russia.

Già qualche anno fa, in un libro di qualche successo, Koba il terribile, lo scrittore inglese Martin Amis si interrogò sulla presentabilità pubblica di Stalin: lui e Hitler sono autori di crimini mostruosi, del tutto paragonabili tra loro, diceva Amis. Eppure nessuno si sognerebbe di trattare l'icona del dittatore tedesco come si fa per quella del georgiano, utilizzata per manifesti, etichette, rievocazioni nostalgiche e diventata in qualche misura un simbolo culturale pop. L'osservazione era indirizzata a una certa opinione pubblica occidentale, liberal e benpensante. In Russia, però, c'è qualche cosa di più e di diverso. I concittadini del dittatore non rimpiangono, come ovvio, gulag e sanguinaria politica di violenza, ma, secondo la sociologa Ella Panejach, vedono in Stalin un esempio di leadership efficace, di lotta alla corruzione e di uno Stato sociale che si prendeva cura dei più deboli. A dare una mano alla (ri)costruzione del mito è senza dubbio Vladimir Putin. Il presidente non manca di rendere periodico omaggio alle vittime delle repressioni e delle purghe. Ma quando si tratta di parlare alla pancia del Paese i toni (e i fatti) sono diversi. Il già citato busto sistemato nel centro di Mosca (e di cui il governo ha detto di non essersi interessato) è stato sistemato di fronte al Museo delle uniformi a cura dell'Associazione di storia militare, fondata da Putin e il cui presidente è il ministro della Cultura.

L'ultimo film dedicato al leader georgiano (in Italia è uscito con il titolo: Morto Stalin se ne fa un altro) era una grottesca presa in giro della paranoia del dittatore e della pusillanimità della sua cricca. Girato in Inghilterra nel 2017, ha avuto successo in tutto il mondo. Non in Russia, però, visto che il governo gli ha negato la licenza di distribuzione. L'unico cinema che appellandosi alla libertà di manifestazione del pensiero, ha sfidato la censura, è stato preso d'assalto dalla polizia il primo giorno di programmazione.

Per Putin la nostalgia staliniana (è stato lui a ripristinare il vecchio inno voluto dal dittatore, sia pure con altre parole) ha un valore in termini di tecnica del potere: gli serve per recuperare il senso di continuità della potenza russa e per sottolineare la presenza (ancora oggi) di potenti nemici esterni come quelli che il Paese sconfisse nella seconda guerra mondiale. «L'inutile demonizzazione di Stalin» ha detto al regista Oliver Stone che lo intervistava, «serve solo ad attaccare la Russia».

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