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Holy See

Il Papa: l’obiezione di coscienza va praticata con rispetto 

La scelta dell’obiezione di coscienza, nei casi estremi in cui sia messa in pericolo l’integrità della vita umana, «va compiuta con rispetto, perché non diventi motivo di disprezzo o di orgoglio ciò che deve essere fatto con umiltà»: lo ha sottolineato papa Francesco in un passaggio di un discorso che ha rivolto agli infermieri dell’Associazione cattolica Operatori sanitari, insistendo sul fatto che bisogna «cercare sempre il dialogo, soprattutto con coloro che hanno posizioni diverse, mettendosi in ascolto del loro punto di vista e cercando di trasmettere il vostro, non come chi sale in cattedra, ma come chi cerca il vero bene delle persone».

«Negli ultimi decenni», ha detto Jorge Mario Bergoglio, «il sistema di assistenza e di cura si è trasformato radicalmente, e con esso sono mutati anche il modo di intendere la medicina e il rapporto stesso con il malato. La tecnologia ha raggiunto traguardi sensazionali e insperati e ha aperto la strada a nuove tecniche di diagnosi e di cura, ponendo però in modo sempre più forte problemi di carattere etico. Infatti, molti ritengono che qualunque possibilità offerta dalla tecnica sia di per sé moralmente attuabile, ma, in realtà, di ogni pratica medica o intervento sull’essere umano si deve prima valutare con attenzione se rispetti effettivamente la vita e la dignità umana. La pratica dell’obiezione di coscienza, nei casi estremi in cui sia messa in pericolo l’integrità della vita umana – ha proseguito il Papa, rimarcando che «oggi la si mette in discussione» – si basa quindi sulla personale esigenza di non agire in modo difforme dal proprio convincimento etico, ma rappresenta anche un segno per l’ambiente sanitario nel quale ci si trova, oltre che nei confronti dei pazienti stessi e delle loro famiglie. La scelta dell’obiezione, tuttavia, quando necessaria, va compiuta con rispetto, perché non diventi motivo di disprezzo o di orgoglio ciò che deve essere fatto con umiltà, per non generare in chi vi osserva un uguale disprezzo, che impedirebbe di comprendere le vere motivazioni che vi spingono. È bene invece cercare sempre il dialogo, soprattutto con coloro che hanno posizioni diverse, mettendosi in ascolto del loro punto di vista e cercando di trasmettere il vostro, non – ha sottolineato Francesco – come chi sale in cattedra, ma come chi cerca il vero bene delle persone. Farsi compagni di viaggio di chi ci sta accanto, in particolare degli ultimi, dei più dimenticati, degli esclusi: questo è il miglior modo per comprendere a fondo e con verità le diverse situazioni e il bene morale che vi è implicato. Questa – ha detto Francesco – è anche la via per rendere la migliore testimonianza al Vangelo, che getta sulla persona la luce potente che dal Signore Gesù continua a proiettarsi su ogni essere umano». 

Nell’introdurre l’incontro con il Papa, che cade nel quarantesimo anniversario della sua fondazione, il presidente dell’associazione, Fabrizio Celani, ha sottolineato che «l’aziendalismo sfrenato, che è cosa diversa da corretta gestione delle risorse, aumenta sempre di più le disuguaglianze e spinge ai margini i deboli rendendoli ancora più poveri e vulnerabili: nel nostro lavoro quotidiano sempre più vediamo persone che devono rinunciare alle cure», ha detto, concludendo il suo discorso così: «Le vogliamo bene, papa Francesco».

Il Pontefice argentino ha ringraziato per queste parole («Mi ha detto che mi volete bene: questo mi fa bene!»), ha spiegato di condividere con i suoi ospiti «l’intento di difendere e promuovere la vita, a partire da coloro che sono più indifesi o bisognosi di assistenza perché malati, o anziani, o emarginati, o perché si affacciano all’esistenza e chiedono di essere accolti e accuditi». Per il Papa, «lo sforzo di trattare i malati come persone, e non come numeri, deve essere compiuto nel nostro tempo e tenendo conto della forma che il sistema sanitario ha progressivamente assunto. La sua aziendalizzazione, che ha posto in primo piano le esigenze di riduzione dei costi e razionalizzazione dei servizi, ha mutato a fondo l’approccio alla malattia e al malato stesso, con una preferenza per l’efficienza che non di rado ha posto in secondo piano l’attenzione alla persona, la quale ha l’esigenza di essere capita, ascoltata e accompagnata, tanto quanto ha bisogno di una corretta diagnosi e di una cura efficace. La guarigione, tra l’altro, passa non solo dal corpo ma anche dallo spirito, dalla capacità di ritrovare fiducia e di reagire; per cui il malato non può essere trattato come una macchina, né il sistema sanitario, pubblico o privato, può concepirsi come una catena di montaggio. Le persone non sono mai uguali fra loro, vanno capite e curate una per una. Questo esige ovviamente da parte degli operatori sanitari un notevole impegno, che spesso non è compreso e apprezzato a sufficienza. La cura che prestate ai malati, così impegnativa e coinvolgente, esige che ci si prenda cura anche di voi. Infatti, in un ambiente dove il malato diventa un numero, anche voi rischiate di diventarlo e di essere “bruciati” da turni di lavoro troppo duri, dallo stress delle urgenze o dall’impatto emotivo. È quindi importante – ha detto Francesco – che gli operatori sanitari abbiano tutele adeguate nel loro lavoro, ricevano il giusto riconoscimento per i compiti che svolgono e possano fruire degli strumenti adatti per essere sempre motivati e formati».

Il Papa ha concluso il suo discorso raccomandando, per mantenere sempre vivo lo spirito, di «essere fedeli alla preghiera», esortando ad avere «sempre il Vangelo in tasca, alla mano» per dedicare «cinque minuti» al giorno per leggere «la parola di Dio» e aggiungendo un aneddoto: «Ho letto di un missionario, credo dell’Amazzonia (che ha incontrato una persona) indigena che portava sempre il Vangelo in tasca: era analfabeta, non sapeva leggere, ma portava il Vangelo in tasca, tutto rovinato da tanti anni, e una volta il missionario gli ha chiesto: “Come mai ti porti il Vangelo se non lo sai leggere?”, “È vero, io non so leggere, ma Dio sa parlare”: quella consapevolezza che in quel libro c’è la parola di Dio e ci parla sempre. Sempre col vangelo in tasca!».

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