Italy

In Parlamento “stanno tutti bene”. Alla Camera si lavora solo a ranghi ridotti. Al Senato ci s’inventa di tutto

Antefatto. Conte alza la voce con la Ue, le opposizioni alzano la voce con Conte. La solita giornata politica…

Da un lato, il premier Conte ‘alza la voce’ con l’Europa e minaccia – a suo dire – sfracelli, fino al punto di dire “se non ci date gli Eurobond facciamo da soli con chi ci sta”. Dall’altro, le opposizioni ‘alzano la voce’ contro il premier, lamentando che “Conte ha preso e ottenuto pieni poteri lui, non noi che dovevamo farlo, strozza ogni dibattito in Aula (il governo ieri ha messo la questione di fiducia, al Senato, sul dl ‘Cura Italia’, fiducia che verrà votata questa mattina, ndr.) e ci impedisce di presentare emendamenti migliorativi con la scusa che bisogna ‘far presto’. Intervenga il Colle!”.

Questa, in estrema sintesi, la giornata politica di ieri, vissuta guardandola da dentro i Palazzi del Potere. Poi, però c’è – o, meglio, ci sarebbe – la ‘normale’ vita del Parlamento, cioè delle due Camere. Una ‘vita’ che già di solito non è tanto ‘normale’: l’adagio vuole che i nostri onorevoli lavorino poco e male, che siano troppi, prendano stipendi troppo alti e pensino solo alla loro rielezione – questo almeno il pensiero dell’italiano medio vittimo della retorica della ‘Casta’ tanto cara all’antiparlamentarismo di ieri (i movimenti fascisti) e di oggi (i grillini) imperante.

Perché il nostro Parlamento non può innovare se stesso?

Il guaio è che, a volte, il Parlamento e i parlamentari ci mettono tanto del ‘loro’ a darsi la zappa sui piedi da soli. Prendiamo, per dire, la questione di ‘come’ lavorare in tempi di coronavirus, quando tutti stanno rinchiusi in casa o lavorano – se va bene, cioè se ce lo hanno, un lavoro….- in smartworking. Perché il Parlamento italiano non può fare quello che fa il Parlamento Ue nelle ultime due sessioni o che permettono la Camera francese o le Cortes spagnole? Lavorare, cioè, con il ‘voto a distanza’ o, al massimo, se la soluzione venisse ritenuta troppo ‘hard’ con l’ausilio di una commissione speciale paritetica in sede solo redigente? Perché – è la risposta – “non si è mai fatto”. Ma tante cose ‘non si sono mai fatte’, in tempi di Covid19 e di pandemia che sta stravolgendo le nostre vite, quindi ‘si può fare’… Basterebbe volerlo, ma – evidentemente – non si vuole…

Il risultato è quello che leggerete d’ora in avanti, cioè i mille modi – alcuni ilari, alcuni teneri, alcuni assurdi – che le Camere si stanno inventando, da alcune settimane in qua, per cercare di ‘salvare capra e cavoli’, cioè di mantenere presenze fisse, pur se contingentate, dentro le loro aule e, insieme, rispettare le prescrizioni sanitarie dovute al virus.

“E a casa come stanno?”. “A casa stanno tutti bene”…

“E a casa come stanno?”. “A casa stanno tutti bene”. Come da titolo (e svolgimento) del film di Peppino Tornatore - tragicomica storia di un anziano Marcello Mastroianni che andava a trovare i figli in giro per l’Italia e, alla fine, non osava confessare davanti la tomba della moglie, in Sicilia, che ognuno di loro litigava, sfasciava famiglie e aveva guai – anche in Parlamento i deputati, quando si incontrano, superando ormai antichi steccati e barriere ideologiche (grillini mischiati ai leghisti, sinistri che chiacchierano amabilmente con i destri, etc.), si sorridono, si salutano e si dicono, non foss’altro a farsi coraggio, “stanno tutti bene”.

Camera desolata e vuota, Senato molto più frizzante

Quei pochi che sono presenti, almeno. Infatti, causa l’ormai noto contingentamento delle presenze nelle aule parlamentari, dovuto alla modalità “prevenzione assoluta” impartita dai presidenti delle due Camere, Fico e Casellati, da quando è scattata l’emergenza coronavirus, la sensazione che si ha, andando in Parlamento è che, di fatto, le aule parlamentari sono ridotte come il Paese di cui dovrebbero rappresentare la rappresentanza più ‘alta’: tutto fermo (o quasi), tutti (o quasi) a casa come se fosse scattato un regime di ‘arresti domiciliari’ di massa all’intera Italia.

