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Holy See

Il Sinodo, i giovani e la sessualità: non bastano le “indicazioni morali precise” 

Nelle notizie e commenti a proposito del Sinodo dei giovani non sono mancati accenni – talvolta amplificati dai mezzi di comunicazione – all’obiettiva fatica di trasmettere l’insegnamento ecclesiale sulla morale sessuale alle nuove generazioni e la loro resistenza a riconoscerne la ragionevolezza e l’importanza. 

Come spesso purtroppo accade, il dibattito su queste problematiche assume un profilo polarizzato. 

Non pochi paventano il rischio che rimettere mano a questi temi conduca a un clamoroso cedimento alla mentalità del “mondo” e il conseguente tradimento della vera “dottrina”, giungendo a immaginare la Chiesa complice della profonda crisi culturale e antropologica del presente. 

Simmetricamente opposta la posizione di chi, con una certa disinvoltura immagina praticabile la legittimazione di una morale “prêt-à-porter”, come strumento utile per correggere le rigidità del passato e favorire un rinnovato incontro con i giovani del nostro tempo. Per inciso: se i giovani più o meno vicini alla Chiesa già si muovono con disinvolta autonomia in questo ambito, è illusorio che questa seconda ipotesi possa favorire una loro effettiva “nuova evangelizzazione”. Poter dire che “anche la Chiesa è d’accordo” di sicuro non li aiuterà a riscoprire la novità della vita cristiana. 

Per uscire da questi schematismi, bisogna tenere conto che per secoli lo speciale investimento sulla morale sessuale ha caratterizzato la cura pastorale non solo dei giovani, ma di tutto il popolo cristiano. Si trattava di conservare alla comunità ecclesiale una speciale autorevolezza sulla vita degli uomini, proprio in un ambito elementare e fondante la loro esistenza, in un mondo che culturalmente e socialmente assumeva una fisionomia sempre più secolarizzata e autonoma dal sentire cristiano. 

La volontà di correggere questa impostazione – via via emersa nella secondo metà del secolo scorso – si è espressa soprattutto nel tentativo di mettere meglio in luce i fondamenti antropologici e teologici di questa parte dell’insegnamento ecclesiale (basta ricordare il magistero di Giovanni Paolo II). 

Su questa base, reagendo ai radicali mutamenti culturali in atto negli ultimi decenni, la speciale cura per i temi della vita e della sessualità è stata di nuovo legittimata: le è stato assegnato il compito di custodire un modello di uomo e di società, rispettoso della sua universale “natura”, ritenuto ormai radicalmente messo in discussione dalla post-modernità relativista. 

Non sfugge la singolare consonanza, pur in presenza di nuove argomentazioni, con i paradigmi tipici della Chiesa moderna: questo sarebbe il campo in cui si giocherebbe ancora la partita del rapporto, più o meno conflittuale, col mondo. 

Nel medesimo tempo non si può fare a meno di osservare che continuare a enfatizzare la centralità di questi problemi in un contesto sociale e culturale segnato da un cosiddetto “erotismo pervasivo” non aiuta di certo a correggere un tale assetto, semmai lo amplifica collaborando – anche all’interno del corpo ecclesiale – a esasperarne le ricadute antropologiche. 

La sfida del presente cambiamento d’epoca invita la chiesa a ritrovare un impeto missionario, impegnandosi in una radicale “conversione pastorale”. Si tratta allora di custodire e proporre l’integralità dell’annuncio cristiano, senza minimizzarne nessun contenuto, ma anche correggendo quegli squilibri ereditati da un fattori storici e culturali, figli di un passato che non ci appartiene più. 

Ha avuto un certo successo nel linguaggio ecclesiale lo slogan secondo il quale le indicazione etiche sulla vita sessuale e della famiglia “non sono un No, ma un Sì”. Questa è di sicuro un’utile indicazione, ma conviene tenere conto che le giovani generazioni non possono cogliere immediatamente la positività di un “Sì” perché manca loro la pur fragile consapevolezza dell’esistenza di un “No”. Cinquant’anni fa era immediato entusiasmarsi per chi affermava “Vietato vietare”. Oggi non è più così in una generazione che ormai ha perduto il legame con i fondamentali della tradizione cristiana. 

Rilanciare l’integralità di un cammino di fede appare l’unica strada praticabile affinché - passo passo - si rigeneri una personalità di fede, capace di vivere un’esperienza di piena affettività: essa certamente è custodita anche da indicazioni morali precise, ma sarebbe illusorio affidare a queste ultime il compito di generarla e farla maturare. 

*Ordinario di Antropologia teologica presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia – Roma 

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