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San Marino

Il “piano B” della Lega e l’allarme Lombardia

Anche se per ora Salvini è cauto, resta sempre valida l’opzione del voto anticipato, con l’incognita delle inchieste giudiziarie

Alla Lega ha colpito un sondaggio: al centro, proprio nelle regioni rosse, il consenso secondo i dati in possesso dei vertici si attesta intorno al 36%, nelle isole e al sud al 20%, nel nord est al 43% mentre il dato che non soddisfa pienamente è quello del nord-ovest: 30%.

Certo, numeri ovviamente non negativi, ma ritenuti più bassi rispetto alla media nazionale. In Piemonte – sottolinea un ‘big’ del partito – non ci sono grandi problemi ma è proprio in Lombardia, proprio dove è nata la Lega che – riflette a stessa fonte – non c’è più lo stesso radicamento territoriale del passato, perché non c’è stato un ricambio e non sono state aperte le porte al nuovo. “Molti preferiscono conservare il proprio orticello, attestarsi sul consenso di Salvini, servirebbe una spinta in più”, è il ragionamento. “In un futuro non tanto lontano, per organizzazione e struttura, il rischio è che la Lega sia più forte al Sud che al nord…”, la preoccupazione che evidenzia però un altro parlamentare del Carroccio. Ma soprattutto se dovesse arrivare – ed è questo il timore – una nuova inchiesta sulla sanità in Lombardia, allora si tratterebbe di “un terremoto” che potrebbe comportare dei danni elettorali difficili da calcolare. Anche perché – sottolinea un ‘big’ lombardo – Fontana, pur essendo una persona assolutamente specchiata, potrebbe subire – con una reazione differente da quella avuta in passato da Maroni – un contraccolpo psicologico nel vedere accostare il proprio nome in prima pagina a certi personaggi coinvolti nell’inchiesta.

Timori, preoccupazioni, scenari che in questo momento vengono solo ipotizzati. Salvini ai suoi ha ribadito di voler andare avanti. Con un metodo però diverso rispetto a quello utilizzato finora: “M5s non ha fatto sconti su Siri, noi non faremo sconti sui temi”. Vuol dire che per la Lega non passerà nulla, a costo di ricercare maggioranza variabili, che non sia previsto nel contratto.Anzi una delle tesi nella Lega è che la strada di Salvini dopo leEuropee sia proprio quella della revisione del contratto, piuttosto che la riprogrammazione delle poltrone. La prima schermaglia vera nella maggioranza ci sarà la prossima settimana. Alla Camera il taglio sul numero dei parlamentari passerà, pur tra qualche mal di pancia (“Mi turo il naso – dice un deputato -, non daremo alcun pretesto a M5s”), ci saranno contrasti sullo sblocca-cantieri (il Carroccio ha inserito la Tav tra le opere prioritarie chiedendo la nomina dei commissari) ma è sull’autonomia che si riproporrà il braccio di ferro tra Lega e M5s. “Porta il dossier nel prossimo Cdm. Così com’è”, l’invito di Salvini al ministro Stefani. Dunque il ‘refrain’ è fare finta che lo strappo sul caso Siri non si sia mai consumato. Anche se sullo sfondo resta l’opzione del voto anticipato, con l’incognita delle inchieste giudiziarie. È solo un ‘piano B’, perché Salvini vuole tirare avanti, anche se quell’invito a tenersi pronti sempre arrivato a diversi ‘big’ del partito rimane valido.

Qualora si dovesse percorrere la strada del ‘piano B’, la certezza nella Lega è che alle urne si andrebbe da soli. Vincendo i collegi uninominali al nord per poi giocarsi la partita sul proporzionale, considerando che la legge elettorale non cambierà. L’exit strategy dunque sarebbe quella di ricercare l’autosufficienza e poi i numeri in Parlamento, rivolgendosi a Fdi (“Crescerà alle Europee”, la convinzione di molti parlamentari della Lega) e a Forza Italia. Per varare in quel caso un governo “che non possa subire ricatti”. Mentre Berlusconi spiega che “Salvini mi ha assicurato che il centrodestra sarà compatto”. Tuttavia se si arrivasse alla crisi di governo bisognerebbe fare i conti anche con il calendario. Esclusa la strada di un esecutivo del presidente, difficile il voto in estate, ancora più problematico andare alle elezioni a settembre, visto che il Quirinale – osservano fonti parlamentari – vorrebbe in quel caso un governo in piene funzioni per varare la legge di bilancio. A novembre poi si vota in Emilia, poi in primavera in Veneto e Liguria. “Ecco la primavera del 2020: in quel lasso di tempo ci potrebbero essere le elezioni”, argomenta Maroni. Magari dopo il via libera definitivo alla riforma del taglio del numero dei parlamentari, oppure proprio sulla spinta del referendum sulla stessa materia. Lo sguardo di Lega e M5s è ovviamente sulla situazione attuale. “Il governo potrebbe cadere sulla corruzione, se le inchieste dovessero toccare altri esponenti della Lega per noi sarebbe un problema”, la tesi dei pentastellati. La Lega, invece, punta sull’autonomia: “Quello per noi è il punto da segnare, senza il sì del governo ci sarebbe lo strappo. Galvanizzerebbe il nostro elettorato”, taglia corto un ‘big’ della Lega.

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