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Italy

“Per noi che eravamo sul Morandi saranno sempre le 11.36”

GENOVA - "C'è tutto il brutto e tutto il bello possibile", nel racconto che fa della tragedia di ponte Morandi "Genova ore 11,36", il nuovo docufilm dedicato al crollo che un anno e un mese fa sconvolse il mondo. Gianluca Ardini, il ventinovenne genovese che sotto il diluvio del 14 agosto 2018 rimase appeso nel vuoto per quattro ore, aggrappato alle lamiere del suo furgone sopra un inferno in terra fatto di morti e macerie, lo fa notare mentre si rivede per la prima volta nelle immagini inedite del film. "C'è l'orrore ma ci sono anche vite che proseguono", sospira. È per questo che ha accettato "di raccontarmi da protagonista, nonostante il trauma", per questo - anticipa - sarà in prima fila questa sera nel teatro genovese in cui il documentario (in prima visione su Rai3 alle 21,20 di domani) sarà proiettato in anteprima.

"Ogni pensiero a quel giorno è come una cicatrice che si riapre, ma chi è rimasto in qualche modo deve andare avanti - dice, lo sguardo fisso sullo schermo - e sento il bisogno di farmi in qualche modo testimone, della sete di giustizia come della voglia di ripartire. Mio figlio Pietro ha appena compiuto un anno, mi ha salvato la vita nel crollo quando neanche era nato e continua a farlo ogni giorno".

Prodotto da 42° Parallelo insieme a RaiCinema, il nuovo lavoro dedicato al Morandi ("non fiction film", lo definiscono gli autori Giorgio Nerone, Fabrizia Midulla e Fabio Emilio Torsello) è del resto la ricostruzione del disastro più assurdo attraverso l'intreccio di vite, storie, uomini e donne comuni. Un inno alla vita nel nome delle vittime, una moderna Spoon River del Polcevera fatta di interviste e filmini di famiglia, le immagini lontane di chi non c'è più e le testimonianze sofferte "di chi è rimasto in vita per puro caso, e si sente in colpa senza sapere se e chi ringraziare". Così ammette Ardini davanti alle immagini di ricordi felici di Luigi Matti Altadonna, il collega ucciso dal crollo che al momento in cui ha ceduto l'asfalto era in auto con lui, "al posto del guidatore, dove avrei dovuto essere io".

Un anno dopo, mentre procede la costruzione del nuovo viadotto, il crollo per Ardini è insieme passato e presente. Il rumore della pioggia, che in "Genova ore 11,36" pare senza fine, "mi perseguita, anche se mi ha tenuto vigile durante le 4 ore più lunghe della mia vita - spiega - così come mi terrorizza veder passare un furgone o sentire una sirena". Del suo 14 agosto, del resto, "mi ricordo tutto: l'asfalto che inizia a creparsi, la strada che si deforma, il vuoto che ci inghiotte. Poi il dolore per la cintura che mi lacera il braccio, l'acqua in faccia, gli occhi del primo soccorritore". Ora però c'è il futuro: un lavoro da ritrovare e "tutta la mia vita". Se al film ha accettato di contribuire "anche per rispetto delle 43 vittime di questa vergogna, perché io ho potuto scegliere di farlo e loro no", nella sua seconda vita si è riscoperto "più sensibile, capace di apprezzare le piccole cose del quotidiano, quello che era normalità e ora è pura meraviglia".

Nel film cui non avrebbe "mai voluto partecipare" c'è anche la prima cullata a suo figlio, "pochi giorni dopo il parto a cui non ho potuto assistere, motivo in più per odiare quel maledetto ponte". "Pietro è un bambino come gli altri, però è il mio", si ascolta dire in video, e riscopre un sorriso inaspettato. "Quando è stato girato il documentario era piccolo, ora è inarrestabile e faticoso quanto montare una cucina, il lavoro che facevo prima. Ma è ancora la mia migliore medicina".

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