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Coronavirus, a inizio marzo la zona rossa nel Bergamasco sembrava cosa fatta: miliari in strada e aziende che chiudevano in anticipo. Poi il cortocircuito Regione-governo

L'esercito perlustrava la Valle Seriana, centinaia di carabinieri erano pronti a entrare in azione per chiudere valichi e disporre checkpoint. Poi l'isolamento di Nembro e Alzano Lombardo, quando tutto sembrava deciso, è saltato. In mezzo, la trattativa tra Fontana e l'esecutivo e il ruolo di Confindustria. "Ammesso che ci sia una colpa, è di entrambi", sono le parole di questa sera del presidente Attilio Fontana, riferite a Regione Lombardia e governo sulla mancata decisione di approvare misure più stringenti

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“Chissà quando ci rivedremo, magari tra un paio di settimane“. Fuori dalla Persico spa i lavoratori si salutano, stringendosi la mano. È venerdì sera, 6 marzo. Hanno appena staccato dal turno e sono certi – così hanno detto i loro capi – che nel weekend la zona rossa verrà fatta anche lì, tra Nembro e Alzano Lombardo. Anche i vertici dell’azienda dai cui capannoni escono gli scafi di Luna Rossa e le imbarcazioni della Volvo Ocean Race ne sono convinti. Ne sono così convinti che per il lunedì successivo hanno già programmato la sanificazione dei reparti.

Quella sera, in quella porzione di Bassa Valle Seriana da quasi 400 imprese per 680 milioni di euro di fatturato all’anno, succede una cosa temuta e anticipata, nella consueta conferenza stampa in Regione Lombardia, dall’assessore al Welfare Gallera: gli imprenditori spostano ciò che possono della loro produzione altrove. In altre città o in altre province. In ogni caso fuori dall’area in cui – come sembra evidente a tutti – verrà imposto lo stesso isolamento toccato, il 23 febbraio, ai dieci comuni del Lodigiano e a Vo’ Euganeo. “Ammesso che ci sia una colpa, è di entrambi”, sono le parole di questa sera del presidente Attilio Fontana sulla mancata decisione di approvare misure più stringenti. “Anche se ritengo che non ci siano delle colpe in questa situazione. Forse avremmo potuto fare qualcosa di più”, ma dopo il Dpcm dell’8 marzo sulla Lombardia “non avevamo modo di intervenire dal punto di vista giuridico“. Immediata la replica del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte: “Ci stavamo orientando a misure più rigorose per tutta la regione, cioè una cintura rossa che coinvolgesse l’intera area. In quel momento, insieme agli esperti, abbiamo capito che la situazione era talmente grave che si imponeva la chiusura della Lombardia”. In più, ha aggiunto, “non abbiamo mai impedito ai governatori di intraprendere iniziative proprie”.

L’EPIDEMIA NELLA BERGAMASCA – Ma cosa stava accadendo per giustificare una nuova zona rossa? Tra il 3 e il 5 di marzo il picco di contagi si impenna, superando i mille contagi ufficiali e, allo stesso tempo, il numero di casi registrati a Lodi. Il focolaio peggiore è quello di Alzano Lombardo, dove il Covid-19 si diffonde, soprattutto, dall’ospedale Pesenti-Fenaroli, chiuso e poi riaperto dopo poche ore domenica 23 febbraio, quando vengono certificate le prime due positività al coronavirus. Così tra il presidente Fontana e il governo si inizia a ragionare sulla chiusura dei due comuni (a cui potrebbero aggiungersi i confinanti Albino e Villa di Serio). Il 3 marzo sul tavolo di Giuseppe Conte e del ministro Roberto Speranza arriva la prima nota del Comitato tecnico-scientifico, con la proposta “di adottare le opportune misure restrittive già adottate nei comuni della ‘zona rossa’”, come scrive il Corriere della Sera. Il giorno successivo il presidente del Consiglio chiede maggiori “approfondimenti” agli esperti. Così il 5, giovedì, viene inviato un secondo documento a firma di Silvio Brusaferro dell’Istituto superiore di sanità: “I dati in possesso rendono opportuna l’adozione di un provvedimento che inserisca Alzano Lombardo e Nembro nella zona rossa”.

