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Holy See

“Se gli scienziati si interrogano su Dio, bisogna ascoltarli e dialogareˮ 

Studiare gli astri, osservare cellule al microscopio, esaminare le simulazioni numeriche di un computer, fare ricerca, ma anche pensare filosoficamente e, perché no, pregare. Per tanti un ossimoro quasi, ma per molti altri, scienziati e studiosi credenti, quello tra la propria spiritualità e il lavoro di ricerca scientifica e accademica è un rapporto fecondo e sano. Se infatti ci sono stati molti scienziati e studiosi che hanno predicato l’impossibilità di un dialogo di questo tipo, basti pensare a Richard Dawkins, è pur vero che altri, come Paul Davies, Francis Collins, Anthony Flew sono convinti del contrario.  

Tra questi, a Roma, incontriamo Giuseppe Tanzella-Nitti, professore di Teologia fondamentale in un’università Pontificia romana, quella della Santa Croce. Oltre ad essere un teologo, Tanzella-Nitti ha lavorato per vari anni come astronomo: infatti, prima di occupare la cattedra di teologia guardava già al cielo, ma con un occhio prettamente scientifico, al Radiotelescopio di Medicina, a Bologna, e poi all’Osservatorio astronomico di Torino. A Roma, da diversi anni, oltre ad essere ordinario di teologia fondamentale, dirige un Centro di Ricerca che si occupa dei rapporti tra Scienza e Fede e della promozione degli studi interdisciplinari. Proprio in questa ultima direzione ha fondato la Sisri, una scuola di formazione non profit che propone Seminari interdisciplinari, itinerari di studio e di approfondimento per studenti, dottorandi, ricercatori e giovani docenti, in cui si “predica” il dialogo tra i vari campi del sapere.  

Il prossimo 20 ottobre si terrà il primo di questi Seminari di quest’Anno accademico intitolato  Il chaos e il caso: l’assenza del Fondamento con relatore il professor Roberto Timossi. Saranno realizzate inoltre pubblicazioni online dedicate a tematiche apparentemente lontane tra loro che veicolano invece un dialogo da sempre esistito tra i diversi campi di studio, quali ad esempio, i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, le diverse teorie dell’evoluzione e i 50 anni dallo sbarco dell’uomo sulla luna. Abbiamo parlato con lui per conoscere meglio la sua attività. 

Cos’è la Sisri, dove e come nasce? 

«La Scuola Internazionale Superiore per la Ricerca Interdisciplinare è un programma di studi che propone l’approfondimento dei rapporti fra pensiero scientifico, riflessione filosofica e teologia della Rivelazione. È uno dei “frutti” del Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede, pubblicato nel 2002. Cominciammo a vedere che buona parte dei lettori che apprezzavano il Dizionario e frequentavano il sito che ne proponeva alcune pagine erano soprattutto giovani laureati e dottorandi che, insoddisfatti della formazione troppo specialistica ricevuta nei loro curriculum universitari, sentivano la nostalgia delle “grande domande”, quelle che fanno dialogare, appunto, scienza filosofia e talvolta anche religione. Abbiamo cominciato a riunirli in un seminario permanente a Roma, che proponeva quattro giornate di studio ogni anno. A queste giornate si sono affiancate successivamente un workshop e una Summer School residenziale. Questi appuntamenti, alla portata anche di giovani che seguono ancora un curriculum universitario o sono alle prime esperienze di lavoro intellettuale, costituiscono oggi il curriculum interdisciplinare della Sisri».  

Perché in un mondo in cui il lavoro e lo studio si specializzano sempre più, qui si punta all’interdisciplinarietà? 

«La specializzazione di per sé è una cosa buona. Le cose non potrebbero funzionare nel mondo se non vi fossero saperi specializzati ed esperti in grado di ottenere risultati sempre più profondi e avanzati. L’errore è piuttosto il riduzionismo, nel quale spesso si cade inconsapevolmente. Si ritiene che l’oggetto della propria disciplina esaurisca tutta la realtà o che il metodo che impiego per studiarlo sia quello adatto per conoscere ogni altra cosa. Specializzazione non si oppone a cultura; sono il riduzionismo ontologico e il naturalismo filosofico – versioni rivedute del materialismo – che si oppongono ad una ragione aperta, e per questo profonda, colta. Se le grandi domande sull’origine e sul fine, sul nostro posto nel cosmo e sul senso ultimo delle cose abbandonano gli insegnamenti universitari contemporanei, dobbiamo tenerle vive in altro modo. La Sisri, e il successo che essa ha avuto in questi anni, sono una dimostrazione di come queste domande continuino ad interessare i nostri giovani». 

