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Le notti violente di Milano tra risse  e baby gang. «Disagio da lockdown»

Le istantanee sono tre, tutte scattate nel centro di Milano. I pitbull che aggrediscono i carabinieri, che sparano per difendersi. Il ring in prima serata in piazza Mercanti, con le sedie dei fast food usate come bombe a mano. Il ragazzino rapinato dalla baby gang in piazza Gae Aulenti, gioiello della Milano che guarda al futuro, un sabato pomeriggio. Messe in fila così raccontano un pessimo film. Chi ama l’enfasi ha subito scomodato le banlieue o il far west. Resta il problema di fondo delle metropoli uscite malconce a livello emotivo da 15 mesi di pandemia. Da inizio anno a Milano sono già 40 i giovani, spesso minorenni, arrestati per risse o violenze in luogo pubblico.

Così mentre per giorni in città si discuteva dell’orario di coprifuoco e di mascherine abbassate, ci si perdeva l’aspetto più violento della questione. «Sulla movida incontrollata stiamo lavorando con prefetto e questore, il vero problema è che sono molte le aree da vigilare — spiega il sindaco Beppe Sala —. Abbiamo puntato molto nel periodo precedente sul controllo della Darsena, di Garibaldi, adesso è chiaro che le Colonne di San Lorenzo sono un problema e i cittadini che ci abitano hanno diritto ad essere più tranquilli».

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Da piazza «Leo» a Cesariano: le zone rosse

Le metropoli si nutrono di una conflittualità latente. Solo che ora di latente c’è poco, tra bottigliate, coltelli e pure un machete tra un gin tonic e l’altro, il conto del disagio sociale sta venendo fuori tutto insieme. «Purtroppo il nostro è un po’ un gioco di rincorsa perché le forze dell’ordine hanno una dimensione che non è sufficiente per gestire tutto questo fermento», continua Sala, che sa quanto quel fermento in tema di sicurezza possa muovere la bilancia a quattro mesi dalle elezioni per Palazzo Marino.

Dai Navigli all’Isola, due dei «quartieri da bere» della città, i residenti chiedono presidi delle forze dell’ordine. Ma nello stesso tempo sta nascendo un fronte collettivo per riempire quel vuoto sociale che sta montando facendo danni. Succede soprattutto ai piedi dei grattacieli di piazza Gae Aulenti, nella piccola Manhattan all’italiana nata sulle ceneri della Milano anni Ottanta. Là dove c’era una città triste e vuota ora c’è l’erba della Biblioteca degli Alberi. Mille progetti, cultura nel parco. Funzionava quando Milano viaggiava col pilota automatico, deve farlo soprattutto ora che c’è da ripartire.

Perché anche tra queste panchine, i vari lockdown hanno fatto proliferare baby gang specializzate in piccoli furti e aggressioni verbali. L’ultima sabato sera, davanti a centinaia di persone. Vittima un 11enne, al quale sono state rubate le scarpe firmate. «C’è un disagio evidente. In molti contesti è venuto meno il controllo familiare, senza nemmeno l’aiuto della scuola. Con le attività chiuse per protocollo. Così l’energia a quella età implode», spiega Kelly Russel, direttore della Fondazione Catella.

Nel parco intorno a piazza Gae Aulenti ultimamente sono aumentati anche i controlli della vigilanza privata. Perché dalle aggregazione è facile sfociare nelle baby gang. Pur senza i picchi di violenza registrati nel resto della città, la situazione è peggiorata dopo il secondo lockdown. E una manciata di ragazzi sono diventati centinaia, facendo scattare spesso la legge del branco. «A marzo nessuno usciva di casa, le cose sono peggiorate a ottobre quando hanno chiuso le scuole. Ora che le classi richiudono si dovrà monitorare la situazione — continua Russel —. Cercheremo di coinvolgere anche associazioni che lavorano con i giovani. C’è una fascia d’età che si è sentita abbandonata in una fase complessa della vita».

Nella zona ci sono 10 ettari di parco non recintati. E mentre in città torna a farsi sentire chi vorrebbe chiudere e alzare barriere per controllare le notti, anche i comitati si muovono. C’è chi pensa di ripristinare l’antico e poco futurista metodo delle ronde: genitori in giro in massa per controllare gli spazi dei loro figli. «Dobbiamo lavorare soprattutto sull’offerta. Sulle proposte per i giovani. Uno skatepark, campi sportivi...» dice la portavoce di uno dei comitati, Serena Masi. Un modo per costruire invece che limitarsi a reprimere.

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