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Coronavirus, le sette mosse che hanno evitato la seconda ondata di contagi in Corea del Sud

Un «super diffusore» di 29 anni in giro per una notte fra bar e discoteche di Seul e la ripresa dei contagi: l’inizio della seconda ondata? A quanto pare no. La Corea ancora una volta ha messo alla prova il suo sistema di tracciamento anti Covid-19 con successo.

Massiccia opera di tracciamento

L’allarme è scattato dopo l’aumento dei casi che, da zero nuovi positivi al giorno, sono passati in poco tempo a più di 30 positivi al giorno, soglia considerata preoccupante. È successo dopo il primo week end di maggio: una volta trovata l’origine dei casi nelle «notti brave» del ragazzo, il governo coreano è stato capace entro il 18 maggio di bloccare la crescita dei contagi (sono tornati a scendere a meno di una decina al giorno), di trovare 160 persone positive, rintracciate e testare ben 46.000 persone che avevano avuto contatti con i frequentatori dei locali e individuare circa la metà dei totali visitatori dei locali notturni di un intero quartiere, lavoro di indagine reso ancora più difficile dal fatto che alcuni di questi locali erano gay friendly.

I sette passi dell’indagine epidemiologica

Come hanno fatto? Come da “modello Corea”: un sistema funzionante (e anche criticato) che ha lavorato in questo modo.
Chiusura: quando le autorità hanno identificato la zona coinvolta nel quartiere con i locali notturni, il sindaco ha ordinato la chiusura immediata di tutti i bar e le discoteche della città.
SMS: da subito il governo ha inviato avvisi telefonici chiedendo a chiunque fosse stato nei club o nelle vicinanze tra il 30 aprile e il 5 maggio di sottoporsi al tampone (gratuito), anche se non avevano alcun sintomo.
Tracciamento: l’indagine sui contatti “stretti” ha identificato e tracciato decine di migliaia di persone (46mila): ogni singola persona che aveva visitato uno dei club in cui si trovavano le persone infette.
Registro clienti: ciò è stato possibile perché i bar e le discoteche di Seul avevano chiesto ai frequentatori di lasciare i loro nomi e le informazioni di contatto prima di entrare, come scrive un articolo di Business Insider.
Polizia: siccome in questo modo il tracciamento pareva incompleto, è subentrata la polizia, che ha lavorato con le società di telecomunicazioni per utilizzare i dati dei cellulari e confermare chi si trovava nel quartiere quel fine settimana. Chi fa le indagini si è anche servito di interviste, localizzazioni GPS, registrazioni di carte di credito e videosorveglianza.
Sito governativo: infine, quando ci sono state abbastanza informazioni, il governo sudcoreano, come di prassi, le ha pubblicate in forma “anonima” sull’apposito sito accessibile a tutti dove i coreani possono verificare se sono stati a rischio contagio. App di tracciamento: poi sono subentrate le “famigerate” app di tracciamento, che inviano alle persone avvisi di emergenza quando gli utenti raggiungono i 100 metri da un luogo visitato di recente da una persona con diagnosi di coronavirus confermata. Il sistema consiglia agli utenti anche i percorsi più sicuri da e verso il lavoro, in modo da non toccare percorsi fatti in precedenza dalle persone infette.

Criticità di un modello vincente

Quella che poteva essere la seconda ondata è stata contenuta in poche settimane e probabilmente il Paese tornerà a “casi zero” in pochi giorni. Se da un lato la strategia del tracciamento massiccio ha permesso alla Corea di fronteggiare bene l’epidemia e alcuni focolai che potenzialmente erano diffusi e pericolosi, dall’altro ha portato alla luce la potenziale criminalizzazione di singoli cittadini e l’invasione sempre più pressante della privacy: la app «Corona 100 m», il software di tracciamento usato, è anonima (QUI si spiega come funziona nel dettaglio, ndr), ma non è comunque difficile riconoscere i positivi segnalati, fanno notare i detrattori. Anche in questo caso sui social il «super diffusore» 29enne è stato subito additato e identificato con nome e cognome.

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