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Italy

Chi aiuta gli «schiavi invisibili» nella Puglia dei pomodori

In nove mesi 587 «sessioni di intervento». Per offrire visite mediche, consulenze socio-sanitarie, colloqui di orientamento lavorativo a 4.895 persone - metà delle quali al loro primo «contatto» in assoluto con qualcuno che si interessasse di loro - tra Borgo Mezzanone e il cosiddetto Gran Ghetto, e poi a Borgo Tre Titoli, Palmori, Borgo Cicerone, e un po’ ovunque nella zona tra Poggio Imperiale e Lesina. Nomi di luoghi che messi tutti insieme paiono usciti da un film neorealista e a chi non vive nella provincia di Foggia dicono forse poco. Ma per chi ne percorre le strade e ci abita sono le campagne che i caporali del lavoro nero rastrellano e controllano da anni tenendo migliaia di migranti a lavorare senza documenti, senza tutela, da una certo punto in poi senza più nemmeno identità: in condizioni che il decreto sicurezza del 2018 ha reso, se possibile, ancora peggiori di prima.

Proprio a loro invece si è rivolta l’iniziativa riassunta nei numeri di cui sopra e che è stata battezzata «Campagne d’odio: un anno in Capitanata»: un «intervento socio-sanitario di prossimità nei ghetti della provincia di Foggia in favore dei lavoratori agricoli in condizione di sfruttamento». È stato curato da Intersos - organizzazione umanitaria italiana che «opera nelle emergenze e soccorre le persone vittime di guerre, violenze e disastri naturali» - con il sostegno della Fondazione dei Monti Uniti di Foggia. Il progetto è durato dal giugno 2018 all’aprile di quest’anno e adesso è uscito il report che ne trae un bilancio.

Oltre agli interventi di aiuto diretto infatti gli operatori di Intersos hanno utilizzato i tanti contatti stabiliti con le persone dei campi per raccogliere informazioni in modo sistematico: 204 intervistati, metà dei quali in Italia da uno a tre anni. Uno su tre di loro ha dichiarato di non avere alcuna fonte di informazione rispetto ai servizi socio-sanitari cui potrebbe accedere, il 17 per cento ne sa qualcosa grazie alle cliniche mobili, uno su cinque attraverso il passaparola, nessuno ha mai letto un foglio né visitato un sito internet sull’argomento. Il 60 per cento degli abitanti degli insediamenti ha un’età compresa fra 18 e 29 anni, la maggior parte proviene dai Paesi dell’Africa subsahariana (Senegal 26 per cento, Gambia 15, Nigeria 13, Ghana 12). Arrivano qui per un motivo molto semplice, che forse meriterebbe un pensiero ogni volta in cui abbiamo davanti un piatto di spaghetti al sugo: perché in questa area geografica viene prodotto il 30 per cento di tutto il pomodoro industriale italiano e nessun italiano sarebbe più disposto a fare la (durissima) fatica di raccoglierlo.

Così nei mesi della raccolta intensiva, tra luglio e settembre, solo nella zona delle località già elencate oltre seimila persone si accalcano in baraccopoli e masserie abbandonate. Circa un terzo di loro ci resta tutto l’anno. Se le condizioni sociali e di salute in cui vivono tutte queste persone sono frutto di una realtà complessa che mescola illegalità, debolezza economica del territorio, degrado, il rapporto sottolinea però come l’altra causa risieda negli approcci «emergenziali» adottati finora per (provare a) metterci mano. Il cento per cento degli intervistati riassume in tre parole le tre cose che servono: lavoro, alloggio, documenti. Senza una risposta strutturale a queste tre domande «lo sfruttamento agricolo continua a vivere malgrado ogni misura».

Oltre alle visite mediche compiute nel corso dell’anno il progetto ha così dedicato una particolare attenzione al terzo di questi problemi - quello della condizione giuridica dei migranti della zona - affrontandolo in collaborazione con Asgi, l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione. Il quadro registrato dagli operatori e descritto nel rapporto mette in evidenza non solo la mancanza (spesso) di una consapevolezza da parte degli interessati ma anche, dove questa consapevolezza c’è, la difficoltà di tradurla in pratica per ostacoli nelle procedure, prassi «non conformi alla normativa e messe in atto soprattutto da Questura e Comune»: oltre che, nell’ultimo anno, per gli «effetti del decreto sicurezza del 2018» dopo il quale «si è notato un progressivo aumento delle persone prive di documenti».

Il meccanismo è stato spiegato nel rapporto con una certa precisione e si può sintetizzare così: il decreto ha abrogato il permesso di soggiorno per motivi umanitari, cioè la forma di protezione più frequentemente riconosciuta ai richiedenti asilo; chi ce lo aveva da prima può convertirlo in permesso per lavoro se ha un contratto di lavoro e il passaporto, ma chi lavora nei campi non ha un contratto e spesso neanche il passaporto perché essendo fuggito il suo Consolato non glielo dà più; e l’esito di tutto ciò è che da lì in poi è un clandestino per forza. Di qui l’appello finale di Intersos affinché lo Stato «regolarizzi con permessi di soggiorno per lavoro chi altrimenti, nella realtà dei fatti, continuerà a vivere non solo nell’inferno dell’abuso lavorativo ma anche nel limbo della totale invisibilità».

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