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Holy See

Così san Paolo VI diede disse sì alla moschea di Roma 

«La Chiesa non si abbassa a questi livelli…». Con queste parole Paolo VI, che domani sarà proclamato santo dal suo quarto successore Francesco, replicò alle obiezioni di quanti, in Vaticano, volevano vincolare il via libera alla costruzione della moschea di Roma a una forma di reciprocità, pretendendo che anche in Arabia Saudita si potesse costruire una chiesa. È un episodio poco noto, perché documentabile soltanto attraverso qualche testimonianza. Né il Comune di Roma, né il Governo italiano erano tenuti a chiedere l’assenso del Pontefice per concedere il terreno da destinare alla costruzione di quella che sarebbe diventata la più grande moschea dell’Occidente, nella culla della cristianità, nella capitale del cattolicesimo. Lo fecero per una forma di rispetto istituzionale, nel 1973, quando presidente del Consiglio era Giulio Andreotti, il politico italiano più legato alla Curia romana. Lo fecero soprattutto perché quanti si opponevano al progetto cercarono nel Pontefice bresciano una sponda e una leva, così da bloccare la realizzazione del luogo di culto musulmano nella Città Eterna.  

«Non sto qui ad accentuare la delicatezza del carattere del Papa - scrisse Andreotti - Quando lo si vuol far passare per un uomo incerto, per un uomo preso da scrupoli, non è così. Aveva un enorme rispetto per tutti i suoi interlocutori. Considerava che, certamente, la verità non è qualcosa di opinabile, però bisognava fare in modo che chiunque avesse la possibilità di esprimere la sua verità e il suo concetto di verità. Non a caso, quando si cercò di tirarlo in mezzo per ostacolare la creazione della moschea a Roma, la sua risposta fu proprio all’opposto. Disse: no, questo arricchirà il carattere di civiltà universale della nostra città, che certamente è la Roma “onde Cristo è romano”, ma è anche la Roma dove tutti devono avere la possibilità di parlare e di esprimersi».  

In colloqui confidenziali, Andreotti riferiva che la risposta di Papa Montini a quanti nella Curia romana lo pregavano di bloccare l’iniziativa in nome della mancata reciprocità, dicendogli: «A noi in quei Paesi non consentono di costruire neanche una cappellina o di esporre una croce, e dovremmo permettere che costruiscano una moschea sotto le finestre del Papa?». Paolo VI fu lapidario: «La Chiesa non si abbassa a questi livelli». Vale a dire: non è che il mancato rispetto della libertà religiosa da parte di certi Paesi può far sì che noi ci comportiamo allo stesso modo.  

Fu Papa Montini a dare un contributo decisivo nella tormentata e discussa redazione della Dichiarazione Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II, il documento che sancì un cambio significativo nell’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti delle altre religioni, con il passaggio dalla “tolleranza” al riconoscimento che la libertà religiosa è un diritto umano e nessun uomo può essere costretto a professare una religione o impedito a seguire il proprio credo.  

Del resto proprio Papa Montini, pochi anni prima, in un discorso pronunciato di fronte a una delegazione di musulmani ugandesi durante il suo viaggio in Africa per rendere omaggio ai primi martiri cristiani africani uccisi alla fine dell'Ottocento dai re che professavano le religioni tribali, era arrivato a fare un paragone mai più ripetuto, associando al martirio anche dei credenti musulmani: «Noi siamo sicuri di essere in comunione con voi», disse rivolgendosi agli esponenti di fede islamica nella nunziatura di Kampala, «quando imploriamo l'Altissimo, di suscitare nel cuore di tutti i credenti dell'Africa il desiderio della riconciliazione, del perdono così spesso raccomandato nel Vangelo e nel Corano». Aggiunse: «E come non associare alla testimonianza di pietà e di fedeltà dei martiri cattolici e protestanti la memoria di quei confessori della fede musulmana, la cui storia ci ricorda che sono stati i primi, nel 1848, a pagare con la vita il rifiuto di trasgredire le prescrizioni della loro religione?». 

La realizzazione della grande moschea di Roma fu un processo lungo. La donazione del terreno venne deliberata dal Consiglio comunale nel 1974, ma la prima pietra sarà posta soltanto dieci anni dopo, nel 1984, alla presenza dell'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini. L’inaugurazione avverrà il 21 giugno 1995. Il luogo di culto della comunità musulmana più grande d’Europa sorge nella zona nord della capitale ai piedi dei monti Parioli. Può ospitare al suo interno fino a 12.000 fedeli e ed è stata progettata dall'architetto Paolo Portoghesi. È stata finanziata dal re Faysal capostipite della famiglia reale saudita. 

C'è dunque questo gesto del nuovo santo, del Pontefice della modernità, tra le pietre miliari di un cammino che porterà un altro Papa santo, Giovanni Paolo II, a varcare per la prima volta la soglia di una moschea, entrando in quella degli Omayyadi a Damasco, nel maggio 2001, pochi mesi prima che gli attentati dell'11 settembre riproponessero in modo brutale la teoria dello “scontro di civiltàˮ. Sia Benedetto XVI che Francesco sono entrati in moschea: entrambi hanno visitato la grande Moschea Blu di Istanbul, fermandosi per un momento di meditazione e preghiera in direzione della Mecca, come li invitava a fare l'imam. 

Altri tempi rispetto alla visita di Paolo VI in Turchia, nel 1967, quando Montini visitò l'antica basilica di Santa Sofia, inginocchiandosi solitario a pregare in quella che fu la cattedrale di Bisanzio, divenuta prima moschea e quindi trasformata in museo da Kemal Atatürk. Un gesto che aveva provocato le proteste di gruppi universitari e di esponenti musulmani, come attestò il giornale filo-islamico Tercüman scrivendo: «Mentre a noi non è permesso in Santa Sofia invocare Allah senza finire nelle mani della polizia, il Papa ha voluto cancellare il ricordo del giorno in cui Maometto il Conquistatore ce l’aveva regalata». 

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