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Il film sulle combattenti curde di Maya Sansa e il suo ricordo degli attacchi terroristici a Parigi

Maya Sansa è a Parigi, dove vive ormai da 15 anni. Al telefono, mi parla del suo nuovo film, Red Snake, che verrà rilasciato in streaming sulle principali piattaforme dal 18 giugno. 

La trama, molto vagamente ispirata alla storia vera di Nadia Murad, attivista per i diritti umani irachena yazida, premio Nobel per la pace nel 2018, ha come protagonista una giovane donna, Zara (L’attrice Dilan Gwyn), rapita per essere venduta all’Isis come schiava sessuale. Quando Zara riesce a fuggire, si unisce a un gruppo di combattenti internazionali, che lotta con la resistenza curdaMaya Sansa, interpreta una «partigiana» italiana. Come davvero ci sono state. È il caso, per esempio, di Maria Edgarda Marcucci, soprannominata Eddy, che ha fatto parte di uno di questi gruppi di soldatesse (e che ha visto e apprezzato Red Snake).

«L’abbiamo girato nel giugno del 2018, in Marocco. La regista, Caroline Fourest, è un personaggio molto noto in Francia, una femminista di sinistra, impegnata nella lotta al fanatismo islamico. Contro di lei è stata emanata una Fatwā. Per questo motivo e, considerato che si trattava di un film di donne, che parlava di un gruppo di combattenti curde, la security sul set era molto forte», racconta la Sansa.

Avrebbe dovuto uscire al cinema, come molti altri film, poi è arrivata la pandemia… 

«Certo, avrei preferito che uscisse nelle sale. Credo che un film del genere sarebbe stato più spettacolare su un grande schermo: ci sono anche molte scene d’azione».

Com’è stata coinvolta nel progetto? 

«Ero in aeroporto quando mi arrivò una chiamata da un numero che non conoscevo, proprio nel momento in cui passavo i controlli. Era il produttore. Mi spiegò che, per una serie di circostanze, stavano per partire con le riprese a brevissimo e volevano sapere se accettavo la parte. Mi disse: “Ti mando la sceneggiatura, per favore leggila mentre sei in volo, credo che ti possa piacere”».

Che cosa l’ha convinta?

«Il fatto che la regista fosse Caroline e che si trattasse di un film sulle combattenti curde. Un tema che mi sta molto a cuore da tempo. Le considero eroine contemporanee. Combattono contro il fanatismo, per la parità tra uomo e donna, per la loro indipendenza. Tutti ideali che condivido. E sono state fondamentali nella lotta contro l’Isis e il fanatismo islamico. Il fatto che io sia per metà iraniana (Da parte di padre, ndr) fa sì che il problema del fondamentalismo mi tocchi, in qualche modo, da vicino. Io non sono a favore delle armi, sono una pacifista, ma loro sono delle partigiane. E in questa guerra, in particolare, hanno avuto un ruolo strategico importantissimo: spesso venivano mandate avanti in battaglia perché gli jihādisti erano convinti che se fossero stati uccisi da una donna non sarebbero andati in paradiso».

Eppure sono state abbandonate.

«Il film, in Francia, è uscito il 9 ottobre 2019, il giorno in cui la Turchia di Erdogan lanciava l’attacco ai curdi e il presidente americano Trump li lasciava da soli dopo essersene servito nella guerra contro l’Isis». 

Nel film c’è una scena in cui le combattenti guardano in Tv le immagini dell’attacco a Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015. Lei era a Parigi quel giorno?

«Sì, e mi ricordo tutto. Mia figlia aveva un anno e mezzo e io ero uscita la mattina con lei nel passeggino. l’avevo lasciata a casa di amici ed ero andata dal dottore. Quando sono uscita dallo studio medico, era appena successo. Al ritorno verso casa le strade erano deserte, c’era polizia dappertutto. Alla sera, abbiamo capito esattamente che cosa era accaduto». 

