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Italy
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M5s, Gianluigi Paragone ed Emilio Carelli sgraditi: il piano grillino per cacciarli

I grillini non ci hanno mai convinto, non è un mistero. Perciò siamo rimasti perplessi, e perfino un po' dispiaciuti, quando abbiamo appreso che il collega Gianluigi Paragone, ex direttore della Padania di Bossi e dopo nostro vicedirettore, si sarebbe candidato per il Senato con i Cinquestelle. Però ciascuno è padrone delle proprie giravolte e abbiamo continuato a farlo collaborare con Libero come sempre. Da medesimo stupore siamo stati colti alla notizia che anche Emilio Carelli, ex direttore del tg di Sky, la rete globalista che fondò Murdoch, e per secoli alla corte berlusconiana del Tg5 come vicedirettore, sarebbe andato a ingrossare le file di M5S a Montecitorio. Per entrambi, la scelta ci parve un rimedio, la constatazione che forse nella professione il meglio era ormai alle spalle e conveniva tentare la fortuna altrove.

Poco male, i giornalisti che svernano in Parlamento sono antica consuetudine non solo italiana, anche se dalle nostre parti l' unico degno di nota dopo 150 anni di storia resta ancora il solo Benito Mussolini, che di fatto le Camere le chiuse, o quantomeno le ignorò.

Quel che non ci convinceva della scelta dei due colleghi non era la destinazione finale, quanto lo strumento per arrivarci, M5S, noto per non amare la nostra categoria. Tant' e che, partiti per spaccare il mondo e candidati a tutto, i nostri eroi, prime donne del video, sui banchi parlamentari si sono ritrovati a fare da comprimari.

Quando i loro capi, Di Maio e Di Battista, hanno attaccato la categoria, sostenendo che i giornalisti sono puttane o sciacalli infami, i due non li hanno contraddetti, né a parole né nei fatti, standosene in silenzio. C' è da capirli, sono solo al primo mandato. Infatti non hanno battuto ciglio neppure quando il Movimento ha lanciato la battaglia per togliere ai giornali i soldi per il sostegno all' editoria per dirottarli, forse, su iniziative più vicine all' attività della Casaleggio e Associati.

Con tali premesse, avremmo potuto farci una grassa risata alla notizia che la senatrice grillina Elena Fattori ha chiesto ai due di dimettersi perché, dopo gli attacchi di Di Maio alla stampa, «coerenza vorrebbe che i giornalisti eletti con M5S facessero un passo indietro per dimostrare la loro verginità». Verrebbe da pensare che i due se la siano un po' cercata: si sono accasati con dei talebani che odiano la stampa, ne paghino le conseguenze sulla loro pelle. Invece no, stiamo dalla parte dei colleghi neopentastellati, e non per solidarietà di categoria, visto che non abbiamo nulla da contraccambiare o di cui ringraziarli.

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SFIDA INTERNA
Carelli e Paragone saranno stati pure un po' opportunisti e certo non sono delle vergini, ma sono stati eletti. Per di più, a differenza dell' 80% dei parlamentari grillini, l' elettorato conosceva chi mandava in Parlamento, cosa che non si può dire della Fattori, illustre sconosciuta prima di usare lo scranno a Palazzo Madama per farsi pubblicità. Se la senatrice non gradiva Emilio e Gianluigi come compagni di strada, avrebbe dovuto rinunciare lei a candidarsi, o dovrebbe almeno tacere ora. Il suo agitarsi, in un momento in cui M5S è in difficoltà, cala nei sondaggi e si parla di rimpasto di governo con i ministri Grillo, Trenta e Tonilelli sulla graticola, è sospetto.

La signora sgomita, i duri e puri si lamentano che il governo abbia corrotto i grillini e la Fattori si scopre pasionaria, pronta a una chiamata che sporchi anche lei, qualora Di Maio decida che è meglio anestetizzare il ritorno imminente di Di Battista precettando nuovi volti talebani.

RAZZISTI
Già all' indomani della decisione del governo di dare il via libera al Tap la senatrice aveva deciso di uscire dall' anonimato per attaccare il partito, sostenendo che «gli elettori grillini dovrebbero rincorrerci con i forconi». La Fattori rimprovera al Movimento tutto: l' alleanza con la Lega, la scelta di un premier non eletto, il condono fiscale, il sostegno alla politica sull' immigrazione di Salvini.

Un' abiura, solo che invece di trarne le conclusioni e andarsene lei, vuole epurare gli altri.
Non ci occuperemmo tanto a lungo della trascurabile persona della senatrice se le sue esternazioni non fossero la cartina di tornasole del Movimento, che vive di nemici e odio sociale. Oggi tocca a massoni e giornalisti, ieri a banche, ora invece omaggiate, e casta. Non è escluso che domani arrivi il turno perfino dei magistrati.

Le parole della Fattori su Paragone e Carelli rivelano quanto i grillini siano intimamente razzisti come quelle di Casalino su down, anziani, ebrei e rom, che non vanno giù al portavoce di Conte perché «hanno problemi e puzzano». Rocco dice che recitava, ma se fosse vero vorrebbe dire che ha sbagliato mestiere, tanto era convincente l' interpretazione.

I due sono in buona compagnia. Un paio di settimane fa la sindaca Raggi aveva accusato le romane scese a migliaia in piazza contro di lei di «sfoggiare borse da mille euro», come se fosse un peccato o questo non desse alle signore il diritto di protestare per la mala amministrazione di Virginia, la quale poi sfoggia pezzi di Hermes da duemila euro e si giustifica facendo dire al marito che sono taroccate. Due giorni fa Grillo, non proprio uno squattrinato, ha liquidato le 40mila persone che hanno sfilato a Torino contro la Appendino dicendo che sono solo dei «borghesucci aggressivi che negano i diritti della gente che lavora». Sono frasi che squalificano il Movimento, come se già non bastassero il decreto dignità e il reddito di cittadinanza.

ARRIVA IL TERRORE
Nella scorsa legislatura, con il partito giovane e all' opposizione, le epurazioni erano funzionali a costruire l' identità di quello che, oltre ai vaffa, era ancora un oggetto misterioso.

Oggi che il Movimento è approdato nella stanza dei bottoni, gli attacchi a Paragone e Carelli sono la spia che è iniziato il periodo del Terrore, come da perfetta tradizione giacobina. Prima si fanno rotolare le teste meno pensanti, poi le più estremiste, infine si arriverà allo scontro tra capi. Sarà uno spettacolo, perché lassù nessuno è più vergine. Non il neo giornalista Di Battista, che a quanto è dato sapere gira il mondo anche grazie ai proventi della sua attività di scribacchino, non il pubblicista in erba con condoni in famiglia Di Maio, che ora sta sperimentando altre vie per perdere la purezza, e neppure l' attore Casalino, il guru di internet Casaleggio, e giù a scendere.

di Pietro Senaldi

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