È TUTTO PRONTO PER LA ZONA ROSSA – Dunque, le restrizioni sembrano cosa fatta. Nella stessa settimana il telefono della polizia locale di Nembro inizia a suonare più volte. Dall’altra parte della cornetta ci sono i carabinieri: chiedono informazioni su varchi, checkpoint e strade da chiudere. Intanto la statale che si inerpica lungo la Valle Seriana viene percorsa dalle camionette dell’esercito. A Verdellino, a 30 chilometri dai due comuni già duramente colpiti dal Covid-19, è un via vai di mezzi dell’arma. I cittadini non capiscono cosa stia accadendo. Tra il comando dei carabinieri – una tenenza – e l’Hotel Palace, un grande albergo a quattro stelle che dista appena 300 metri, il venerdì si radunano decine di carabinieri. “Ho chiamato il nostro tenente – racconta il sindaco Silvano Zanoli – e mi ha spiegato che venivano da tutta la Lombardia e che li avrebbero coordinati da lì. Coordinati per cosa? Per la zona rossa, anche se non c’era nulla di ufficiale. Mi disse che stava aspettando istruzioni”. L’indomani Zanoli è costretto a spiegare ai propri cittadini, allarmati, cosa sta accadendo: “Nessuna calamità a Verdellino e Zingonia, state tranquilli. Sono 120 ragazzi dell’arma che verranno impiegati a breve per l’emergenza coronavirus”.

GLI INDUSTRIALI DI TRAVERSO – I malumori tra gli esponenti del mondo produttivo, tuttavia, sono evidenti. Dopo l’errore – per stessa ammissione del suo presidente, Stefano Scaglia – di pubblicare il 28 di febbraio il video Bergamo is running, Confindustria Bergamo ci ricasca quattro giorni dopo, quando su Instagram, a caratteri cubitali, rinnova lo slogan. Allo stesso tempo, da quanto ha potuto ricostruire IlFattoQuotidiano.it, si salda tra alcune aziende locali, il presidente di Confindustria Lombardia Marco Bonometti, e i vertici degli industriali di Roma un’asse per manifestare il proprio dissenso nei confronti dell’imminente provvedimento. Il 3 marzo, Pierino Persico della Persico spa al Tgr Lombardia: “Abbiamo paura che Stati Uniti e Germania ci tolgano l’ordine per importanti commesse. Siamo preoccupati, ci dipingono come appestati“, mentre la giornalista indica un enorme trimarano “che dev’essere consegnato entro la fine di marzo”. Sempre Persico, il 6 di marzo, a RaiNews24, sulla zona rossa: “Rischia di metterci in ginocchio. Chi non è nell’impresa non può capire cosa significa perdere il giro per i prossimi ordini”. E il già citato Bonometti, che il 29 di febbraio parlava di “danno di immagine” con “l’Italia isolata da sola” e con la zona rossa “che crea danni economici anche alle altre aziende”, il 10 di marzo pubblicherà un documento per ribadire il no alla chiusura delle industrie.

IL PROGETTO SFUMA, I CONTAGI AUMENTANO – E arriviamo, quindi, a sabato 7. La sera, lungo il confine tra Alzano Lombardo e Villa di Serio, ci sono i volontari della Protezione civile. Hanno una tenda, un pulmino e un container. Intorno alle 22, la giornalista di ValserianaNews, Gessica Costanzo, li intercetta. “Aspettiamo che vengano a chiudere” le dicono. Stasera? La risposta è “sì”. Con un’aggiunta: “Stiamo dalla parte di Villa di Serio, così non siamo in zona rossa e non restiamo bloccati”. Ma di quei volontari non ci sarà mai bisogno. Il governo, infatti, sceglie la zona arancione per la Lombardia (8 marzo) e, in un secondo momento, per tutta l’Italia (11 marzo). Da lì, il susseguirsi di accuse tra Regione Lombardia ed esecutivo su chi dovesse prendere la decisione. Perché per la zona rossa nel Lodigiano sono bastate 24 ore mentre per quella della Valle Seriana c’è stato un inconcludente balletto di cinque giorni? “Noi avevamo chiesto misure più drastiche” si difendono Gallera e Fontana, dimenticando però l’art.32 della legge n.833/1978 e l’art. 117 del d.lgs n.112/1998, che stabiliscono che “il presidente della giunta regionale è considerato autorità sanitaria regionale” e “in caso di emergenze sanitarie e di igiene pubblica […] può emanare ordinanze contingibili e urgenti“. “Le regioni non sono mai state esautorate dal potere di adottare tali ordinanze”, si difende il governo, suggerendo che la Lombardia avrebbe potuto – e avrebbe – la facoltà di chiudere i due comuni, così come fatto da diverse regioni.

Twitter: @albmarzocchi

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