Italy

Trieste, il rogo del Narodni dom e le foibe: il giorno storico del ricordo

Una terra schiacciata da vecchie violenze e rancori mai rimarginati. Un avamposto conteso e perciò sempre mobile. Una «periferia insicura», insomma, come l’ha definita lo storico Giampaolo Valdevit. Per dire che cosa è stata la capitale del nostro estremo nord est nel secolo scorso basterebbe pensare alle sette bandiere che la gente ha visto issare nei suoi palazzi pubblici tra il 1914 e il 1954: l’austroungarica e la sabauda, quella del Reich hitleriano e la jugoslava, la britannica e l’americana fino al ricongiungimento con l’Italia e al ritorno del nostro tricolore in piazza Unità.

Bisogna ripensare alla tragica contabilità delle vittime di questa lunga sequenza di occupazioni e rioccupazioni — e ci interessano quelle a cavallo tra il protofascismo mussoliniano cui reagì il nazionalismo comunista di Tito — per comprendere il forte valore simbolico dell’incontro di lunedì 13 luglio a Trieste tra i presidenti d’Italia e Slovenia, Sergio Mattarella e Borut Pahor. I due capi di Stato, che già si sono visti in numerose occasioni, saldando un’amicizia nel segno dell’Unità europea, per la prima volta onoreranno insieme (ecco la novità assoluta) i morti italiani delle foibe e i martiri della repressione italiana nei confronti della minoranza slava.

La tappa d’esordio del percorso di riconciliazione sarà a Basovizza, a pochi chilometri dalla città, sull’altopiano del Carso. Mattarella e Pahor (primo statista della dissolta ex Jugoslavia a compiere un simile gesto) andranno a deporre insieme una corona davanti alla lastra di bronzo che copre l’accesso a un pozzo minerario profondo più di duecento metri, una delle infinite cavità più o meno simili nella zona, dentro il quale fra il 1943 e il ’45 i partigiani jugoslavi scaraventarono duemila fra militari e civili nostri connazionali. «Infoibati», stando al crudo neologismo coniato nel dopoguerra. Si fermeranno poi a poca distanza, all’ex poligono, davanti al cippo che ricorda quattro giovani antifascisti slavi condannati dal Tribunale speciale del regime e qui fucilati nel 1930. Non basta. Altro momento chiave sarà la firma del protocollo per il passaggio della proprietà del Narodni Dom, luogo emblematico dell’identità slovena triestina e dell’ascesa economica della sua borghesia all’alba del secolo scorso, a una fondazione costituita dalle associazioni che rappresentano appunto quella minoranza. Era, testualmente, la «casa del popolo», sede di un’omonima società culturale costituita ai primi del Novecento e ospitata all’interno di un palazzo art nouveau in cui avevano sede pure l’Hotel Balkan, un caffè, una sala teatrale, una banca e alcuni uffici.

Fu distrutto il 13 luglio 1920 da un incendio appiccato dalle primissime avanguardie squadriste e fasciste all’opera nel Paese. Fu una ferita insanabile. Anche perché rappresentò il drammatico incipit di una catena di altri roghi e pogrom (accompagnati dal divieto di usare la lingua slovena e dalla chiusura di scuole e attività culturali e sportive della comunità slovena) messi in cantiere dagli strateghi di Mussolini per cancellare quell’identità e imporre la supremazia della nostra. Il prezzo di sangue e di umiliazioni pagato da ambo le parti dopo di allora, e costato anche l’esodo di 350 mila italiani d’Istria e Dalmazia quando il fascismo fu sconfitto e sull’altra sponda dell’Adriatico s’impose il comunismo titoista, ha innescato risentimenti tenaci e tutt’altro che sterilizzati. Che hanno tenuto i triestini ostaggio di memorie selettive. Ciascuno prigioniero della propria e in attesa di un risarcimento almeno morale.

Lo dimostrano malumori e polemiche della vigilia, rinfocolati anche dal risorgente vento sovranista (oggi i nazionalismi esasperati li qualifichiamo così) che affiora in Italia come in Slovenia. Certo, né Mattarella né Pahor si illudono che la riconciliazione sia quassù un processo facile e breve. Il nostro presidente, in particolare, si muove sulla strada imboccata dal predecessore Giorgio Napolitano fin dal 2010, quando riuscì a convocare a Trieste un vertice trilaterale con i colleghi sloveno e croato, Danilo Turk e Ivo Josipovic, nato sull’idea di un concerto voluto da Riccardo Muti, «per smetterla di coltivare il passato e guardare avanti».

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