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Amazzonia, viri probati e ministero donne nel documento di lavoro 

L’impegno accanto alle popolazioni indigene e la difesa dei loro diritti umani, il contrasto dello sfruttamento ambientale da parte di poteri economici esterni, senza però abbracciare il «conservatorismo ecologico», la necessità insomma di una «conversione ecologica» per la Chiesa, ma anche la sua «conversione pastorale», viene delineata dall’Instrumentum laboris della prossima assemblea sinodale sull’Amazzonia (6-27 ottobre 2019), pubblicato oggi dal Vaticano, un testo di 146 paragrafi che promuove «una Chiesa “in uscita”, che si lascia alle spalle una tradizione coloniale monoculturale, clericale e impositiva», capace di «disimparare, imparare e rimparare», e, consapevole di essere stata in passato complice del colonialismo, aperta oggi ad alcuni suggerimenti concreti indicati dal documento di lavoro su cui si confronteranno i padri sinodali: l’assunzione di riti, simboli e stili celebratici delle culture indigene «nel rituale liturgico e sacramentale», la promozione di «vocazioni autoctone», la necessità di «superare la rigidità di una disciplina» sacramentale «che esclude e aliena», l’opportunità di cambiare «i criteri di selezione e preparazione dei ministri autorizzati» a celebrare l’eucaristia, «la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni» (viri probati) per assicurare la sua accessibilità nelle «zone più remote della regione», nonché l’identificazione del «tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne». A partire dai poveri e dalla cura del creato, si legge, «si aprono nuovi cammini per la Chiesa locale che si allargano alla Chiesa universale».

Il documento di lavoro, intitolato “Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale” (Libreria Editrice Vaticana) e pubblicato in spagnolo come lingua originale, propugna un «processo di conversione ecologica e pastorale per lasciarsi interrogare seriamente dalle periferie geografiche ed esistenziali» e caldeggia «l’ascolto dei popoli e della terra da parte di una Chiesa chiamata ad essere sempre più sinodale». L’Instrumentum laboris di questo Sinodo straordinario annunciato dal Papa il 15 ottobre 2017 e inaugurato con la sua visita a Puerto Maldonado a gennaio del 2018, si incastona nel pontificato di Jorge Mario Bergoglio poiché, seguendo la proposta della Rete Ecclesiale Panamazzonica (Repam), «è strutturato sulla base delle tre conversioni a cui Papa Francesco ci invita: la conversione pastorale a cui ci chiama attraverso l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (vedere-ascoltare); la conversione ecologica attraverso l’enciclica Laudato si’ che orienta il cammino (giudicare-agire); e la conversione alla sinodalità ecclesiale attraverso la costituzione apostolica Episcopalis Communio che struttura il camminare insieme (giudicare-agire)».

Nella prima parte dedicato alla «voce dell’Amazzonia», il documento di lavoro sottolinea che «la vita in Amazzonia è minacciata dalla distruzione e dallo sfruttamento ambientale, dalla sistematica violazione dei diritti umani fondamentali della popolazione amazzonica»; spiega che il suo territorio «è diventato uno spazio di scontri e di sterminio di popoli, culture e generazioni», rilevando che «tanto le cosmovisioni amazzoniche che quella cristiana sono in crisi a causa dell’imposizione del mercantilismo, della secolarizzazione, della cultura dello scarto e dell’idolatria del denaro». Il testo ricorda che, dopo il Concilio vaticano II e le riunioni dell’episcopato latino-americano, in particolare a Meddelin nel 1968, «la Chiesa continua a cercare di inculturare la Buona Novella dinanzi alle sfide del territorio e dei suoi popoli in un dialogo interculturale»; augura, allargando lo sguardo oltre l’Amazzonia, che «tale apprendimento, dialogo e corresponsabilità possano essere estesi anche a tutti gli angoli del pianeta che aspirano alla pienezza integrale della vita in tutti i sensi» ed auspica che «il Kairós dell’Amazzonia, come tempo di Dio, convochi e provochi, sia un tempo di grazia e liberazione, di memoria e di conversione, di sfide e di speranza»; e afferma che «le grandi questioni dell’umanità che emergono in Amazzonia non troveranno soluzioni attraverso la violenza o l’ imposizione, ma attraverso il dialogo e la comunicazione», sottolineando in particolare che «Papa Francesco ha chiesto “umilmente perdono, non solo per le offese della propria Chiesa, ma per i crimini contro le popolazioni indigene durante la cosiddetta conquista dell’America”» e che «in questo passato la Chiesa è stata a volte complice dei colonizzatori e ciò ha soffocato la voce profetica del Vangelo».

