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Il discografo: non smette di parlarci la voce di Gil Scott-Heron

Torna nei negozi il suo ultimo album, uscito nel 2010, in versione rivista e corretta da Makaya McCraven: «We’re New Again», un passaggio di testimone generazionale per la musica afroamericana

di Fabrizio Versienti

Gil Scott-Heron (Chicago 1949 - New York 2011) è stato uno dei grandi personaggi della black music americana del secondo Novecento. Voce scura e profonda, autore di canzoni soul con radici jazz e gospel, ebbe un momento di grande successo negli anni Settanta per poi progressivamente scivolare nella nicchia destinata ai grandi incompresi, o dimenticati. Ma oltre che musicista, Scott-Heron fu soprattutto poeta (The Revolution will Not Be Televised e Winter in America), precursore del rap con le lunghe introduzioni parlate dei suoi pezzi (Inner City Blues), intellettuale impegnato contro la discriminazione, e infine personalità tormentata alle prese con demoni interiori e fragilità ricorrenti (alcolismo, dipendenza dalle droghe, carcere). L’album I’m New Here, giusto dieci anni fa, ci consegnò le sue ultime storie di paura, dolore e amore familiare, dominate da un senso di fine incombente; oggi quel disco, già oggetto di un integrale omaggio-remix l’anno successivo alla sua uscita, torna nei negozi musicalmente «riscritto» dal 37enne batterista e produttore Makaya McCraven. La nuova versione esce sempre a nome di Gil Scott-Heron e s’intitola We’re New Again - a Reimagining by Makaya McCraven, l’etichetta è la stessa del disco originale, la XL. Anche qui la voce e le parole di Gil Scott-Heron risuonano in tutta la loro potenza, come nella drammatica The Crutch, vestite da un abito musicalmente raffinato e allo stesso tempo discreto, al punto che le songs come New York Is Killing Me o il magnifico blues Me and the Devil, ripreso da Robert Johnson (1937), ne risultano trasfigurate. Un atto di fede, un passaggio di testimone generazionale.