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Holy See

Sinodo in Amazzonia, è l’ora delle assemblee locali tra gli indios dell’Alto Solimoes  

Anche un Sinodo in Amazzonia non può che cominciare sul fiume. Perché nell’Alto Solimoes - dove il Brasile va letteralmente a toccare il Perù e la Colombia - ci vogliono almeno tre, quattro o anche otto ore di barca semplicemente per riunire tra loro otto parrocchie di una diocesi di frontiera nel cuore della foresta. Si sono date appuntamento a Tabatinga, la città che sta crescendo sul confine con tutte le sue sfide: succede due volte all’anno in questa diocesi grande come metà dell’Italia ma con una popolazione di appena 200mila abitanti dispersi in oltre 250 comunità.  

Un ambiente dove le distanze e le difficoltà nelle comunicazioni rendono il lento spostarsi sul fiume l’unico modo per camminare insieme. Stavolta, però, l’incontro diocesano ha anche uno sguardo più ampio, perché al centro dell’attenzione c’è proprio il Sinodo che Papa Francesco ha convocato per l’ottobre 2019 sull’intera Amazzonia. «Un Sinodo che sarà un tempo di grazia e non riguarda solo il vescovo: chiama in causa tutto il popolo di Dio», dice con forza dom Adolfo Zon Pereira - missionario saveriano spagnolo, dal 2015 vescovo di questo grande territorio - a un centinaio tra preti, religiosi, catechisti, operatori pastorali confluiti qui da ogni ramo laterale del grande fiume. 

Se c’è un posto dove per promuovere una consultazione non basta proprio mettere on line un questionario è l’Amazzonia: nella foresta ci sono luoghi che nemmeno la rete è in grado di raggiungere. Per questo sono le assemblee locali come questa di Tabatinga il termometro del cammino verso l’appuntamento del prossimo anno. Una preparazione che si sta muovendo come il fiume: lentamente ma portandosi dietro molto. Già in questi appuntamenti, infatti, emergono alcuni tratti della «Chiesa dal volto amazzonico» che i Lineamenta del Sinodo auspicano; una Chiesa dove si prega cantando che «tudo està interligado», tutto è interconnesso, in un mondo che è la «casa comune» come dice l’enciclica Laudato si’ . Una Chiesa, dunque, che in Amazzonia ambisce a farsi voce del grido di dolore delle comunità indigene, minacciate nella foresta dall’espansione dell’industria estrattivista, ma anche da fenomeni più sottili, come l’avanzata di una cultura globale che finge di omologare ma relega lo stesso ai margini. Così nel dibattito sui Lineamenta del Sinodo sta emergendo, ad esempio, anche il dramma dei suicidi tra i giovani indios, sballottati tra due culture, senza sentirsi a casa davvero da nessuna parte. «Il grido dei popoli dell’Amazzonia oggi è simile a quello del popolo di Israele raccontato nel libro dell’Esodo», annota suor Luzia, missionaria in una delle parrocchie sul grande fiume, «ma anche in Egitto a rendere schiavo questo popolo erano altri esseri umani». 

Si riflette a piccoli gruppi su nove punti specifici posti dal questionario: dalla missione alla liturgia, dai ministeri alla salvaguardia del creato, dal ruolo della donna alla presenza nelle nuove periferie delle città. Visto da qui si capisce bene perché il tema dell’Eucaristia si annunci come un nodo cruciale di questo Sinodo: la diocesi dell’Alto Solimoes ha quindici preti in tutto per un territorio vastissimo, fatto di piccole comunità isolate. Questo significa che ci sono realtà dove si riesce a celebrare la Messa a mala pena un paio di volte all’anno. E in quegli stessi villaggi la presenza delle comunità evangeliche è in crescita: cristiani locali vengono convinti a frequentare seminari di quindici giorni in una grande città per poi tornare e aprire la propria chiesa, dove il più delle volte tutto ciò che attiene all’identità indigena diventa peccato.  

Di qui per la Chiesa cattolica la grande sfida del Sinodo è pensare modalità nuove di presenza all’insegna dell’inculturazione: si prega con l’Ave Maria in lingua ticuna all’assemblea di Tabatinga; ed è un modo per rafforzare l’idea di un’unica Chiesa anche con i fedeli di matrice non indigena che vivono sul fiume e nelle città. Ci si interroga su come accompagnare davvero la vocazione di Hercules, l’indio che ha cominciato il seminario ma non potrà avere un percorso formativo identico a quello di chi studia la filosofia e la teologia con categorie e modalità che a lui sono del tutto estranee. 

C’è tutto questo, dunque, nel cammino dell’Alto Solimoes verso il Sinodo. In uno spaccato simile a quello di buona parte delle 102 diocesi che formano la Pan-Amazzonia, il territorio sparso su nove Paesi che sarà al centro dell’appuntamento in programma a Roma nell’ottobre 2019. Le riflessioni raccolte a Tabatinga, per esempio, andranno a confluire a fine mese a Manaus con quelle delle altre zone vicine in un’assemblea pre-sinodale delle diocesi della Regione Norte 1 della Conferenza episcopale brasiliana. E sarà solo uno dei 50 appuntamenti di questo tipo censiti dalla Repam, la Rete ecclesiale pan-amazzonica che con la segreteria del Sinodo sta coordinando tutta la preparazione dell’evento.  

Proprio in questi giorni il cardinale Lorenzo Baldisseri , segretario generale del Sinodo, è stato a Manaus per fare il punto sul percorso che dovrebbe terminare in primavera con la pubblicazione dell’Instrumentum Laboris. Una fase di ascolto - ha scritto Baldisseri in una nota - che si sta rivelando un’opportunità preziosa «per saperne di più sull’ambiente amazzonico e sui suoi popoli, per riconoscere le loro lotte e resistenze e per confermare il cammino della Chiesa che è sempre più profetico e impegnato nella causa del Regno di Dio in quella regione». 

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