La seconda parte del documento, dedicata alla «ecologia integrale», passa in rassegna una serie di problemi e, sotto forma di «suggerimenti», indica il corrispettivo impegno che la Chiesa può mettere in campo, ricordando che la situazione attuale «richiede con urgenza una conversione ecologica integrale». I problemi indicati sono la distruzione estrattivista, i popoli indigeni in isolamento volontario, la migrazione, la urbanizzazione, i problemi affrontati dalla famiglia e dalla comunità, la corruzione, la necessità di una salute integrale, di una educazione integrale e di una conversione integrale: «Il processo di conversione a cui è chiamata la Chiesa implica disimparare, imparare e rimparare», si legge nel documento, che propugna «una chiesa come istituzione di servizio non autoreferenziale, corresponsabile nella cura della Casa Comune e nella difesa dei diritti dei popoli». 

L’Instrumentum laboris entra infine nel vivo delle implicazioni per la Chiesa, nella terza parte, dedicata alle «sfide e speranze» per una «Chiesa dal volto amazzonico e missionario», perché, si legge, «il volto amazzonico della Chiesa trova la sua espressione nella pluralità dei suoi popoli, culture ed ecosistemi. Questa diversità richiede un’opzione per una Chiesa in uscita e missionaria, incarnata in tutte le sue attività, espressioni e linguaggi», si legge nel documento di lavoro, che sottolinea come «il volto amazzonico è quello di una Chiesa con una chiara opzione per (e con) i poveri e per la cura del creato. A partire dai poveri, e dall’ atteggiamento di cura dei beni di Dio, si aprono nuovi cammini per la Chiesa locale che si allargano alla Chiesa universale».

Una Chiesa dal volto amazzonico «si lascia alle spalle una tradizione coloniale monoculturale, clericale e impositiva e sa discernere e assumere senza timori le diverse espressioni culturali dei popoli», afferma l’Instrumentum laboris, nella consapevolezza che «dare forma ad una Chiesa dal volto amazzonico ha una dimensione ecclesiale, sociale, ecologica e pastorale, spesso conflittuale. Infatti, l’organizzazione politica e giuridica non sempre ha tenuto conto del volto culturale della giustizia dei popoli e delle loro istituzioni. La Chiesa non è estranea a questa tensione. A volte c’è la tendenza ad imporre una cultura estranea all’Amazzonia che ci impedisce di comprendere i suoi popoli e di apprezzare le loro cosmovisioni».

Il documento di lavoro parte dalla consapevolezza che, sebbene «da secoli la Chiesa cerca di condividere il Vangelo con i popoli amazzonici, molti dei quali sono membri della comunità ecclesiale» e «i missionari e le missionarie hanno una storia di profonda relazione con questa regione», però, «c’è ancora una ferita aperta per gli abusi passati. Giustamente, nel 1912 Papa Pio X ha riconosciuto la crudeltà con cui gli indigeni sono stati trattati nell’enciclica Lacrimabili Statu Indorum. L’episcopato latinoamericano a Puebla ha accettato l’ esistenza di “un gigantesco processo di dominazioni” pieno di “contraddizioni e lacerazioni”. Ad Aparecida, i vescovi hanno chiesto di “decolonizzare le menti”. Nell’Incontro con i popoli dell’Amazzonia a Puerto Maldonado, Papa Francesco ha ricordato le parole di San Turibio de Mogrovejo: “non solo nei tempi passati sono state fatte a questi poveri tante offese e violenze con tanti eccessi, ma … anche oggi molti continuano a fare le stesse cose”. Poiché persiste ancora una mentalità coloniale e patriarcale, è necessario approfondire un processo di conversione e riconciliazione».

