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Holy See

Don De Marchi: “Dio non è un vigile che mi controlla e se sbaglio mi toglie i punti alla patente” 

La messa e la preghiera non sono «cose da fare», ma «parte del tempo libero». E Dio non è «un "vigile urbano” che mi controlla, mi indica i limiti da rispettare, e se sbaglio mi toglie i punti alla patente». Lo sostiene don Carlo De Marchi, vicario della Prelatura dell’Opus Dei per l’Italia Centro Sud, riflettendo su come sono cambiate nel terzo millennio la sacralità e la specialità della domenica.  

Come si è modificata la concezione del giorno della domenica dal punto di vista religioso e cristiano e della sacralità? 

«In generale mi pare che esista un fenomeno che chiamerei “emergenza riposo”. Oggi è molto difficile riposare, per un professionista, per un genitore, per una persona normale che vive e lavora in mezzo a tanti andirivieni. C’è una fatica logistica costante, che rende pesante organizzare il riposo familiare e personale. E poi si è intrufolata una specie di ansia da prestazione perfino nel risposo. Non importa tanto il riposo, quanto l’immagine di me che offro mentre mi riposo. A volte sembra che interessi di più mostrare in tempo reale su Instagram quello che sto facendo, piuttosto che farlo in santa pace (magari condividendolo con la persona che ho accanto, il marito, una figlia…). Questo è il contesto in cui è inserita la domenica: corro tutta la settimana per arrivare al sabato, carico di aspettative enormi il weekend e poi spesso mi ritrovo un po’ deluso. 

In questo contesto accelerato, a partire dall’esperienza delle tante persone che conosco e ascolto, mi sono convinto che la domenica sia innanzitutto il momento in cui curare le relazioni. Penso alla relazione con familiari, agli amici e anche alla relazione fondamentale della vita, cioè quella con Dio. Da qui riscoprire la vita come un dono, come dice la Bibbia: “Tu ami tutte le cose esistenti… perché tutte sono tue, Signore, amante della vita” (Sap 11, 26). Ecco, il primo aspetto è considerare il mio rapporto con il Signore come una relazione da coltivare, e non come un insieme di doveri.  

Proprio in questo contesto, cosa aggiunge la messa al fine settimana? C’è il rischio che sia solo una cosa in più da fare, una complicazione proprio per il riposo? 

«Spesso vediamo la messa solo come una cosa da fare, una specie di tassa da pagare. Scherzando si può dire che è diffusa una concezione di Dio come un grande “vigile urbano”, che mi controlla, mi indica i limiti da rispettare e i divieti di sosta, e se sbaglio mi toglie i punti alla patente. La messa diventa un pedaggio, un varco attivo la domenica, i sacramenti sono i documenti da rinnovare periodicamente e la Chiesa è una specie di “motorizzazione civile” che mi obbliga a fare code noiose per ottenere un timbro. Invece la Chiesa è essenzialmente una famiglia e la domenica è il giorno dedicato alla relazioni familiari. Ognuno di noi non è un soggetto isolato e la messa non è un momento di preghiera individuale e intimistica, ma un incontro di una famiglia di famiglie. Un tempo riposato in cui smollare la tensione, ridimensionare le preoccupazioni, rallentare il passo. Rallentando l’andatura mi accorgo più facilmente degli altri, e li vedo come persone dalle quali ricevere amore e alle quali donare amore. “Solo l’amore dà riposo”, dice in una splendida sintesi Papa Francesco, e per amare e accorgersi di essere amati ci vuole tempo. Per questo è così bello arrivare a messa con un po’ di calma e non fuggire di corsa mentre sta finendo. Se mi lascio travolgere dalla fretta anche la domenica, rischio di perdermi quello che sta succedendo».  

E che cosa succede, in sintesi, la domenica per un cristiano? 

«Succede una cosa sorprendente: Dio manifesta interesse per la mia vita, anzi prende l’iniziativa e si incarna nel mio tempo, perché vuole diventare il centro della mia settimana. Perché la domenica e non il mercoledì? Questo dipende da un fatto storico: la resurrezione di Gesù Cristo è avvenuta di domenica, e da quel momento storico i secoli, gli anni e le settimane sono misurate dal succedersi delle domeniche. Per molti è sorprendente, ma per un cristiano è un dato di fatto: Dio è interessato a tutto il mio tempo, non solo al lavoro e a quello che faccio, ma anche al mio riposo. La Bibbia dice che Dio “pone le delizie sue tra i figli dell'uomo” (Pro 8, 31): in altre parole, si riposa con noi. Papa Benedetto XVI una volta disse che è importante scoprire che il tempo della messa e quello della preghiera sono “zone di libertà, di vita interiore, che la Chiesa ci dona e che sono una ricchezza per noi”. La messa appartiene al tempo libero, non alle cose da fare».  

