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Baldisseri: il Sinodo sull’Amazzonia? Nessun preludio ad abolizione del celibato e sacerdozio femminile 

Ma allora questo Sinodo sull’Amazzonia sarà un “cavallo di Troia” per avanzare proposte rivoluzionarie nella Chiesa come l’abolizione del celibato e il sacerdozio femminile? «Smentisco assolutamente. Tutto quello che è la dottrina, l’essenza, rimane invariato. Il resto si può studiare o anche inventare». Il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale della Segreteria del Sinodo dei vescovi, prova a mettere a tacere le polemiche che - già con largo anticipo - accompagnano l’assise dei prossimi 6-27 ottobre dedicato alle regioni pan-amazzoniche. 

Presentando in Sala Stampa vaticana l’Instrumentum laboris, il documento guida per le discussioni dei padri sinodali, il porporato - affiancato al banco dei relatori da monsignor Fabio Fabene, sotto-segretario del Sinodo dei Vescovi; e padre Humberto Miguel Yáñez, ordinario di Teologia Morale presso la Gregoriana - si è trovato a discutere con i giornalisti due punti in particolare del testo che hanno attirato l’attenzione generale: il 129 dedicato, appunto, ai nuovi ministeri: dai viri probati (espressione che, tuttavia, non compare nemmeno una volta nelle centotrentuno pagine dell’Instrumentum) alle donne; e il punto 127 in cui si chiede di «riconsiderare» l’idea che l’esercizio della giurisdizione sia collegato in tutti gli ambiti (sacramentale, giudiziario, amministrativo) e in modo permanente al Sacramento dell’Ordine. In sostanza di scollegare il potere di governo dalla ordinazione sacra. 

Cambierà qualcosa, quindi? L’autorità sarà del vescovo o, ad esempio, di un consiglio di saggi?

«La domanda è comprensibile, su questo punto c’è da studiare molto: è un problema di carattere dottrinale e non solo disciplinare. Si parla di munus, sono tre i munera - santificandi, docendi e regendi - inscindibili come tali. Non si può dare solo una risposta del tipo: bene, dò il potere di santificare ed escludo il resto. Da un punto di vista di decisione finale, in quanto all’opportunità, il Papa quando ordina un sacerdote o un vescovo dà i tre munera. Poi potrebbe anche dire: uno dei tre, lei non può esercitarlo. Ma l’esercizio è una cosa, invece il dare la sacramentalità come tale è un’altra. L’autorità di governo è un discorso che va studiato ancora. Se ne sta tenendo conto in questi tempi. C’è un passo avanti nel considerare certe funzioni che non sono legate al sacramento dell’ordine».

Questa riflessione vale per tutta la Chiesa universale?

«Ci tengo a precisare che stiamo parlando di un Sinodo a carattere speciale, incentrato su una specifica regione che ha delle specifiche tematiche e necessità. Oltre a questo bisogna ricordare che l’Instrumentum laboris presentato oggi non è un documento definitivo, ma il frutto della raccolta di voci e di proposte che la gente, il popolo, ci ha offerto. C’è stato un processo di ascolto molto lungo, siamo a quasi due anni: l’Instrumentum laboris è la raccolta di tutte queste domande. E la risposta la daranno i padri sinodali che affronteranno tutto quello che è contenuto nel documento. In esso, tra l’altro, va evidenziato il riferimento alla Evangelii gaudium e alla Laudato si’ che al loro interno contengono riferimenti ai padri della Chiesa, alle Scritture, ai magisteri dei precedenti pontificati».

Secondo lei questi spunti sui “nuovi cammini” che emergeranno durante il Sinodo - come ad esempio la possibilità di ordinazione sacerdotale di uomini con famiglie costituite - potrebbero essere raccolti, piuttosto che da territori che vivono situazioni simili come le Isole del Pacifico o il Congo, da Paesi come la Germania? I vescovi tedeschi si riuniranno presto per un sinodo nazionale in cui si prevede, tra gli altri, un dibattito sul celibato… 

«Chiaro che tutto questo ha una ripercussione a livello universale, perché la Chiesa è universale. L’importante è capire che la Chiesa non è una sfera monolitica ma, come dice il Santo Padre, un poliedro. C’è un pluralismo, ma tutto deve ricondursi all’unità sempre nella diversità. Ci sono regioni speciali, con situazioni totalmente differenti, il contesto storico geografico della Germania è tutt’altro rispetto a quello dell’Amazzonia… In ogni caso tutto quello che non tocca la dottrina come tale, il preciso messaggio evangelico, può essere in qualche modo studiato e adattato ai tempi, ai luoghi, alle circostanze».

Nell’Istrumentum si parla di ministero per le donne. Lei che ha conosciuto questi luoghi da vicini potrebbe fare un esempio di un ruolo che le donne potrebbero svolgere concretamente?

«La presenza femminile è fondamentale, sia nell’ambito della vita consacrata che nell’ambito stesso della popolazione indigena locale. Alcune donne hanno già ruoli importanti, ad esempio come catechiste. In questo caso quello che ci è richiesto è di studiare l’attribuzione di un ministero ufficiale. Esistono già l’accolitato e il lettorato che non sono parte del sacramento dell’Ordine, il quale comincia con il diaconato. Sono ministeri che non toccano il sacramento, vedremo cosa ci sarà proposto. Si parla anche di “inventare” altri ministeri. Perché no? Io non ho idea ma, ad esempio, si parla tanto di ecologia che è vero che è un tema civile, ma tocca tutti noi… Ribadisco: tutto ciò che non tocca la struttura, l’essenza, può essere modificato, inventato. Come nella liturgia! Pensiamo al campo della musica: prima c’era solo il canto gregoriano, poi sono venuti gli inni, poi i canti di Sant’Alfonso, i canti popolari e sono entrati nella para-liturgia e anche nella liturgia».

Lei parlava di una rappresentanza di una ventina di indigeni che parteciperà all’assemblea sinodale. Con quale criterio sono stati scelti?

«Abbiamo chiesto alla Repam, la Rete ecclesiale panamazzonica che ci sta dando un grande aiuto nella preparazione del Sinodo, di sceglierli nelle nove circoscrizioni pan-amazzoniche. Vediamo, siamo aperti ad ogni proposta».

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