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Holy See

Alle radici della spiritualità di Montini 

Alla Lumsa si svolge il convegno storico organizzato dall’Azione Cattolica, la Fuci e il Meic sulla figura di Paolo VI in occasione della canonizzazione che si svolge oggi. Don Angelo Maffeis, presidente dell'Istituto Paolo VI, parla con Vatican Insider e afferma: «Paolo VI era convinto di dover dare una direzione ai lavori conciliari, ma il suo magistero si è sviluppato in Concilio e sparso nel mondo». Questo era il cuore del suo messaggio: indirizzo e coraggiosa scelta di testimonianza del Vangelo per il mondo. 

Montini e le sue radici familiari. Quanto hanno inciso e determinato la sua scelta vocazionale? 

«La famiglia è senza dubbio l’ambiente in cui Giovanni Battista Montini ha maturato la consapevolezza della sua chiamata al servizio della Chiesa. Questo, per sé, non ha nulla di straordinario, ma vale per tanti altri chiamati al ministero della Chiesa. Il dato assume però un rilievo particolare per chi come Giovanni Battista Montini è stato un seminarista atipico: egli infatti ha frequentato le lezioni del corso teologico del Seminario di Brescia, ma per ragioni di salute non vi ha mai vissuto, così che la sua formazione ha seguito percorsi diversi rispetto a quelli comuni all’inizio del Novecento. Attraverso il dialogo con il padre Giorgio, uno dei protagonisti del movimento cattolico tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il giovane Giovanni Battista ha potuto coltivare una profonda sensibilità per i temi del dibattito culturale ed ecclesiale, ma anche sociale e politico del tempo. 

Lo scambio epistolare con il padre testimonia però anche che quest’ultimo era consapevole del limite dell’educazione ricevuta in famiglia e nell’oratoriano padre Paolo Caresana gli indica la guida spirituale alla quale può rivolgersi. "Mi pare buona cosa – scrive Giorgio Montini al figlio diciassettenne nel 1913 – che tu colga questa bella occasione per aprirti col R.P. Caresana sui tuoi progetti per l’avvenire: egli è persona che può giovarti di consiglio, e, in cose di alta importanza, i consigli di persone assennate e sante non sono mai inutili. Comunque, ti lascio pienamente libero di regolarti come ti sembra più opportuno. E che il Signore ti ispiri, ti guidi e ti benedica" (11 settembre 1913)».  

L'importanza della Fuci nella vita di Montini. 

«L’impegno come assistente della FUCI – nel 1924 del circolo romano, dal 1925 al 1933 della FUCI nazionale – rappresenta il ministero che più corrispondeva all’inclinazione e ai desideri del giovane Montini. In questa attività infatti ha potuto dispiegare un progetto formativo che mirava a una fede cristiana solida e non estranea al processo di crescita intellettuale e professionale compiuto attraverso lo studio universitario. Montini è anzitutto un educatore della coscienza, di una coscienza cristiana, di una coscienza critica di fronte alla cultura del tempo, di una coscienza che dispone ad assumere responsabilità all’interno della società. In un contesto come quello dominato dal regime fascista e dalla pressione cui erano sottoposte le associazioni cattoliche, l’opera educativa di Montini ha formato numerosi protagonisti della vita pubblica italiana nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale». 

Studi, spiritualità e formazione culturale di Giovanni Battista Montini. 

«Il giovane Montini si rammarica talvolta nei suoi scritti di non aver compiuto studi teologici più approfonditi e regolari. Ma gli stessi scritti rivelano anche la delusione per la teologia che dominava la stagione successiva al modernismo. Montini sente soprattutto l’inefficacia degli sforzi apologetici di questa teologia ed esplora perciò ambiti diversi, la letteratura, l’espressione artistica, il mondo della cultura in generale, alla ricerca di un varco che possa aprire la coscienza contemporanea alla luce del Vangelo. Questa attitudine è rimasta caratteristica di Montini anche nelle stagioni successive della sua vita e trova conferma nell’importanza attribuita da Paolo VI al dialogo».  

Paolo VI papa del Concilio. 

«Paolo VI ha concluso il Concilio che Giovanni XXIII aveva aperto. Questa constatazione, che potrebbe apparire banale, indica in realtà i modi complementari in cui i due Papi si sono posti in relazione con il Vaticano II. Giovanni XXIII l’ha aperto e nel primo periodo dei suoi lavori ha lasciato che l’assemblea conciliare dispiegasse liberamente la sua dinamica, prendesse coscienza della sua soggettività e della responsabilità alla quale era chiamata. Questo comporta inevitabilmente una certa indeterminatezza del programma conciliare, proprio per permettere che l’assemblea episcopale possa decidere liberamente l’orientamento da seguire. Paolo VI guida il Concilio verso la formulazione dei testi e, sempre attento ad assicurare la libertà all’assemblea, è però preoccupato che l’insegnamento conciliare trovi un’espressione precisa e capace di raccogliere il consenso unanime dei padri. Questo orienta la guida del Vaticano II da parte di Paolo VI nel senso di una più chiara determinazione, in modo da poter consegnare alla Chiesa un insegnamento all’altezza delle sfide del tempo, riti liturgici rinnovati e istituzioni che riflettano meglio l’identità ecclesiale». 

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