Italy

Pd, Renzi parla di «fuoco amico». Ma apre alla cena a casa Calenda

«Basta con questa sindrome Tafazzi, non possiamo andare avanti così»: è un Matteo Renzi sconfortato dalla piega che sta prendendo il dibattito interno al suo partito quello che ieri commentava, al telefono con i fedelissimi, gli ultimi accadimenti. L’ex segretario vorrebbe che il Partito democratico si proiettasse all’esterno, «facendo opposizione dura», invece di ripiegarsi all’interno nello scambio di reciproche accuse tramite dichiarazioni, interviste e commenti sui social. Eppure c’è un tweet, tra i tanti di questi giorni, che non lo ha fatto saltare sulla sedia come gli altri. È quello con cui Calenda lo invita a cena con Paolo Gentiloni e Marco Minniti.

L’ex ministro aveva fissato l’appuntamento conviviale per martedì. Renzi tornerà da un viaggio in Cina solo giovedì, però ha fatto sapere a Calenda di essere disponibile all’incontro. Perciò la cena si farà, anche se in un giorno diverso. «Accadrà», dice soddisfatto Calenda, che è ben conscio dell’importanza di mettere insieme a tavola Gentiloni e Renzi i cui rapporti attualmente non sono affatto buoni. E anche l’ex segretario sa che quell’appuntamento può essere importante per svelenire il clima nel partito e arrivare a un congresso che non sia una mera resa dei conti tra chi vuole cancellare il renzismo e chi invece intende mantenere l’impostazione politica data dal leader prima di lasciare la guida del Partito democratico. Sembra essere invece piaciuta meno a Renzi l’uscita (non concordata) di Orfini sulla necessità di sciogliere il Pd. Non lo ha convinto, pur avendo capito che era, per ammissione del suo stesso autore, «una provocazione a fin di bene». Secondo i renziani è stata poco opportuna perché «tatticamente ha regalato un grande spazio d’azione a Zingaretti». Il quale, infatti, ne ha approfittato subito accusando Orfini e i renziani di non volere il congresso. Per questa ragione già ieri mattina il primo a dire che la proposta di Orfini non andava bene (pur non polemizzando con il presidente del Partito democratico che è uno dei maggiori alleati dei renziani) è stato Lorenzo Guerini.

Dal quartier generale dell’ex segretario si cercava di fugare ogni dubbio ed equivoco. «Del resto — ha ribadito ieri Renzi — noi non temiamo il congresso». E lo stesso Zingaretti, a dire il vero, sa bene che le assise nazionali si faranno. Maurizio Martina gli ha assicurato che la data esatta del congresso verrà ufficializzata dopo il 30 settembre, cioè dopo la grande manifestazione contro il governo che il Pd ha organizzato a Roma. Non è perciò quello, almeno al momento, a preoccupare il governatore del Lazio, ma è un altro sospetto a impensierirlo. Circola infatti con una certa insistenza l’ipotesi di fare un registro dei votanti prima delle primarie e questo, secondo gli uomini di Zingaretti, sarebbe un modo per escludere quei circoli cattolici e quegli ambienti di sinistra che non vogliono aderire al Partito democratico ma che sono pronti a votare per il presidente della Regione. Orfini comunque ha spiegato il senso della sua proposta, che non è sciogliere il partito: «Il Pd — ha detto ai suoi — è l’unica opposizione politica, ma l’opposizione sociale non è con noi e il rischio è che ci si rivolti contro. Perciò dobbiamo aprirci, proporre agli esponenti più significativi della società civile di andare insieme alle europee invece di occuparci della riconfigurazione degli equilibri interni al partito. Altrimenti il rischio è di prendere il 16% e di suonare veramente le campane a morto».

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