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Holy See

In Calabria messa di Parolin su un terreno confiscato alla mafia: no a omertà e corruzione 

Era un luogo di crimini e illegalità, oggi è un luogo santo. La chiesa di san Gaetano Catanoso, dedicata al primo sacerdote della Calabria canonizzato, sorge a Gioia Tauro su un terreno confiscato negli anni Novanta alla ‘ndrangheta. Abbandonato per anni dopo il sequestro dell’84 fino all’intervento della diocesi che nel 2010 ha posto la prima pietra, il terreno ha ospitato per tredici anni un tendone che fungeva da parrocchia. Ritardi, ripensamenti, problemi economici delle ditte incaricate, hanno rallentato i lavori. Nel 2017 la chiesa è stata finalmente inaugurata nella sua struttura in muratura e oggi, luogo di silenzio e preghiera, vive grazie ai finanziamenti dell’8x1000.

È proprio lì che ieri il cardinale segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, ha celebrato una messa a conclusione del secondo C ongresso eucaristico della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi. Terre del profondo Sud dell’Italia, popolose e già gravate da povertà e disoccupazione, ferite nell’anima da sequestri, uccisioni e gli altri delitti compiuti dalle cosche. Terre, allo stesso tempo, di speranza, di uomini e donne che si rimboccano le maniche, in cui la fede, nonostante tutto, continua a mantenersi viva.

Non a caso Parolin, in esordio alla sua omelia, portando al vescovo Francesco Milito e a tutti i presenti i saluti di Papa Francesco ha detto: «Il Santo Padre sa bene quante preoccupazioni, interrogativi e problemi ci siano nell’animo dei suoi abitanti, ma sa pure quanto profonde siano la fiducia e la forza d’animo che vi caratterizza». Forte è pure l’amore di questa gente: «Il mondo sta in piedi perché ci sono persone che amano davvero, che portano non solo il peso della propria vita, ma anche il peso della vita degli altri, che rinunciano ai propri successi e onori per lasciare spazio all’affermazione degli altri e al loro bene», ha detto il cardinale. «Se togliamo tutto questo il mondo diventa un inferno; e quando il mondo diventa un inferno, scompare il desiderio stesso di vivere e il desiderio di dare vita ad altri».

Questo «circolo di amore» rende ancora più evidenti i problemi e le difficoltà economiche e sociali che chi abita «questa particolare zona della Calabria» si trova a vivere quotidianamente. Problemi che, ha osservato Parolin, «a volte si manifestano nel modo più grave e talvolta più drammatico, anche attraverso il fenomeno delle attività criminose e mafiose e le preoccupanti forme di omertà e di corruzione che esso genera».

«Tutto questo – ha affermato il segretario di Stato - è esattamente la negazione del messaggio del mistero dell’Eucaristia, perché è egoismo, violenza, sopraffazione, individualismo diabolico. Ci sono contraddizioni laceranti per la società che da tempo aspettano le giuste soluzioni; non c’è dubbio che negli ultimi anni molto si è fatto, ma ancora moltissimo rimane da fare sia attraverso l’intervento dello Stato, sia con la coraggiosa imprenditorialità dell’iniziativa privata, sia con la continua formazione delle coscienze, e da questo punto di vista come comunità cristiana abbiamo una grave responsabilità di educazione, di testimonianza e di annuncio coraggioso del mistero dell’Eucarestia, mistero di amore e di comunione».

Il porporato ha lamentato anche il fatto che «molte sono state le attese deluse»; d’altra parte, ha però aggiunto sono molti anche «i motivi di speranza per uno sviluppo economico, agricolo, industriale, turistico e commerciale di questa parte importante della Calabria». Alle nuove generazioni non va trasmessa allora solo l’amarezza, ma bisogna infondere in loro «fiducia e speranza»: «È un compito che come Chiesa non possiamo eludere; sarà la nostra missione in questa amata terra», ha assicurato Parolin, concludendo con l’augurio che «possiate far convergere tutte le vostre energie di intelligenza e di cuore, che sono tante e così valide, verso l’edificazione di una società migliore, più giusta, più ordinata, più umana, una società degna della tradizione cristiana della vostra terra».

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