logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo
star Bookmark: Tag Tag Tag Tag Tag
Italy

«Qui va bene». E morì nel campo di lavoro

È deceduto pochi mesi prima della conclusione del secondo conflitto mondiale tra gli stenti e le sofferenze nel campo di lavoro forzato di Gelsen Kirchen, nella Renania settentrionale, in Germania, dopo aver lavorato in una ditta siderurgica per più di dieci ore al giorno, al limite della sopravvivenza.

Ha terminato la sua vita da prigioniero, accanto alle centinaia di compagni che ogni giorno soccombevano per tifo, polmonite, tubercolosi, dissenteria, sfinimento. La sua colpa? Essere un alpino del Battaglione Intra, che non aveva voluto passare dalla parte tedesca, nemica, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.

Oggi, lunedì 24 settembre, alle 10 nella chiesa parrocchiale di San Michele, ci saranno i tanti nipoti e pronipoti ad accogliere le spoglie di Dante Buzzi, classe 1918, che rientrano in patria dopo ben 73 anni.

I genitori, Giuseppe e Anna Giulia Rovera, oltre al dolore per la morte del figlio, avevano vissuto anche quello di non poterlo vedere riposare nel cimitero del paese.

Poi tutto è iniziato il 25 aprile del 2017 grazie a una figura-chiave, rappresentata da Cesare Sgherbini, presidente dell’Anpi di Gavirate, da anni ricercatore di documenti che riguardano i militi non più tornati.

Nel discorso tenuto in occasione del giorno della Liberazione a Voltorre, ha ricordato la figura di Dante. Tra il pubblico era presente la nipote Clarita e su sua richiesta è iniziata, da parte di Sgherbini, la ricerca del luogo dove si trovavano le spoglie.

Dante era calzolaio e abitava con la sua famiglia, tre sorelle e tre fratelli, in piazza Chiostro al civico 1. Richiamato nel 1939, fece parte del 4° Reggimento Alpini Battaglione Intra, 24^ Compagnia.

Passò al Battaglione Valtoce, 243^ Compagnia, per poi ritornare al Battaglione iniziale. Combatté in Albania a Durazzo, poi nel 1941 rientrò a Bari per ripartire alla volta della Croazia.

Qui lo colse l’armistizio e tutto il suo Battaglione decise la resistenza ai tedeschi.

Catturato in Montenegro dopo uno scontro con i nazisti, fu inviato nello Stalag 6/4 nella cittadina di Hemer assieme ad altri 1.500 militari italiani. Poi nel campo satellite di Gelsen dove il lavoro divenne sempre più bestiale a fronte di una ciotola di zuppa di miglio e di una pagnotta fatta di paglia e farina di ghiande da dividere con nove compagni di sventura.

La fine sopraggiunse il 29 gennaio 1945.

Venne seppellito nel cimitero cattolico, campo 106, fila 3, tomba numero 23. Poi nel 1955, il cimitero fu smobilitato e la salma di Dante fu trasferita ad Amburgo, nel cimitero italiano d’onore, riquadro 1, fila W, tomba numero 2. Ed è lì che è stata esumata, trasferita in Italia giovedì scorso mediante ferrovia e consegnata al Comando Militare di Milano.

Nel 1952 Dante, in un documento della Presidenza del Consiglio dei Ministri consegnato alla famiglia, venne riconosciuto partigiano combattente.

«Carissimi genitori - scrisse in una cartolina militare dell’11 dicembre 1943 - la mia salute è sempre ottima».

La censura impediva di scrivere le note dolenti. Infatti aggiunse: «Guardate di interessarvi: si può spedire due pacchi al mese di 5 kg. Mettete “mangeria“, pane biscottato». Sulla missiva era stampato: «Non riferite mai, a voce o per iscritto, notizie che riguardano il vostro servizio. Tacete con tutti: anche con i vostri cari».

E Dante, ubbidiente, scrisse sotto: «Va bene».

© Riproduzione Riservata

Themes
ICO