Parliamo della Camera, però, soprattutto, dove si svolge solo un normale question time (risultato: una sola seduta in un intera settimana solare e amen…) mentre più vivace e frizzante è – come vedremo - la situazione al Senato, ma solo perché è qui in discussione, in aula (voto finale previsto per stamane) la conversione in legge del decreto ‘Cura Italia’, il primo maxi-decreto economico del governo che, varato a marzo, va, appunto, convertito. Insomma, al Senato c’è una discussione e un voto che ‘vale’ e che ‘pesa’ molto mentre la Camera si gira i pollici. Infatti, anche la prossima settimana, mentre il Senato avrà già licenziato il ‘Cura Italia’, con il voto finale di oggi, la Camera svolgerà solo interpellanze e interrogazioni e solo tra due settimane, finalmente, dopo l’esame in commissione (Bilancio e non solo), il Cura Italia arriverà a Montecitorio.

La Camera fa la solita figura del Deserto dei Tartari

Insomma, la Camera sembra un deserto dei Tartari, come abbiamo già notato, detto e scritto nelle settimane passate. Ovviamente, la – comprensibile - ‘giustificazione’ della Camera (quella ‘bassa’, la Camera dei Deputati) è che si svolgevano ‘solo’ interpellanze e interrogazioni orali (il cd. ‘question time’): di solito, sono presenti pochi deputati (al netto dei ‘questionanti’) già in tempi normali, figurarsi ora. Resta il triste spettacolo di un’aula praticamente deserta, ministri che mandano i sottosegretari o il povero ministro ai Rapporti con il Parlamento, D’Incà, a rispondere in loro vece, e quei pochi che ci sono – tipo la Lamorgese – che non riescono a ‘soddisfare’ le richieste dei deputati della maggioranza (Vittoria Baldino dei 5Stelle, per dire, chiedeva della situazione nelle carceri, Erasmo Palazzotto di LeU della situazione degli sbarchi dei migranti, etc.), figurarsi di quelli dell’opposizione. Il leghista Durigon (stazza imponente) era molto contrariato, la Lucaselli (FdI) pure perché le risposte dei ministri non erano soddisfacenti rispetto alle domande degli interroganti (cioè loro stessi).

Il tutto, in ogni caso, si è esaurito nel giro di un paio d’ore. Transatlantico deserto, ‘giro’ classico del deputato, quello buvette-ristorante-emeroteca-tabacchi-sala fumatori-etc. tutto chiuso, sprangato, in modo inesorabile. Persino la sala stampa è deserta, tranne pochi giornalisti davvero ‘eroi’ (Alfonso Raimo della Dire è uno di questi), come racconto nel mio contributo al libro collettivo “Ai tempi del virus” edito da All around edizioni (ebook scaricabile e gratuito), libro in cui è presente proprio un mio racconto che s’intitola “Il mestiere del cronista parlamentare ai tempi del virus”.  Non resta da annotare, sul taccuino, - tranne che un Bruno Tabacci privo di ogni forma di ‘protezione’ forse perché erede della Dc – che gli assai pochi onorevoli presenti di tutti i partiti sono tutti ‘bardati’ e fino alla cima dei capelli.

“Ti conosco mascherina”. Deputati bardati fino ai denti

Infatti, quei pochi ‘eroi’ (onorevoli, commessi, funzionari, addetti stampa, maestranze varie: poche decine di persone) che ‘osano’ venire nei palazzi della Politica, va detto che si presentano bardati di tutto punto: prodotti igienizzanti a portata di borsa o di borsello, guanti blu o bianchi e, soprattutto, l’ormai amata/odiata mascherina sul volto.

Di queste ultime, ormai, ve ne sono di ogni foggia, tipo e colore, a seconda della farmacia che te le rifornisce e dell’arcinota fantasia italica che sa l’arte ‘dell’arrangiarsi’, arte grazie a cui anche gli onorevoli non fanno eccezione. Per dire, i deputati di Fratelli d’Italia mostrano con orgoglio virile e petto in fuori, come fa Fabio Rampelli, le mascherine ‘tricolori’ regalate loro dalla leader Meloni, pur se guardati con un filo di disgusto e disprezzo dai democrat.

La mascherina ‘patriottica’ di FdI regalo della Meloni

Provenienti da un'azienda abruzzese, che si è riconvertita a farle, le sfoggiano, alla Camera, Galeazzo Bignami, deputato di Fratelli d'Italia, e, appunto, Fabio Rampelli che prende la parola per conto di Fdi durante il question time: la protezione di bocca e naso è garantita, ma il colore è verde-bianco-rosso. “Un regalo di Giorgia - dice all'AdnKronos, riferendosi alla presidente del partito, Bignami - E' stata una sua idea, le ha regalate a tutti noi del gruppo”. (Evviva!)

