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Coronavirus, il paziente zero dalla Cina senza sintomi né virus

CODOGNO - È in ospedale ma non ha niente. Zero sintomi, tampone negativo. L’uomo dal quale tutto sarebbe partito e che al momento è sospettato di due contagi si trova al Sacco di Milano e ieri ha trascorso ore a raccontare ai medici tutto quello che ha fatto e soprattutto le persone che ha incontrato da quando è rientrato dalla Cina, ormai un mese fa.

È arrivato in Italia il 21 gennaio, con un volo diretto da Shanghai della China Airlines. A quel tempo infatti, l’ordinanza del ministero alla Salute che ha interrotto tutto i collegamenti non era ancora stata adottata. Del manager di 42 anni della “Mae spa” di Fiorenzuola d’Arda (Piacenza) si è ricordata la moglie del dipendente Unilever ricoverato in rianimazione a causa del coronavirus quando scavava nella memoria alla ricerca di un un contatto a rischio: «Sì ecco, lui era stato in Cina e mio marito lo ha incontrato».

I due si sarebbero visti cinque o sei volte, anche a cena in un locale di Codogno, tra l’1 e l’8 febbraio, quando il manager aveva dei sintomi influenzali ai quali non dava peso malgrado l’epidemia fosse già esplosa. L’uomo conosce molto bene la Cina, ci trascorre anche quattro mesi di fila nella succursale della sua azienda, prima di rientrare in Italia per periodi di un mese. Ieri all’Istituto superiore di sanità hanno iniziato gli esami per capire se, malgrado il suo tampone faringeo fosse negativo, e quindi lui perfettamente sano, fosse venuto a contatto con il coronavirus nei giorni scorsi. Ci vorrà ancora un po’ di tempo per trovare nel suo sistema immunitario i segni della lotta con il micro organismo e la risposta arriverà oggi o domani.

Chiarire se il manager, originario di Castiglione d’Adda (Lodi) ha avuto il coronavirus, anche se con sintomi blandi, servirà a mettere un punto d’inizio al cluster di malattia che sta colpendo in Lombardia. Si sarebbe infatti trovato il paziente zero, che ha contagiato il trentottenne dipendente della Unilever. Ieri, a rafforzare questa ipotesi, è arrivata la notizia che anche il cognato dell’uomo, pure lui di Castiglione d’Adda, sarebbe tra i positivi al coronavirus. Tutto quindi potrebbe essere davvero partito da lui.

Intanto le persone con cui ha avuto contatti sono state rintracciate e sottoposte al tampone. I tecnici del dipartimento prevenzione sono andati anche nella sua azienda, a Fiorenzuola. Nella cittadina e in tutta la provincia di Piacenza oggi non si andrà a scuola. La chiamano precauzione, ma si potrebbe tradurre con paura. Anche le manifestazioni che prevedono la presenza di pubblico, come quelle sportive, non si disputeranno.

Dai capannoni della Mae, una settantina di dipendenti che si occupano di stampati plastici e fibra di carbonio, l’allarme e la paura si sono diffusi a macchia d’olio rasentando il panico. Il tam tam dei social ha dettato un crescendo poi smorzato dalle notizie della negatività alla malattia del manager dell’azienda piacentina. In mattinata, alcuni genitori dell’istituto comprensivo di Fiorenzuola, che comprende scuole elementari e medie, si sono precipitai a ritirare i loro figli, mentre nelle farmacie sono andate esaurite le mascherine.

L’azienda ieri era chiusa. Il titolare, Marco Rovellini, attualmente in Finlandia per lavoro, tramite la moglie, ha fatto sapere di «aver sospeso volontariamente l’attività in via del tutto precauzionale anche per consentire gli accertamenti sanitari». Non è bastato a tranquillizzare un paese in fibrillazione. L’ospedale locale ha predisposto personale con indumenti protettivi e speciali ambulanze per trasportare eventuali casi sospetti. «Non c’è alcun caso acclarato di coronavirus a Piacenza» rassicura il responsabile della sanità provinciale Luca Baldino.

Ma la città si appresta a fronteggiare un’eventuale emergenza predisponendo i locali dell’aeroporto militare di San Damiano per il ricovero dei casi che potrebbero manifestarsi. Quello più dubbio ha riguardato una dipendente della Unilever di Casalpusterlengo. I tamponi hanno però escluso che sia malata. Sotto esame la trentina di dipendenti emiliani che lavorano alla Unilever, mentre i dipendendenti della “Mae” faranno il tampone a casa di uno di loro perché l’azienda è chiusa.