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Holy See

Roncalli l’educatore, al servizio di studenti e seminaristi 

Ha ragione il vescovo di Bergamo Francesco Beschi, che questa sera a Sotto il Monte, il paese natale di San Giovanni XXIII, presiederà la celebrazione eucaristica per la festa liturgica del santo Pontefice che lì nacque il 25 novembre 1881. Rileggere le pagine del futuro Papa dedicate alla gioventù, ai seminaristi, agli studenti, significa «prendere atto e seguire la determinazione di un uomo di Chiesa che decide di dedicarsi a loro per amarli - detto con le sue stesse parole usate nel Giornale dell’anima - “come una mamma”. E questa determinazione è appunto di tutta la Chiesa che - lo ricorda il Concilio - guarda ai giovani con fiducia e con amore. Chiede loro molto… Nello stesso tempo si impegna a essere al loro fianco, indicando anzitutto la sorgente della vera giovinezza, Gesù…».  

Spigolo queste parole dall’introduzione ad un opuscolo curato da Alberto Campoleoni e Carmelo Epis che raccoglie alcune riflessioni, vergate tanto tempo fa, ma che pure testimoniano la passione del sacerdote bergamasco nel suo impegno accanto ai giovani. Certo il lessico è ben datato e si leggono parole un po’ desuete, ma, nella sostanza, a reggere ogni sfida con il tempo sono l’autenticità dei sentimenti e la credibilità di chi li ha manifestati. Un maestro e testimone, che oggi non vogliamo ricordare per la carezza ai bambini sotto la luna, la sera dell’apertura del Concilio, l’11 ottobre 1962, ma proprio nella sua vicinanza ai giovani nelle sue situazioni più diverse, e persino drammatiche. 

«…Tante volte ci siamo chinati ad ascoltare, sul petto ansante dei nostri giovani fratelli che morivano, il respiro affannoso della patria durante la sua passione e la sua agonia. Morti, semplici e sante, di tanti poveri figli del nostro popolo, modesti lavoratori dei campi […] che si spegnevano col Sacramento di Gesù sul petto e col nome di Maria sulle labbra, non bestemmiando al duro destino, ma lieti di offrire la loro fiorente giovinezza in sacrificio a Dio per i fratelli». Così il cappellano don Roncalli nel suo diario alla fine della Prima Guerra mondiale, dove è facile per imbattersi in episodi che hanno come protagonisti i «suoi» soldati in fin di vita avvicinati sempre con affetto come dimostra un altro suo brano: «Io mi commuovo pensando alla facilità con cui il sacerdote, se vuole, può trovare la via dei cuori, e alla bellezza di quelle giovani anime non ancora sfiorate dai contatti malsani del mondo e del vizio. Confirma hoc, Deus, quod operatus es in nobis [Conferma, o Dio, quanto hai fatto per noi] – d’altra parte questi cari giovani soldati non si può non amarli quando si sono avvicinati una volta: e sono tanto, tanto degni di ogni cura e di ogni conforto. Per me, confesso che vorrei potermi per loro sacrificare anche di più di quello che faccio»  

In realtà, già verso la fine del periodo bellico, don Angelo Roncalli aveva intuito gli effetti disastrosi che la guerra avrebbe lasciato comunque, e la conseguente necessità di ricostruire i giovani nel loro tessuto spirituale. Le loro sofferenze, ansie, crolli di ideali, gli avevano fatto avvertire l’urgenza di una rinnovata pastorale nel mondo della gioventù, specie nell’ambito della scuola. Ne parlò nell’ultimo anno di guerra al vescovo Marelli, che lo incaricò del problema. Buttatosi a capofitto nell’impresa, steso in pochi mesi un progetto organico e ambizioso, ecco l’ex segretario del vescovo Radini Tedeschi darsi da fare per rivitalizzare opere già esistenti, rilanciando l’Opera Sant’Alessandro per farne il centro propulsore di tutte le attività a favore degli studenti (formazione diretta nei collegi esistenti e nei pensionati, assistenza religiosa e morale in case di ritrovo, circoli e scuole di religione). Con una novità: le nuove strutture di assistenza per i giovani dovevano essere aperte a tutti gli studenti, anche a quelli – ed erano la maggioranza – che vivevano fuori da collegi e pensionati, oppure venivano scaricati a frotte ogni giorno dai paesi vicini e vivevano in pensioni private o presso conoscenti, che comunque si trovavano esposti a quelli che don Angelo chiamava «pericoli» per le loro «anime». 

L’ottica pastorale del progetto roncalliano si innestava nel solco della tradizione religiosa locale, volta a preservare la gioventù dai «pericoli del mondo», però con uno sguardo al futuro, per contribuire alla maturazione complessiva del giovane, adulto in formazione e inserito nella società del domani.  

