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Nessuno tocchi Apu (e no, i Simpsons non sono razzisti)

Nell’epoca del politicamente corretto a tutti i costi anche uno dei protagonisti de I Simpson può essere messo alla gogna perché sarebbe “un’accozzaglia di stereotipi razzisti”. Il personaggio in questione è Apu, un immigrato indiano di prima generazione che gestisce un supermercato aperto 24 ore al giorno, 7 giorni su 7 e spesso, in maniera truffaldina, vendendo merce in cattivo stato e correggendo a penna le date di scadenza.

Nell’alternativo universo dei Simpson è un personaggio che ha la sua collocazione precisa ed è nato per colpire un determinato contesto e per far ridere di tutte le anomalie che ne conseguono. Il suo doppiatore storico – l’attore comico Hank Azaria - ha dichiarato che non presterà più la sua voce per Apu e con molta probabilità questa scelta è dovuta anche alle feroci critiche che i benpensanti hanno scagliato contro questo cartone animato reo di essere razzista nei confronti degli indiani. Per precisione e contestualizzazione si tratta di una serie a cartoni animati che è una tagliente (in realtà sempre meno negli anni) parodia satirica della società e dello stile di vita americano. In passato l’esasperazione delle situazioni di vita semplice ha prodotto moltissime visioni del futuro che poi sono diventate il nostro presente.

Non è un caso che molte trovate siano state profetiche (una su tutte l’elezione di Trump come presidente) in quanto solo chi conosce bene la realtà quotidiana può proiettare per eccesso e avere dei segnali di quello che potrebbe avvenire. Homer, il protagonista, è la rappresentazione fisica - e gialla - dell’americano medio: obeso, pigro, alcolizzato, pessimo padre e marito, svogliato, che sogna un’esistenza piccolo borghese e la domenica mattina va a messa solo perché è obbligato a farlo. Uno stereotipo ipertrofico che fa ridere proprio perché è esagerato e ampiamente caratterizzato in tutti i suoi difetti grotteschi. Apu è la stessa cosa ma giocando sugli stereotipi di un immigrato indiano con tanti figli sul groppone e che lavora incessantemente tra una dea da venerare e un frappè iper zuccherato da vendere al primo bambino che gli darà una banconota. Gli indiani non sono così, non ci va una laurea in sociologia con un master in migrazione per capire che si tratta di un cartone animato che vuole far ridere partendo dalle percezioni errate che hanno gli uomini sugli altri uomini. La risata è provocata dall’attrito tra ciò che avviene veramente e quello che succede nell’immaginario di alcuni.

Nei Simpson anche gli italoamericani, gli scozzesi (che da noi sono doppiati con l’accento sardo), i poliziotti, le insegnanti, i religiosi sono trattati allo stesso modo: si gonfiano gli stereotipi per provocare una risata amara, a denti stretti. I Simpson sono stati (uso il tempo passato di proposito) un cattivissimo e bellissimo modo di vedere la nostra società e di mostrare tutte le crepe che ci sono nell’idea fittizia di un’esistenza perfetta. Tutte queste accuse sembrano un modo ipocrita per nascondere sotto il tappeto i reali problemi del mondo. Le persone non diventano razziste perché guardano I Simpson ma per tante altre ragioni che andrebbero combattute con battaglie mirate e con l’intelligente capacità di saper scindere il reale dall’immaginario. Il veto del politicamente corretto è diventato il moderno proibizionismo che tenta di pulire tutto con l’aspirapolvere del pensiero omologato, ma nel sottoscala di qualche posto fumoso e nascosto ci sarà sempre qualcuno che potrà ridere di una battuta senza sentirsi in colpa e il giorno dopo essere una brava persona con sani principi.

Non a caso gli spettacoli di stand-up comedy stanno vivendo la loro stagione più florida, perché si ride di quello di cui sembra proibito ridere. Anche il populismo estremo è figlio di questa censura preventiva, perché in maniera molto furba i politici che sguazzano negli umori viscerali del popolo fortificano la diffusione dei loro spot elettorali attraverso l’uso errato del politicamente scorretto e si rendono paladini di una libertà espressiva che utilizzano per i propri scopi, plasmando ancora di più la scelta di chi li segue e creando veri e propri cortocircuiti sociali. Il politicamente corretto a tutti i costi uccide il pensiero soggettivo, la capacità di scindere il reale dall’immaginario e il giusto dallo sbagliato, togliendo umanità anche a chi non è umano, lobotomizzandoci come automi sorridenti, senza però capire perché lo stiamo facendo.