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Turchia, Ceren: accoltellata a 20 anni mentre tornava a casa. È la 390esima donna uccisa dall'inizio dell'anno

IL volto di Ceren Ozdemir è bello, giovane, fresco. Le sue gambe fini e allenate. Sono quelle di una ballerina classica. Le foto, sui profili social, quelle di una ragazza di vent'anni di oggi. Ceren l'altro giorno è stata uccisa, brutalmente, a Ordu, sul Mar Nero, in Turchia.

Era sul portone di casa. E nulla spiega questo delitto, l'ennesimo femminicidio in cui Paese governato da ultraconservatori religiosi in lotta con i laici, se non l'ignoranza e l'arretratezza culturale. Oltre alla mafiosità, che spinge i maschi, talvolta della stessa famiglia in queste latitudini, a eliminare cinicamente persino i propri congiunti.

Ceren, iscritta al terzo anno del dipartimento di arte, musica e spettacolo dell'Università di Ordu, è stata accoltellata mentre rientrava da una lezione di danza. La sorella l'ha sentita suonare al campanello. Quando, preoccupata, senza vederla rientrare è scesa per strada, l'ha trovata in una pozza di sangue. Inutili i soccorsi e l'intervento dell'ambulanza. Ceren è morta in ospedale subito dopo il ricovero.

Ora, mentre i video a circuito chiuso delle telecamere nel complesso residenziale dove la ragazza abitava sono messi al setaccio, la prefettura locale ha dichiarato l'arresto di un sospetto. All'Università di Ordu c'è sgomento e paura fra gli studenti e i compagni di corso della ragazza, ricordata anche dal rettore Ali Akdogan.

Il suo è infatti il femminicidio numero 390 dall'inizio dell'anno. E la Turchia più civile adesso è sdegnata, scatena polemiche, scende in piazza e punta il dito sulle arretratezze di alcune zone del Paese e di certa parte della classe dirigente. La Piattaforma contro la violenza sulle donne in Turchia (Kadin Cinayeti durduracagiz platformu) segnala che sono ormai quasi quattrocento le donne uccise per mano di uomini, superando le 337 uccise nel 2018.

Numeri e dati purtroppo in aumento costante: nel 2017 furono 347 le donne uccise, nel 2016 ben 279, e nel 2015 293. La Piattaforma, che riunisce molti organismi legati alla difesa dai femminicidi, è ora alla ricerca di sistemi più efficaci per arginare il fenomeno, e adatti a tutelare chi è vittima di minacce, stalking, violenze domestica e maltrattamenti.

Segnali, in Turchia, troppo spesso ignorati o sottovalutati dalle istituzioni e dalle forze dell'ordine. E nella maggior parte dei casi attuati criminalmente addirittura dalle famiglie: con mariti, ex mariti, fidanzati o ex fidanzati, e sempre più spesso dai fratelli, per salvare "l'onore della famiglia e del proprio nome".

Oggi, a sperare in un cambiamento di mentalità nella società arriva il giorno dopo l'omicidio di Ceren la condanna all'ergastolo, da parte di un tribunale turco, di un uomo, Cagatay Aksu, e a 18 anni e 9 mesi di un suo complice, Berk Akand. Accusati entrambi per lo stupro e la morte di Sule Cet, Studentessa universitaria, 23 anni, nel maggio del 2018 precipitò dal ventesimo piano di un grattacielo ad Ankara, dopo aver subito una violenza sessuale.

Le prime indagini condotte dalla polizia parlavano di suicidio. Poi, quando non vennero trovate le sue impronti digitali sulle finestre e l'autopsia svelò i segni dello stupro, i due vennero arrestati. Un processo, quello per Sule, diventato un simbolo in Turchia a favore della lotta contro la violenza sulle donne. Nella capitale turca, attiviste presenti fuori dall'aula hanno accolto la sentenza con applausi, brandendo le foto di Sule. Sull'altro lato della strada, i parenti di Aksu e Akand hanno parlato di verdetto politicamente motivato.

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