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Italy

Berlino blocca la vendita di armi alla Turchia. Zingaretti: «Italia valuti lo stop»

L’operazione militare turca “Primavera di pace”, avviata dal governo di Recep Tayyip Erdogan per creare una “zona cuscinetto” nel nordest della Siria, prosegue ormai da quattro giorni. E le conseguenze diplomatiche si fanno sentire. La Germania ha deciso di fermare le vendita di armi alla Turchia, come hanno già fatto Olanda, Norvegia e Finlandia. Una misura che, secondo il segretario del Pd Nicola Zingaretti, anche l’Italia dovrebbe valutare. «Lunedì al consiglio Ue dei ministri degli Esteri, come governo, chiederemo che tutta l’Ue blocchi la vendita di armi alla Turchia» è la promessa del capo politico M5S Luigi Di Maio dal palco di Italia 5 Stelle.
L’intervento militare è stato osteggiato — oltre che, naturalmente, dal governo siriano di Bashar Assad — da diversi Stati. Oggi, dopo una riunione di emergenza, i ministri degli Esteri dei Paesi della Lega Araba hanno deciso di assumere «misure urgenti per far fronte all’aggressione», comprese la riduzione delle relazioni diplomatiche, la cessazione della cooperazione militare e la revisione delle relazioni economiche con la Turchia. Il segretario generale della Lega Araba, Ahmed Aboul Gheit, ha definito l’operazione turca «un’invasione di uno Stato arabo e un’aggressione alla sua sovranità».

La posizione dell’Italia

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha condannato duramente l’offensiva.«Quel che sta accadendo in Siria, l’offensiva turca, la negazione dei diritti delle popolazioni locali e del popolo curdo, le morti di civili: tutto questo è inaccettabile e non possiamo voltarci dall’altra parte», ha scritto il ministro su Facebook. «Non può essere militare la soluzione alla crisi siriana», ha aggiunto. Di Maio ha inoltre convocato l’ambasciatore turco in Italia per esprimere la «protesta del governo italiano». L’intervento è stato oggetto di dichiarazioni di condanna da parte di politici di diversi schieramenti: dal Pd alla Lega passando per Italia Viva e Forza Italia. Oggi il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha proposto di prendere misure analoghe a quelle già annunciate da Germania, Olanda, Norvegia e Finlandia. «Bisogna fermare l’invasione da parte della Turchia», ha scritto su Twitter, «siamo al fianco del popolo curdo. Mobilitiamoci in tutte le città. Il Governo Italiano, oltre ai provvedimenti che sta adottando, valuti subito il blocco delle esportazione delle armi alla Turchia». La Turchia è il terzo Paese al mondo verso cui l’Italia esporta armi e materiali d’armamento, dopo Qatar e Pakistan, come emerge dall’ultima Relazione al Parlamento sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento (i dati risalgono all’aprile del 2018).

La posizione di Usa, Russia e Israele

Ad oggi, numerosi Paesi hanno condannato a parole l’intervento turco, compresi gli Stati Uniti, dopo una prima fase in cui la loro posizione era sembrata più ambigua. Il ministro del Tesoro Steve Mnuchin ha fatto sapere che il presidente Trump potrebbe autorizzare sanzioni «molto significative» contro la Turchia, che però non verranno per il momento attivate. La Russia ha espresso la sua contrarietà all’intervento turco fin da subito. Il presidente Putin è stato particolarmente diretto: «Coloro che sono presenti in modo illegale in un Paese straniero, in questo caso in Siria, dovrebbero lasciare la regione. E questo vale per tutti i Paesi», ha affermato. Duro anche il giudizio di Israele. Il primo ministro israeliano Netanyahu ha condannato «l’invasione turca delle aree curde in Siria» e ha avvertito del rischio di «pulizia etnica», inoltre ha assicurato che il suo Paese «è pronto a dare assistenza umanitaria al coraggioso popolo curdo».

La rete di alleanze della Turchia

Nella maggior parte dei casi, alle condanne a parole dell’operazione “Primavera di pace” non sono seguite misure concrete. Per questo lo stop alle armi deciso da Germania, Olanda, Norvegia e Finlandia risulta particolarmente incisivo.
La Turchia ha lanciato la missione in Siria con l’obiettivo dichiarato di allontanare dal suo confine i curdi siriani, che il governo Erdogan considera un gruppo terroristico. L’intervento turco avrà inevitabilmente conseguenze umanitarie gravi e secondo alcuni — come Netanyahu — potrebbe degenerare in una «pulizia etnica» a danno dei curdi. Inoltre, rischia secondo molti osservatori di rivitalizzare l’Isis, sia perché i curdi tenevano prigionieri molti combattenti (compresi numerosi foreign fighters) che ora potrebbero tornare in libertà, sia perché il caos potrebbe dare ai terroristi l’opportunità di riorganizzarsi. D’altro canto, la Turchia è un alleato importante per moltissimi Paesi, compresi gli Stati Uniti e la Russia. E, per quanto riguarda l’Europa, può fare leva anche sul suo contributo nella gestione dei flussi migratori. Erdogan non ha esitato a minacciare l’Ue, dichiarando: «Se tentate di presentare la nostra operazione lì come un’invasione, apriremo le porte e vi invieremo 3,6 milioni di migranti».

Per tutti questi motivi, anche gli Stati che avevano coltivato rapporti proficui con i curdi — ad esempio gli Usa, che per cinque anni li avevano considerati come alleati nella lotta all’Isis — si trovano ora in una posizione diplomatica delicata e sembrano per lo più decisi a non danneggiare le loro relazioni con la Turchia, per quanto possibile. Un’impasse che si è concretizzata all’ONU quando i membri europei del Consiglio di Sicurezza (Germania, Belgio, Francia, Polonia, Gran Bretagna ed Estonia) hanno presentato una dichiarazione molto dura contro l’intervento turco, che però non è stata appoggiata dagli altri Stati — e in particolare da Russia e Stati Uniti — e, di conseguenza, non è stata approvata.

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