A partire da questa consapevolezza, l’Instrumentum laboris delinea una «liturgia inculturata»: «La necessità di un processo di discernimento riguardo ai riti, ai simboli e agli stili celebrativi delle culture indigene a contatto con la natura – si legge – devono essere assunti nel rituale liturgico e sacramentale. È necessario stare attenti a raccogliere il vero significato del simbolo che trascende ciò che è puramente estetico e folcloristico, in particolare nell’iniziazione cristiana e nel matrimonio. Si suggerisce che le celebrazioni siano di tipo festivo con la propria musica e la propria danza, nelle lingue e nei vestiti autoctoni, in comunione con la natura e con la comunità. Una liturgia che risponda alla propria cultura perché sia fonte e culmine della loro vita cristiana e legata alle loro lotte, sofferenze e gioie». I sacramenti «devono essere fonte di vita e rimedio accessibile a tutti, specialmente ai poveri. Occorre superare la rigidità di una disciplina che esclude e aliena, attraverso una sensibilità pastorale che accompagna e integra».

Inoltre, per quanto riguarda «le comunità hanno difficoltà a celebrare frequentemente l’Eucaristia per la mancanza di sacerdoti», il documento, citando Ecclesia de Eucharistia di Giovanni Paolo II, afferma che «invece di lasciare le comunità senza l’Eucaristia, si cambino i criteri di selezione e preparazione dei ministri autorizzati a celebrarla». In funzione, ancora, di una “salutare decentralizzazione” della Chiesa», «le comunità chiedono che le Conferenze episcopali adattino il rito eucaristico alle loro culture». 

Quanto allo specifico dei ministeri, l’Instrumentum laboris sottolinea che bisogna «promuovere vocazioni autoctone di uomini e donne in risposta ai bisogni di un’attenzione pastorale sacramentale; il loro contributo decisivo sta nell’impulso ad un’ autentica evangelizzazione dal punto di vista indigeno, secondo i loro usi e costumi. Si tratta di indigeni che predicano agli indigeni con una profonda conoscenza della loro cultura e della loro lingua, capaci di comunicare il messaggio del Vangelo con la forza e l’efficacia di chi ha il loro bagaglio culturale. È necessario passare da una “Chiesa che visita” ad una “Chiesa che rimane”, accompagna ed è presente attraverso ministri che emergono dai suoi stessi abitanti. Affermando che il celibato è un dono per la Chiesa, si chiede che, per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana. Identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne, tenendo conto del ruolo centrale che esse svolgono oggi nella Chiesa amazzonica».

Il documento propone anche di «garantire alle donne la loro leadership, nonché spazi sempre più ampi e rilevanti nel campo della formazione: teologia, catechesi, liturgia e scuole di fede e di politica». L’Instrumentum laboris si chiude con una serie di altre raccomandazioni, dalla necessità di evangelizzare nelle città, dove si registra «la rapida crescita delle recenti chiese evangeliche di origine pentecostale, soprattutto nelle periferie» alla necessità del dialogo ecumenico, senza dimenticare che «alcuni gruppi diffondono una teologia della prosperità e del benessere sulla base della propria lettura della Bibbia. Ci sono tendenze fataliste che cercano di turbare le persone, e, con una visione negativa del mondo, offrono un ponte per una salvezza certa. Gli uni tramite la paura e gli altri attraverso la ricerca del successo, hanno un impatto negativo sui gruppi amazzonici»; dall’importanza delle reti di radio eccelsiali, che «sono anche spazi per informare su ciò che sta accadendo in Amazzonia, soprattutto per quanto riguarda le conseguenze di uno stile di vita che distrugge e che i media che sono nelle mani delle grandi corporazioni nascondono», alla importanza di stare accanto a chi mette a rischio la propria vita per difendere le popolazioni indigene e l’ambiente.

«Il numero di martiri in Amazzonia è allarmante», si legge. «La Chiesa non può rimanere indifferente a tutto questo; al contrario, deve sostenere la protezione dei difensori dei diritti umani e ricordare i suoi martiri, tra cui donne leader come suor Dorothy Stang».

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