logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo
star Bookmark: Tag Tag Tag Tag Tag
Holy See

I vescovi del Sud Sudan nel più grande campo profughi del mondo 

Nel corso della visita ad limina dello scorso settembre, il Papa aveva esplicitamente chiesto ai vescovi di Sudan e Sud Sudan di avere una attenzione speciale per i milioni di profughi loro concittadini, dislocati nei Paesi confinanti o sfollati internamente. Francesco, che segue la situazione del Sud Sudan con particolare interesse, ha fortemente sollecitato la Conferenza episcopale a rendere la Chiesa viva tra i rifugiati, farla divenire una presenza costante in mezzo a loro. Tornati a casa, i vescovi hanno voluto dare immediatamente seguito all’invito papale. Hanno organizzato una visita nel campo profughi di Bid Bidi, estremo lembo nord-ovest dell’Uganda, il più grande insediamento al mondo: 282.000 sfollati, in stragrande maggioranza sud sudanesi, sistemati in alloggi di fortuna in un’area di 230 chilometri quadrati.  

LEGGI ANCHE - Uganda, la missione dei comboniani nel più grande campo profughi al mondo 

Un evento eccezionale, che ha visto la partecipazione di tutta la conferenza episcopale del Sudan e Sud Sudan e che ha permesso a tutta la gerarchia ecclesiastica di condividere la vita quotidiana nel campo per sei giorni. Colpiti dalla drammatica situazione, i vescovi, dopo aver deciso una serie di interventi, hanno colto l’occasione per un forte richiamo alla politica perché l’accordo di pace siglato appena un mese fa regga e il Sud Sudan torni a quella calma che permetterebbe a milioni di fuggitivi di far ritorno alle proprie case. A Vatican Insider la voce di monsignor Hiiboro Kussala, vescovo della diocesi del Sud Sudan di di Tombura-Yambio, e presidente della Conferenza episcopale. 

Eccellenza, come è maturata la decisione? 

«Come Conferenza episcopale, non eravamo mai andati a visitare i campi profughi dove risiedono tantissimi nostri fedeli. Prima di questa visita, solo io e i vescovi di Malakal (Sud Sudan) e di El Obeid (Sudan) eravamo entrati in un campo profughi, ma solo per poco tempo. Questa volta abbiamo voluto esserci tutti e prenderci del tempo per incontrare, parlare, amministrare i sacramenti, condividere con questi nostri fratelli e sorelle che vivono una fase molto dura della loro esistenza. Siamo rimasti quasi una settimana e abbiamo manifestato loro tutta la nostra vicinanza. L’invito del Papa era stato dirompente, non potevamo lasciarlo cadere e abbiamo deciso di raccoglierlo immediatamente: appena tornati da Roma a metà settembre abbiamo organizzato e realizzato la visita a Bidi Bidi». 

Che umanità avete incontrato? 

«Una umanità sofferente. Nel campo mancano tante cose, manca il cibo, la gente riceve razioni dagli organismi internazionali ma non sono mai abbastanza. Si nutre di manioca, granturco, un po’ di olio, ma ha costantemente grosse difficoltà; nel campo, poi, si rimane per anni, la maggioranza dei profughi è lì dal 2014, qualche mese dopo lo scoppio della guerra civile. Non esiste alcuna possibilità di attività economica, commercio o lavoro, la gente, quindi, vive di aiuti, e conduce una vita di sussistenze precaria, che non lascia immaginare un futuro migliore. Io, ho voluto esprimere loro una parola di speranza, gli ho detto che quella condizione non è per sempre, che non è l’ultima parola della loro vita. Ma lo scoramento è tanto. Proprio per questo abbiamo ritenuto necessario rendere vivo l’invito del Papa e andare a fargli visita: è stato come dirgli “La Chiesa è con voi, soffre con voi”. Ci siamo commossi al racconto di alcune donne che hanno perso tutto e non hanno notizie dei figli, i mariti. Di uomini che accudiscono i figli senza più sapere che fine abbiano fatto le loro mogli. Alcuni poi hanno paura a tornare perché temono ritorsioni. Nel corso della visita, abbiamo raccolto molte lacrime». 

Come hanno accolto la notizia dell’accordo di pace per il Sud Sudan? 

«Le devo dire che non sono molto fiduciosi. Hanno visto tanti accordi fallire dopo poco tempo e temono sia l’ennesima beffa. Fortunatamente questa volta la tregua sta reggendo e l’accordo appare più solido, però loro non si fidano delle parti che hanno firmato, governo e opposizione e io li capisco. D’altra parte in Paese, girano ancora tante armi, e firmare la pace non basta. Bisogna cominciare da subito a pensare alla ricostruzione, a fornire sostegno psico-sociale ai tanti giovani, alle donne, gli uomini cresciuti nella guerra e traumatizzati. Da noi, molti ragazzi non si comportano più come farebbero dei giovani normali, sono cresciuti nell’odio e nella paura. Ci sono molte vedove, molti orfani. La Chiesa ha molto da fare nella sua missione per creare riconciliazione, perdono, fiducia».  

Il 5 ottobre scorso lei ha lanciato un appello accorato a tutte le parti perché l’accordo sia rispettato, la tregua regga, la pace finalmente si stabilisca in Sud Sudan, che risposte ha avuto? 

«Io sono convinto che come Chiesa non dobbiamo mai smettere di parlare col governo e con l’opposizione. Dobbiamo essere presenti nel contesto politico e sollecitare tutti al rispetto dell’accordo: da quello dipendono tante cose, la vita dei profughi, gli sfollati, la sofferenza economica di un intero Paese. Qui la vita è molto dura e non possiamo farci sfuggire questa storica occasione. Per questo io e i vescovi ripetiamo costantemente appelli a tutti. Li mandiamo ai giornali, ai partiti politici, alla società civile e siamo confortati nel vedere che la pace regge, il cessate il fuoco non è stato sostanzialmente violato. Ma è ora che dobbiamo fare ogni sforzo per salvare questo accordo. Ci rivolgiamo alla comunità internazionale, alla UE, all’Onu perché si facciano garanti neutrali e non lascino la responsabilità solo a Uganda e Sudan (l’accordo è stato firmato sotto il patrocinio dei due Stati confinanti, ma dati gli interessi che i due Paesi hanno nell’area, sarebbe rischioso farli rimanere unici garanti, ndr). Il fatto che i nostri appelli siano stati in genere apprezzati da tutti e che nessuno li abbia percepiti come contrari o ostili, mi fa davvero ben sperare per il futuro.» 

Themes
ICO