Al Senato, la Rossomando e Calderoli sbottano contro i “colleghi indisciplinati”: “mettetevi la mascherina, c...!”

A palazzo Madama, invece, i senatori – presenti in numero adeguato alla solennità dell’evento (il voto sul ‘Cura Italia’) – sono molto più discoli e indisciplinati. Non appena inizia la discussione generale - slittata peraltro di diverse ore, ieri - in un'Aula comunque ‘contingentata’ per l'emergenza Covid-19, la presidente di turno, Anna Rossomando (Pd), bionda signora tutto d’un pezzo e, inoltre, ex magistrato, è costretta a interrompere la relazione sul decreto legge del pentastellato Daniele Pesco per raccomandare ai senatori di usare le ‘protezioni’ adeguate previste dalla misure sanitarie del governo e dal Regolamento di palazzo Madama. “Colleghi per favore, lo so che non è facile, ma cercate di mantenere le distanze e usate le mascherine...”, implora la Rossomando, in perfetta tenuta da protezione sanitaria, allarmata dai troppi colleghi che vede privi di protezioni. Poi si fa sentire di nuovo, stavolta per redarguire chi scatta foto dell'emiciclo: “Colleghi, mi hanno detto che molti fanno delle foto dell'Aula, lo sapete che è vietato...”.

E, dopo l'intervento di Pesco, prende la parola il leghista Roberto Calderoli, altro vicepresidente di turno dell’aula, che bacchetta ancora più severamente colleghi indisciplinati e chi prende alla leggera la lettera delle restrizioni sanitarie anti-Coronavirus: “Vi faccio una preghiera, visto che vedo senatori e senatrici senza mascherina, che la mettiamo tutti. Possiamo evitare di diffondere il virus. Le ‘distanze minime’ di sicurezza – ammette - sono distanze dal punto di vista statico e nel corso della dinamicità dei lavori è difficile mantenerle, vi chiedo di usare i dispositivi utili”.

Poi, però, di fronte ai colleghi recalcitranti, Calderoli perde la pazienza e sbotta: “Chi è senza mascherina, non è un eroe ma rappresenta un pericolo per tutti gli altri che invece la portano! Se è obbligatoria la cravatta, decidiamo che per questo periodo e solo per questo periodo sia obbligatoria la mascherina. Diversamente ognuno è libero di starsene a casa...”, conclude la sua tirata l'esponente leghista tra gli applausi e i ‘bravo’ di vari (pochi) colleghi.

Anche la Rossomando – in un crescendo rossiniano di ‘cazziatone’ al povero senatore peone indisciplinato e in una inaspettata sinergia tra Pd e Lega - torna a farsi sentire: “Calderoli ha interpretato il pensiero di tutta l'Aula. E’ evidente che per i senatori della Repubblica non c'è bisogno di un richiamo o di un obbligo, dovrebbe bastare il senso di responsabilità. So che è faticoso parlare con la mascherina, ma è una piccola cosa difronte ai sacrifici che vengono chiesti a tutti. Usiamo, quindi, le cautele previste, così evitate anche a me di fare richiami che non fanno onore a questa Assemblea”. Due a zero per Anna&Roberto.

Il microfono, la tua voce. Disposizioni severe e occhiute

In ogni caso, al Senato, saranno anche poco ‘giudiziosi’, ma di soluzioni ‘innovative’ ne hanno studiate e messe in pratica parecchie per ‘combattere’ il rischio coronavirus.

Oltre al distanziamento tra senatore e senatore, a guanti, mascherine e detergenti disinfettanti, nell’aula di palazzo Madama sono state stabilite nuove ‘regole’ anche per l'utilizzo dei microfoni. Nel corso delle sedute che sta esaminando il decreto Cura Italia, sempre lei, la presidente di turno Anna Rossomando, ha illustrato. Proprio ieri, con l'aiuto del questore Antonio De Poli (Udc), quale è la ‘mappa’ delle postazioni e dei microfoni che ogni gruppo parlamentare è autorizzato ad utilizzare per rispettare le disposizioni di profilassi decise dai questori del Senato. Chi sbaglia, paga, è il concetto di fondo, severissimo, adottato.

