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Libia, Haftar comincia il ritiro dal fronte di Tripoli

DALL’INVIATO A BEIRUT. Le forze fedeli al maresciallo Khalifa Haftar hanno cominciato a ritirarsi da alcuni settori del fronte di Tripoli. Il “riposizionamento”, come è stato definito dal portavoce Ahmed al-Mismari, è stato reso necessario dalla perdita della base di Al-Watiya, la principale base logistica e di appoggio aereo in Tripolitania. Il ritiro è un ulteriore colpo alle ambizioni del maresciallo, che 13 mesi fa ha lanciato la campagna per conquistare la capitale libica. Al-Mismari ha minimizzato la perdita della base, in realtà una dura sconfitta, è ha parlato di “ritiro tattico” da una posizione non più difendibile. Per lo stesso motivo le milizie si disimpegneranno da “alcuni fronti a Tripoli, soprattutto da aree residenziali”

Rischio di defezioni
Il ritiro, anche se parziale, pone seri problemi ad Haftar. Le sue forze, denominate Esercito nazionale libico, sono un’alleanza di milizie disparate, con ex ufficiali dell’esercito di Muammar Gheddafi, nostalgici del vecchio regime, salafiti “makhdalisti” appoggiati dall’Arabia Saudita e altri dagli Emirati e dall’Egitto. Questa coalizione potrebbe perdere pezzi in tempi rapidi se la prospettiva di conquistare Tripoli e così tutta la Libia dovesse svanire. Dalla parte sua il maresciallo ha il fatto che controlla ancora circa il 90 per cento del territorio libico e il 60 per cento della popolazione. E’ l’appoggio di Abu Dhabi e del principe ereditario Mohammed bin Zayef ha finora superato tutte le crisi e i rovesci. Abu Dhabi non è disposta a tollerare che la Turchia si insedi in pianta stabile in Libia. Sono attesi rinforzi e armi per Haftar. E anche l’Algeria non vede di buon occhio la presenza militare turca.

La soddisfazione di Erdogan
La conquista della base di Al-Watiya da parte del governo di Fayez al-Serraj segna comunque una svolta strategica. Soprattutto per la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. La base aerea, situata a 80 chilometri dalla costa, vicino al confine con la Tunisia, offre alla Turchia la possibilità di impiantarsi solidamente in Tripolitania. E’ una struttura enorme, con bunker e hangar rafforzati, ed era una delle principali basi di Gheddafi. Ankara può trasformarla in una formidabile roccaforte per le sue forze terrestre e aeree, soprattutto droni. Le attuali basi di Misurati e all’aeroporto di Mitiga, a Tripoli, sono strutture civili, poco adatte a un dislocamento di forze di lungo periodo. Ieri Al-Serraj ed Erdogan hanno avuto una lunga telefonata per congratularsi a vicenda e discutere il futuro della loro alleanza, che prevede anche esplorazioni per il gas offshore. Ma hanno anche discusso delle future basi permanenti turche nel Paese.

Armi russe nelle mani dei turchi

Per Khalifa Haftar è invece la terza sconfitta di seguito. Prima ha perso la base di Gharian, poi Sabrata, e adesso Al-Watiya. In Tripolitania gli restato solo la roccaforte di Tarhuna, se perde anche quella si scorda Tripoli. Ma è uno smacco anche per i suoi alleati, Russia ed Emirati. Le forze del maresciallo non sono state capace di sfruttare i moderni sistemi anti-aerei Pantsir S-1, uno è stato anche catturato dalle milizie di Al-Serraj e sarà portato oggi in parata in piazza dei Martiri nella capitale. E poi con molta probabilità consegnato ai consiglieri militari turchi per un’analisti approfondita delle sue prestazioni.

Di Maio e Lavrov: lavorare insieme per fermare il conflitto
Gli sviluppi preoccupano anche la comunità internazionale. L’Onu è tornata a chiedere una tregua e la ripresa delle trattative di pace. Il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha avuto oggi un colloquio telefonico con il suo omologo russo, Sergei Lavrov, e ha ribadito la necessità di lavorare in maniera sinergica “per mettere fine al conflitto in Libia”. A livello europeo il governo di Al-Serraj è appoggiato soprattutto dalla Gran Bretagna e dalla Germania. La Russia, e in maniera più sfumata la Francia, sono con Haftar. L’Amministrazione americana è invece divisa. Il presidente Donald Trump lo scorso anno ha dato il suo sostegno ad Haftar, in linea con gli alleati regionali sauditi ed emiratini, ma adesso il dipartimento di Stato ha sempre più dubbi sul maresciallo. L’Italia mantiene una posizione equidistante.

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