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Holy See

Il Centrafrica nel vortice della violenza, il cardinale di Bangui: l’accordo di pace unica speranza 

Il Centrafrica è una delle peggiori crisi umanitarie al mondo. Nonostante la sigla a Khartoum, lo scorso febbraio, di un accordo di pace che prevedeva tregua e disarmo, il Paese fatica a uscire dal vortice di violenza e morte in cui è sprofondato da almeno un quinquennio. Nella terribile lista degli Stati più colpiti dal fenomeno dei profughi costretti a fuggire per scontri, conflitti o problemi sociali connessi a instabilità politica, la Repubblica Centrafricana occupa il poco invidiabile terzo posto, peggio di lei solo Camerun e Congo. 

Lo scorso 22 maggio, al culmine di un periodo di grossi scontri e recrudescenza del conflitto che insanguina il Paese dal 2013, ha vissuto uno dei momenti più tristi della sua storia recente: in tre villaggi della zona di Paoua, al confine con il Ciad, sono stati perpetrati massacri che hanno fatto 34 morti e cinque feriti. La Chiesa, colpita duramente anche di recente (il 20 maggio è stata uccisa suor Ines Nieves Sancho, della comunità delle Figlie di Gesù, nella zona di Berberati), continua incessantemente a richiamare al dialogo e intensifica gli sforzi per ritornare ai principi dell’accordo. Raggiunto al telefono da Vatican Insider, il cardinale Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui, spiega così il difficile momento.

Eminenza, gli accordi di Khartoum firmati a febbraio dal governo e da 14 leader ribelli sono a rischio?

«È un periodo davvero difficile per il mio Paese che deve affrontare moltissimi problemi. Al momento, a Bangui, la situazione è calma anche se giungono notizie di nuovi scontri in altre zone. Ma al di là della violenza, tutti i miei concittadini devono capire che l’ accordo di Khartoum è l’unica soluzione possibile, non ve ne sono altre. È un accordo di tutti i centrafricani e ognuno di noi deve fare di tutto perché venga rispettato. La gente si aspetta molto da quel negoziato di febbraio, è un vero motivo di speranza perché qui c’è un’enorme attesa di pace, la popolazione non ne può davvero più della guerra. Di recente abbiamo vissuto momenti drammatici che hanno portato alla morte di tanti nostri fratelli e nostre sorelle. Certamente bisogna condannare gli atti di violenza e trovare i responsabili per assicurarli alla giustizia. Ma non possiamo permetterci di mettere l’accordo a rischio, non si può tornare indietro, perché se si interrompesse definitivamente l’accordo di pace, i ribelli riprenderebbero con più forza i loro attacchi. Mantenere questa rotta perché è l’unica speranza».

Il gruppo autore delle ultimi stragi sembra essere il “3R”, che è uno dei 14 firmatari dell’accordo. Il leader, Sidiki Abass, si è impegnato ad assicurare alla giustizia gli autori dell’eccidio e a smantellare i suoi arsenali, lo farà? 

«Abass, il capo della “3R”, ha detto che consegnerà i responsabili delle stragi alle autorità competenti ma bisogna continuare a fare pressioni su di lui perché lo faccia al più presto. I violenti devono rispondere dei loro atti e allo stesso tempo il loro leader deve essere in grado di controllare i propri uomini. Da ciò che risulta, la formazione potrebbe ancora avere altre armi. Ci aspettiamo che collabori e favorisca il percorso verso la pace».

Quali sono al momento i problemi principali del Paese? 

«Il primo, grande problema è la sicurezza senza la quale è impensabile ristabilire la pace. Finché non ci saranno pace e un po’ di sicurezza, non ci sarà sviluppo, i ragazzi non potranno andare a scuola, le persone che necessitano cure non potranno riceverle, nessuno potrà svolgere le proprie attività con tranquillità. Poi, abbiamo tanto bisogno di buon governo e di una lotta senza quartiere alla corruzione, al nepotismo. Dico spesso che a ciò, però, non devono pensare solo i politici, tutti debbono contribuire a questo nuovo corso, a una diversa gestione dello Stato, chi sta al potere e chi non. Tutti dobbiamo condividere e non essere solo spettatori per contribuire veramente al buon governo. In un certo senso siamo tutti chiamati a sederci attorno al tavolo della negoziazione».

La Chiesa è da sempre in prima linea nel favorire il dialogo, nel sostenere le vittime e la popolazione civile, come sta agendo al momento per far valere i principi dell’accordo e far tornare il Paese alla normalità?

«La Chiesa ha un ruolo cruciale nel sensibilizzare i cittadini e nel favorire la consapevolezza che la risposta alla violenza non è la violenza, che la tentazione di ricorrere alla vendetta non è la giusta via da percorrere. Attraverso la Commissione Giustizia e Pace, poi, la Chiesa ha giocato un ruolo di verità: ha scelto di dire le cose come stanno, porre alla luce alcuni piani machiavellici di forze che non vogliono la pace, essere la voce dei senza voce. Ha anche avuto un ruolo come negoziatrice in varie occasioni. Di recente io stesso sono andato nella zona nord-orientale del Paese, al confine col Sudan, per incontrare i ribelli. L’incontro è stato molto proficuo, i ribelli mi hanno ringraziato. La Chiesa assume un compito veramente politico e gioca un ruolo cruciale nel calmare le acque, nel ricercare di placare gli animi. Perché la pace è l’unico modo per costruire la società e la Chiesa stessa, la quale, come madre di tutti i suoi figli, mira principalmente a diffondere la pace attraverso di loro». 

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