La Francia ha subito molti attacchi terroristici.

«Il 13 novembre dello stesso anno c’è stato l’attentato al Bataclan. In quel periodo facevo avanti e indietro tra l’Italia, dove lavoravo, e la Francia. Quel weekend ero a Parigi. Il mio compagno, quella sera, mi propose di uscire e di andare a cena in un ristorante nella zona del Le Petit Cambodge (Uno dei ristoranti – l’altro era il Carillon Café – che venne attaccato dai terroristi. In quel solo locale morirono 12 persone, ndr) , che sta a una ventina di minuti a piedi da casa nostra. Ma io volevo stare con Talitha, nostra figlia. Finì che ci addormentammo mentre la addormentavamo. Verso mezzanotte, quando ci siamo svegliati abbiamo trovato decine di messaggi sui cellulari. Amici, parenti tutti preoccupatissimi per noi». 

Avrebbe potuto essere là. Che effetto le fa pensarci?

«Mi ha colpito di più sapere che quelle persone sono state uccise vicino casa mia. Per un anno non mi sono messa i tacchi, ho usato solo scarpe da ginnastica per essere pronta a correre, e ogni volta che entravo in un locale, mi guardavo intorno per capire dove avrei potuto nascondermi, dov’erano le uscite di sicurezza. Il fatto di essere madre credo che mi avesse resa ancora più sensibile».

Tornando al film, come si è documentata?

«Ho guardato documentari, ho fatto ricerche su Internet, ho parlato tanto con Caroline che è documentatissima: è stata diverse volte in Kurdistan e conosce diverse combattenti». 

Ha dovuto imparare a usare le armi?

«Ho fatto allenamento al poligono prima di partire per il Marocco. Ma non era la prima volta, mi ero già esercitata per interpretare una poliziotta nel film Lupo mannaro del 2000 e mi ero allenata parecchio anche per un altro film, Femmes de l’ombre, che, adesso, è su Netflix. Interpretavo un’agente del SOE, una milizia inglese che aveva il compito di collaborare con la resistenza durante la seconda guerra mondiale».

È brava a sparare?

«All’epoca me la cavavo bene. Ma prendere in mano un kalashnikov  dopo il Bataclan è stato impressionante. Così come arrivare sul set di Red Snake e vedere le bandiere nere dell’Isis, gli attori truccati da jihādisti. Ucciderli per finta è stato liberatorio, un momento catartico». 

Quando torna in Italia a lavorare?

«Veramente l’anno scorso ho lavorato quasi sempre in Italia. Ho fatto il film I ragazzi dello Zecchino d’Oro, che è andato in onda a novembre su Rai1. Inoltre, ho lavorato a un documentario ambientalista, alla miniserie Io ti cercherò, con Alessandro Gassmann, nella quale interpreto un ispettore, e che andrà in onda su Rai1 in autunno. E a due film: Sei tornato, con Valeria Golino e Stefano Accorsi, e Security con Fabrizio Bentivoglio e Marco D’Amore. Marco è mio marito, mentre io sono una politica che cerca di vincere le elezioni facendo leva sulle paure verso gli immigrati. Abbiamo finito le riprese proprio prima che si bloccasse tutto per via del coronavirus». 

A proposito, come ha vissuto il lockdown?

«Dopo un’ondata di grande angoscia, onestamente mi ha fatto piacere essere costretta a fermarmi. Mi sono goduta la città senza automobili, ho apprezzato la riscoperta della natura, i ritmi più lenti, e il poter stare a casa con la mia bambina».

Secondo lei, che cosa rimarrà di quello che abbiamo vissuto?

«Credo che i valori della vita siano stati un po’ ricalibrati. Ma trovo triste che, in nome dell’economia, tutto sia ripartito come prima. Per dire, qui a Parigi, a un certo punto i negozi hanno riaperto, mentre i giardini erano rimasti chiusi». 

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