La ‘chiama’ dal posto: vietata, per oggi, la via crucis…

Ma è niente, rispetto alle novità sul Regolamento del Senato che, pur da poco riformato, risale a metà Ottocento. Succede, infatti, che oggi, si terrà la ‘chiama’ dei senatori per il voto finale sul dl ‘Cura Italia’, dopo la fine della discussione generale e delle dichiarazioni di voto (una per ogni gruppo parlamentare). Ma dato che il governo ha posto – tra le mille polemiche e proteste dell’opposizione di centrodestra - la questione di fiducia, si è posto subito il problema della ‘chiama’. Infatti, la ‘chiama’, in Senato, si svolge per appello nominale (ogni senatore passa davanti al banco della Presidenza e dice ‘sì, ‘no’, ‘astenuto’) perché così vuole la tradizione dell’aula. Solo che, in tempi di coronavirus, le cose si sono complicate assai, causa l’obbligo di distanziamento sociale. Il Senato ha così deciso che per una nuova forma di ‘chiama’, un’innovazione assoluta nella sua lunga storia. Ciascun senatore voterà dal proprio posto e non sfilando davanti al banco della presidenza come di solito avviene durante la ‘chiama’. Ma anche alla Camera la ‘chiama’ si fa per appello nominale, quindi bisognerà vedere se anche a palazzo Montecitorio verranno prese le ‘contromisure’ messe in atto al Senato.

Inoltre, durante la ‘chiama’, che avrà inizio attorno alle ore 12.30, sarà consentito l'ingresso in Aula in ordine alfabetico “solo” a gruppi di 50 senatori per volta e distanziati di ben dieci minuti l’uno dall’altro. Il voto, dunque, almeno oggi, non si trasformerà nella solita, lunga e interminabile processione, una sorta di novella via crucis della Politica che, sotto Pasqua, avrebbe allietato i senatori con inevitabile perdita di tempo e di pazienza per tutti…

“Voto in tribuna!”. I senatori scacciano i giornalisti…

Ma non basta. L’altra innovazione è il ‘voto dalla tribuna’, parente prossimo del famoso ‘palla in tribuna’ del calcio… Infatti, le tribune della stampa – riservate sin dall’Ottocento solo e soltanto a giornalisti dell’Asp (la Stampa parlamentare) e ai pochi visitatori accreditati – oggi nell'Aula del Senato non saranno accessibili, da oggi e per un periodo da definire, a giornalisti, fotografi e cameramen: le ‘trubine’ saranno usate, infatti, dai senatori per garantire il distanziamento sociale e per poter partecipare a sedute e votazioni nel rispetto della Costituzione e del regolamento.

Peccato che, per i giornalisti, si tratti di un vero vulnus: è la prima volta che agli operatori dell'informazione viene precluso l'accesso alle tribune per seguire i lavori d'Aula, la cui pubblicità sarà assicurata solo dalla trasmissione in diretta sul canale tv e sito del Senato, oltre che dai resoconti parlamentari. Neppure nell’Ottocento, quando i senatori chiesero al re di ‘cacciare’ i giornalisti dalla Tribuna stampa perché davano loro ‘fastidio’ con il loro continuo vociare, era mai accaduta una cosa del genere. Per dire, le novità…

Le proposte rifiutate dalle Camere degli onorevoli ‘4.0’

Va tutto bene, si capisce, pur di assicurare la ‘integrità’ fisica (per quella morale lasciamo il dubbio ai posteri) dei senatori e dei deputati della Repubblica, ma resta il punto. Se le Camere, i loro presidenti e gli alti funzionari dei rispettivi Palazzi avessero accettato una sola delle tante proposte (il voto a distanza, proposta forse troppo ‘hard’, ma c’era anche la commissione speciale, proposta ‘soft’) avanzate da un gruppo trasversale ai vari partiti di onorevoli che possiamo definire non ‘2.0’, ma ‘4.0’ (il capofila, il dem Stefano Ceccanti, insieme al presidente della I commissione, Giuseppe Brescia, pentastellato come la on. Vittoria Baldino, altra front runner del gruppo, etc.), oggi le Camere non si troverebbero di fronte al dilemma di come gestire presenze, dibattito e discussione in aula e, soprattutto, non cadrebbero vittima dell’ilarità e dello sconcerto, oltre che dello sconforto, generale dei cittadini. Ma, ormai, è una battaglia persa. “Cosa fatta, capo ha…”, sospira proprio la Baldino, che ricorda come Paolo Sisto (FI) abbia additato come una “pericolosa eccezione che mi auguro non si verifichi mai più” una cosa semplice-semplice, basica, come la convocazione e il lavoro della I commissione Affari costituzionali in videoconferenza…

L’importante, come direbbe Mastroianni nel film citato in apertura, è poter chiedere al collega di chiacchierate in cortile, tra una sigaretta e l’altro: “E a casa tua come stanno invece?” e rispondere, appunto, “A casa stanno tutti bene”.

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