Appunta il futuro Pontefice: «Provvedere alle varie opere di educazione e di assistenza della gioventù studiosa significa contribuire in una forma efficacissima alla preparazione del sicuro trionfo di Cristo e della sua civiltà nella nuova generazione. Compito importante, apostolato nobilissimo per ogni uomo di cuore, sacerdote o laico». Era il compito che egli si attendeva da tempo, annunciato al fratello Saverio già nell’aprile precedente. «Quando tornerai a Bergamo, troverai una novità. Io non abiterò più in seminario, ma in un palazzo poco lontano, dove il vescovo mi ha incaricato di aprire una “Casa per gli studenti” e dove io passerò definitivamente a guerra finita». 

Se è vero che, accanto a monsignor Radini Tedeschi, Roncalli contribuì all’elaborazione di una pastorale scolastica, è soprattutto durante l’episcopato del successore Luigi Marelli, che si assiste al suo dinamismo in questo settore. A conflitto ancora aperto s’era buttatosi a capofitto nell’impresa. E aveva perfezionato in pochi mesi un ambizioso progetto per rivitalizzare opere e iniziative già esistenti a favore del mondo giovanile e soprattutto a rilanciare l’Opera Sant’Alessandro. Questa diventava il centro propulsore di tutte le attività di formazione e assistenza e si creavano nuove strutture per i giovani aperte a tutti gli studenti, destinate particolarmente a quanti – la maggior parte -, provenienti dalle valli o dalla pianura, non avevano punti di riferimento fuori dalle scuole. Tutti ragazzi che mangiavano all’aperto o bivaccavano nelle osterie e che si sistemavano per la notte presso conoscenti o in pensioni private. Tutta la gioventù, insomma, non solo esposta a quelli che don Angelo – e con lui larga parte del clero – definiva «pericoli» per le loro anime, ma sostanzialmente priva dei necessari aiuti nel percorso di maturazione. 

Così, il 25 novembre 1918, alla presenza di monsignor Marelli, era stata inaugurata l’attività della Casa dello studente, in un antico palazzo nel cuore della Bergamo Alta. Lì il vescovo aveva individuato la sede adatta per la nuova istituzione che, grazie al lavoro di don Angelo e pochi collaboratori, avrebbe assolto molteplici scopi: pensionato per studenti convittori, ritrovo pomeridiano, luogo di svago e sostegno per gli studenti presenti in città, ritrovo serale per gli studenti della città alta. Con tanto di stanzette, aule per la preghiera, una biblioteca, una sala di lettura e una di musica e persino un biliardo. Subito dopo sarebbero sorte altre iniziative: costituzione del Circolo studentesco Sant’Alessandro (1920); nascita di una seconda Casa dello studente in via Mazzini (nel 1921), destinata tre anni dopo ad assorbire quella di via San Salvatore (decisione che farà soffrire parecchio don Roncalli).  

Non sarebbe invece andato in porto il progetto di una terza Casa dello studente a Pignolo, un borgo della città. Inoltre, l’improvvisa partenza di don Angelo per Roma (nel 1921 fu nominato presidente del Consiglio centrale per l’Italia della pontificia Opera della propagazione della fede), avrebbe fatto sentire i suoi effetti negativi sull’Opera Sant’Alessandro, rivelandosi senza la guida di Roncalli un’istituzione sempre più asfittica. 

Nelle biografie più esili il periodo di don Roncalli alla guida della Casa degli studenti è fra i meno indagati (anche se di recente non sono mancate rievocazioni interessanti, come quella per il centenario, nel marzo scorso, del vicario generale diocesano monsignor Davide Pelucchi). Don Angelo in ogni caso ne fu sempre fiero: «Chi l’avrebbe mai pensato? In poche settimane sono diventato il fondatore (!) nientemeno e il direttore di una Casa degli studenti con pensionato, scuole di religione, ritrovi serali, doposcuola eccetera, e il propulsore più notevole di un più vasto programma di formazione e di assistenza della gioventù studiosa in Bergamo, da cui spero potrà venire un gran bene per la educazione di forti coscienze cattoliche, e di quegli uomini che dovrebbero essere gli uomini di azione dell’avvenire».  

E più tardi ricordando questo periodo avrebbe scritto: «Il richiamo alla Casa degli studenti in Via San Salvatore ed al Circolo Sant’Alessandro mi tocca e mi commuove. Nulla dimentico della mia vita fra gli studenti…»: così da Sofia, la capitale bulgara, là inviato come visitatore apostolico, in una lettera a un conoscente. 

Per un po’ dal 1919 la nuova istituzione sotto la sua direzione fu pienamente operante. E piegata la divisa di cappellano militare, don Angelo indossò i panni del pedagogista, convinto che l’immenso campo dell’educazione e dell’assistenza spirituale della gioventù studentesca costituisse il suo destino. Convinzione affiorante anche dalle pagine del Giornale dell’anima dove si legge: «Ci furono giorni nel passato in cui non sapevo che cosa avrebbe voluto il Signore da me nel dopoguerra. Ora non c’è più ragione di incertezza o di cercare altro: l’apostolato per la gioventù studiosa, ecco la mia missione principale, ecco la mia croce».  

