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Senza di loro nulla ha senso La felicità fa rima con fatica

«S e hai bisogno di questo lavoro per avere una vita, allora hai bisogno di un nuovo lavoro. E di una nuova vita». L'argomento è un altro, il senso è lo stesso: è sempre deleterio legare la propria esistenza a un solo scopo, a una sola missione, a un unico affetto. Senza considerare il senso di «soffoco» che si rischierebbe di provocare in quell'unico affetto, perché è estenuante essere il centro dell'universo di qualcuno. Ognuno dovrebbe essere centrato, autobastevole, equidistante. Ognuno dovrebbe salvarsi da solo, non farsi fagocitare da cause, scrivanie o rapporti e dovrebbe mantenere interazioni sane. In questo modo la felicità sarebbe il risultato di un armonioso connubio di fattori, e l'infelicità non sarebbe ascrivibile a qualcuno o a qualcosa.

Tutto bene. Lo abbiamo pensato anche noi per un tratto considerevole della nostra vita (più o meno quello esplorato dalla ricerca Eurispes). Poi, abbiamo avuto un figlio. E i nove mesi di gestazione ci sono serviti, anche, per accomodarci in tutti i clichè che sino ad allora avevamo sentito e aborrito. Perché la saggezza delle «felicità separate», dell'armonioso connubio dei fattori, della diversificazione degli affetti, smette di valere davanti a un figlio. Un figlio è l'unica variabile sulla quale puoi investire tutto senza che nessuno te lo possa rinfacciare. Ed è esattamente così che accade, anche per chi si sentiva la cosa più distante da un genitore fino a qualche mese prima. Con un figlio, la vita si biforca bruscamente tra prima e dopo. E il prima, perde inevitabilmente di senso perché pensarsi senza un figlio, dopo averne avuto uno, è banalmente impossibile. Sarebbe come se ci chiudessero l'orizzonte. Perché siamo in grado di essere ciò che siamo sempre stati anche senza il nostro lavoro, o senza il nostro grande amore, ma non possiamo tornare ad essere ciò che eravamo prima di avere un figlio.

Il prima e il dopo. E non lo sappiamo se la felicità la si senta sempre, ogni giorno, in ogni momento. E non siamo in grado di spiegare come resista assieme alla fatica, all'apprensione o al sacrificio. Non sempre la felicità è la fitta che vince, la carezza che prevale. Ma è il senso sotteso di avere finalmente senso a metterci in pace. Il sollievo di diventare marginali, secondari, relativi, per qualcuno che è davvero qualcosa di importante. Qualcuno per cui vale la pena impegnarsi a vivere. Non è che prima non ci bastassimo, ma arrivavamo solo fino a un certo punto, pensando a noi. Non sapevamo come continuare. Poi abbiamo avuto un figlio. E nemmeno noi lo sapevamo, tra i diciotto e i trent'anni. Ma poi lo abbiamo capito che la vita, senza questa magia sarebbe solo un grande spavento.

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