Ma la gente prega ancora?  

«Alcuni dicono “io prego sempre”, che però spesso è sinonimo di “non prego mai”. Tuttavia direi che tra i credenti in generale c’è un desiderio di preghiera, di un tempo riposato da trascorrere con Dio. Sant’Agostino dice che “il nostro cuore è inquieto finché non risposa nel Signore”, e sotto sotto tutti sentiamo una certa sete di questo rapporto personale con Dio. Il punto è scoprire che la preghiera non consiste tanto nel dire parole o fare gesti, quanto nell’ascoltare e, ancora prima, nel sentirsi guardati. Pregare è sentirsi guardati da Dio con affetto, con uno sguardo paterno sorridente. Negli ultimi mesi ho avuto modo di fare molte catechesi sul tema del “sorriso di Dio”, e ho toccato con mano che sia i credenti sia i non credenti non sono abituati a pensare che Dio sorrida. Ma cos’altro può fare un Padre innamorato di ogni sua creatura? Scoprire questo sorriso è davvero una liberazione».  

Però c’è chi dice: «Non vado a messa ma prego per conto mio»: che cosa significa e che valore ha questa preghiera? 

«È un problema di linguaggio. Ci vuole un minimo di conoscenza del significato della parole e dei gesti della liturgia: capire il senso di ascoltare stando in piedi, di adorare in ginocchio, di rispondere “amen”, capire il senso di un momento di silenzio o di una preghiera detta o cantata insieme agli altri... Ognuno partecipa come può e come è. La liturgia segue il ritmo del tempo, delle stagioni, delle età della vita. Un mio amico parroco qualche mese fa, quando Roma si è svegliata tutta coperta di neve, ha detto che quel giorno la liturgia si doveva introdurre con le parole: “Il Signore scia con voi!”. Scherzi a parte, la messa è il momento in cui Dio, che è eterno, entra nel tempo, nel mio tempo. Teologicamente si dice che esiste una sola messa, celebrata da Gesù sulla Croce (e anticipata nell’ultima Cena), e che questa messa si ri-presenta ogni volta che un prete la celebra. La messa è “un evento che è al tempo stesso una persona: Gesù Cristo”, dice Giovanni Zaccaria in un bel libro che spiega il linguaggio della liturgia con parole di oggi ("La messa spiegata ai ragazzi (e non solo)", Ares, Milano 2018)».   

Quali altri aspetti le sembrano importanti per avvicinare la messa alla gente?  

«Intanto ci vuole buon senso. Il fine settimana, per una famiglia normale, è sempre un sudoku di incastri, per cui è importante che ci sia un’offerta di orari e durata che facilitino la partecipazione. Per inciso aggiungerei che andare a messa il sabato sera non è una concessione al consumismo, ma una dimostrazione di questo buon senso (anche perché liturgicamente sabato sera è già domenica). Poi mi viene da spezzare una lancia a favore dei bambini in chiesa. Una domenica sera una mamma mi raccontava sconsolata di essere stata rimproverata in pubblico dal prete, perché i suoi due figli facevano rumore. Probabilmente il parroco l’ha fatto perché notava tensione nel resto dei partecipanti… Penso che tutti dovrebbero accogliere con un sorriso i bambini che fanno rumore. A preti e laici servono molto le parole di Papa Francesco: “I bambini piangono, fanno rumore, vanno di qua e di là. Ma mi dà tanto fastidio quando in chiesa un bambino piange e c'è chi dice che deve andare fuori. Il pianto del bambino è la voce di Dio: mai cacciarli via dalla chiesa. Il loro pianto è la miglior predica”. Aggiungerei anche che per fare una buona predica aiuta molto sentire l’affetto di chi ascolta. Tutto nella messa, anche l’omelia, è una questione di relazione, di famiglia, non una faccenda individuale».  

Ma è bella la domenica, per un prete? 

«Di recente ho celebrato un battesimo. Mi hanno detto che un cugino del battezzato aveva manifestato l’intenzione di fare il prete, per cui alla fine la mamma me l’ha presentato e l’ho salutato con speciale attenzione, cercando di capire cosa avesse nel cuore. “Sì, voglio fare il prete perché lavora solo la domenica!”, ha detto con entusiasmo. Ecco, non è proprio così… però è vero che il fine settimana è intenso. Ma tutti, anche i preti, si riposano nelle relazioni. E un prete fa parte di tante famiglie, per cui nella “sua” messa ci sono migliaia di settimane di tantissime persone. Sì, è una grande gioia».  

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