La nuova attività lo pose di fronte a tanti problemi, portandolo a moltiplicare gli incontri con confratelli e laici, non sempre pronti a condividere i suoi orientamenti e soprattutto i suoi modi di relazionarsi con i ragazzi. Nel Diario in più occasioni registra le sue divergenze, sia nei fini che nei mezzi, con i suoi interlocutori bergamaschi o di fuori. Ad esempio con il conte Medolago Albani, definito con una frase sibillina «l’uomo unius verbi [di una parola]», mentre Roncalli spiega di preferire «il loquebantur variis linguis magnalia Dei [proclamavano in varie lingue le grandezze di Dio]». O con il rettore di un collegio in provincia, con il quale non condivide la scelta di «escludere ogni contatto dei pensionati cogli studenti esterni».  

Annota Roncalli: «Per me quest’anno questa cosa è impossibile. Riflettendoci bene trovo che non è neppure necessaria. Ci si deve ben persuadere che la situazione dei miei giovani qui è ben diversa da quella dei collegi. Altro è l’ideale, altro è il fatto. Evitare i contatti esterni qui è impossibile: e allora converrà, invece, volgere ogni cura a renderli innocui, ad educare attraverso i medesimi l’uso e il rispetto della propria libertà. Forse con questo spirito i vantaggi della educazione saranno anche migliori» 

Educare alla libertà: ecco il vero pensiero del futuro Giovanni XXIII che sul “Giornale dell’anima” - lo si è ricordato sopra - arrivava a scrivere: «Amerò i giovani come una mamma, ma sempre nel Signore e nella intenzione di preparare in loro degni figli alla Chiesa». È il modello di tanti santi educatori, antichi e moderni, fabbricatori di anime. Ma ci sono pagine, in questo caso dal Diario di Roncalli, capaci persino di farci sorridere e che ce lo rendono ancor più vicino. Sotto la data 28 gennaio 1919 eccolo annotare che gli tocca buttar fuori dalla Casa uno studente innamorato di una ragazza che gli fa perder tempo alla finestra. Ci spiega che espelle il giovanetto «abbacinato dalle prime, improvvise spontanee impressioni», perché «fila deliziosamente il suo primo idillio colla signorina che sta alle finestre di fronte».  

Innamorarsi non fa parte del programma. Comunque don Angelo si rende perfettamente conto della sofferenza causata. Esegue, ma commenta: «Ma il cuore, ah! che ferita al cuore». Altra annotazione – che dice del suo modo di agire – è quella scritta l’antivigilia del Natale 1919: «In seguito ad atti di indisciplina commessi ieri sera dai più grandi in dormitorio, stamattina dopo la messa ne ho dichiarati dimessi due dal Pensionato; e sono rimasto fermo tutto il giorno nella decisione nonostante le molte lacrime e le scuse. Voglio che la disciplina, specialmente in dormitorio, sia rispettata ad ogni costo, e che i prefetti godano della stessa autorità del direttore. […] Per me trattasi di dare l’impronta e questa vuol essere di giusta larghezza e di rispettosa libertà, ma insieme di sincerità, di ordine, di disciplina. Il cuore però, come mi sanguina nel dover prendere queste risoluzioni».  

Non mancheranno più in là altri momenti di sconforto o amarezza. I ragazzi del pensionato di cui si fida di più se li vede «cadere uno per uno». Così ammette alla fine dell’inverno del 1919. Ma ci sono pure giornate serene nella consapevolezza di un ministero che resta di carattere religioso e nient’affatto burocratico: «Quante volte raccogliendo a sera gli episodi della giornata trascorsa fra le cure per i miei cari giovani, sento in me qualche cosa di ciò che faceva tremare come nel contatto divino, il cuore dei due discepoli sulla via di Emmaus». È questo che sperimenta nel suo spirito.  

Uno «spirito giovane» ha attraversato tutta l’esistenza di Roncalli, fino alla cattedra di Pietro. Un’attenzione ribadita anche quando il 19 maggio 1960 rivolgendosi alla gioventù studentesca delle scuole cattoliche di Roma disse: «È stato detto che la vita è il compimento di un sogno di giovinezza. Abbiate ciascuno il vostro sogno, da portare a meravigliosa realtà: sogno di generosità, di rettitudine, di elevazione; proposito di ben fare, di pagare di persona, di edificare; fedeltà a una linea di condotta sempre pura, sempre diritta, che non scenda a compromessi, a patteggiamenti, a cedimenti: per il bene della vostra vita di domani, della famiglia che avrete, della società in cui lavorerete».  

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