Quali sono gli obiettivi e i contenuti che la Scuola promuove? 

«Desideriamo aiutare gli umanisti a saper dialogare con gli uomini di scienza, arricchendo la creatività e gli skills degli uni e degli altri. La verità è come la cima di una montagna che ha vari versanti. Se si sale più in alto, se si rinuncia cioè al pressapochismo, alla superficialità e al “sentito dire”, ma si desidera sapere davvero come stanno le cose, i sentieri delle diverse discipline si incontrano sulla vetta, appunto, dalla quale si gode un panorama migliore e un’aria più tersa, purificata dalle ideologie e dalle mode assunte senza spirito critico». 

Perché questi contenuti dovrebbero coinvolgere o aiutare nel proprio lavoro un docente o uno studente? 

«Perché per studiare e insegnare si ha bisogno di una cultura ampia, capace di conoscere l’intero cammino evolutivo della nostra specie, le tappe principali del suo pensiero, i problemi che essa ha incontrato, le domande che gli uomini di ogni tempo si sono posti. Non va dimenticato che il rapporto pedagogico, poi, è sempre personale: non si tratta di trasmettere solo contenuti oggettivi e impersonali, ma una visione della vita. Solo la persona profonda, che cura una ragione allargata, come direbbe Benedetto XVI, potrà essere un “maestro”». 

Ritiene che un teologo, filosofo, un ingegnere o un avvocato siano in possesso delle categorie per poter istituire un dialogo tra le loro discipline? 

«Queste categorie, spesso, non vengono loro fornite durante gli studi universitari specialistici, ma chiunque può acquisirle. Sono le categorie del buon senso, quelle che fanno dialogare scienza e prudenza, matematica e senso estetico, successo personale e bene comune. I lavori di gruppo che si svolgono durante i “Probelm Solving” della scuola Sisri mostrano che ingegneri e avvocati, fisici ed economisti possono ragionare insieme sulle visioni della natura, dell’essere umano e della società. Possono interrogarsi insieme sul Fondamento». 

In che modo i Seminari che proponete quest’anno si avvicinano o entrano a far parte della quotidianità di un ricercatore nel suo laboratorio? 

«Non dobbiamo dimenticare che il soggetto dello studio e della ricerca è sempre la persona. I seminari di questo nuovo anno accademico, il primo dei quali si svolgerà il prossimo 20 ottobre, relatore il professor Roberto Timossi, si occuperanno delle “figure del Fondamento”. Ci chiederemo se alla base del mondo c’è il caso, l’assurdo, o il fine di qualcuno, magari un computer, o forse un Essere personale. Lavorare in laboratorio sapendo cosa “c’è dietro il mondo” condiziona il nostro sguardo; non cambia il metodo scientifico che usiamo, ma forma la nostra mente. Sapere che il mondo è effetto di un Essere personale ci mostra la natura come creazione, illumina il nostro ottimismo e motiva la nostra curiosità. Ritenere che non vi sia alcun senso da cercare e da trovare non cambia i conti che facciamo, ma certamente, così ritengo, influisce sulle motivazioni che guidano il lavoro dell’uomo di scienza». 

Perché la scienza e gli scienziati dovrebbero interessarsi al problema di Dio?  

«La scienza non si occupa del problema di Dio. Sono gli scienziati, in quanto uomini, che possono porsi la domanda e, di fatto, se la pongono. Il motivo per cui l’uomo di scienza dovrebbe farsi questa domanda non è diverso dal motivo per cui se la farebbe chiunque altro. Abbiamo bisogno di interrogarci sulla verità come abbiamo bisogno dell’aria da respirare. Direi che oggi, se la domanda su Dio resta viva nella cultura, è proprio merito degli scienziati. I filosofi sembrano abbiano perso il coraggio di farsela. Sto generalizzando, ma è un trend sotto gli occhi di tutti. Ma allora, se gli uomini di scienza si interrogano su Dio, vale la pena ascoltarli ed entrare in dialogo». 

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