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Italy

Dal rosso al verde: tutti i dati su 50 anni di elezioni in Emilia Romagna

C’era una volta l’Emilia rossa. Se fosse una fiaba sarebbe l’incipit perfetto per raccontare la trasformazione della roccaforte della sinistra italiana che il prossimo 26 gennaio è chiamata alle urne per rinnovare il Consiglio Regionale e nominare il nuovo Presidente della Regione. Una sfida, quella tra Stefano Bonaccini e Lucia Borgonzoni, che ha da subito travalicato la dimensione locale e che potrebbe consegnare l’Emilia Romagna (e non solo), per la prima volta nella sua storia, alla destra. 

Si, perché anche la terra che ha visto nascere le prime leghe bracciantili e il mondo delle cooperative, che ha pagato il suo pesante tributo alla lotta al nazifascismo, che ha assistito all’egemonia quasi incontrastata del PCI prima e del centrosinistra poi, ha una data simbolica. La favola della sinistra italiana in Emilia finisce nel marzo del 2018 quando, per la prima volta nelle elezioni politiche, il centrodestra sorpassa, con il 33% delle preferenze il centrosinistra, mentre l’M5S diventa il primo partito staccando di misura il PD. La debacle del PD investe tutta Italia, ma la sconfitta, nella terra che nel 1948 vide il Fronte Popolare a oltre il 50% delle preferenze e che, dal dopoguerra in poi, ha visto il predominio incontrastato della sinistra, ha un sapore diverso. La fine di un’eccezione durata 70 anni. 

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E la certezza che qualcosa sia ormai cambiato in maniera drastica viene confermata dalle elezioni europee del 2019. La Lega salviniana, la stessa che oggi si candida alla Presidenza della Regione, diventa il primo partito della Regione con oltre il 33% delle preferenze sorpassando il PD che incassa il peggior risultato registrato in 20 anni di diverse incarnazioni di centrosinistra.  Non si può parlare propriamente di coalizioni, perché nelle europee lo schieramento a Bruxelles dei salviniani è quello sovranista, e non quello del Partito Popolare Europeo, ma fossero state elezioni regionali o politiche, il centrodestra sarebbe arrivato al 44% delle preferenze contro poco più del 39% di un centrosinistra frammentato. Un centrosinistra che incassa poco più di quanto i soli DS aveva ottenuto nelle regionali del 2000 (36.3%), sideralmente distante del record ottenuto dall’Ulivo (48%) e dalla coalizione ulivista di Vasco Errani (62%) nelle regionali del 2005 o, restando in tempi recenti, dal PD alle Europee del 2014 (52.5%). 

Certo, europee e regionali sono elezioni non sovrapponibili per tipologia, affluenza, mobilitazione popolare e attori in gioco (nel secondo caso i partiti alla sinistra del PD corrono per i gruppi della Sinistra Unitaria, il PD per i Socialisti Europei). Ma sono estremi che possono dare indicazioni preziose su come sia cambiata la composizione del centrosinistra in questi anni.  Nel 2005 l’Ulivo era riuscito ad arrivare ben al 48% dei consensi, ma la coalizione riusciva a usufruire del 12% di consensi aggiuntivi provenienti da altre forze della sinistra (Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi) e di piccole percentuali aggiuntive provenienti da Idv e Udeur. Il peso della sinistra si ridimensiona fortemente nelle regionali del 2010 con meno del 5% di consensi convogliati da Rifondazione e Sel e si estingue quasi completamente nel 2014 con appena il 3.2% apportato da Sel  (e il 3.7% del movimento “L’Altra Emilia Romagna” che però rimane fuori dalla coalizione di centrosinistra).

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L’indebolimento della sinistra più radicale, da sempre rilevante nella Regione, sembra spesso speculare anche all’arretramento del centrosinistra tout court. Quello che emerge, anche dalle europee del 2019, è una sinistra contraddistinta da un’estrema frammentazione, caratterizzata da micro-partiti incapaci di sintetizzare istanze e mobilitare larghe fasce di elettori e militanti. Il tutto mentre nell’altro schieramento, la sintesi, da più di sei anni, viene sempre più dal rinnovamento in chiave nazionalista e sovranista di un partito che in Emilia è stato per anni quasi ininfluente. Segno della crisi di identità e di certezze credute, a lungo, consolidate. Per molti analisti l’ennesimo retaggio politico della Grande Crisi che, anche in una delle regioni più ricche d’Italia, ha cambiato profondamente orientamenti consolidati, ma non immutabili. 

La data zero è 2008. Fino alle elezioni politiche di quell’anno la Lega è una componente piuttosto ininfluente della coalizione di centrodestra nella Regione. Dalle legislative del 2008 l’ascesa del Carroccio è pressoché costante. Nel 2010 raggiunge il 13.6% nel corso delle elezioni regionali. I social sono ancora innocenti strumenti “ludici”, gli smartphone strumenti da appassionati di tecnologia, il leader indiscusso del centrodestra  è ancora Silvio Berlusconi e alla segreteria del Carroccio c’è ancora Umberto Bossi, ma la Lega Nord diventa già, per la prima volta, un serbatoio indispensabile di voti per la destra in Emilia Romagna. 

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(La Lega è parte integrante, durante Regionali e le politiche, della coalizione di centrodestra. Abbiamo isolato il dato del Carroccio per mostrare meglio la sua evoluzione N.D.R.) 

Un’affermazione a cui segue un momento di crisi: nelle politiche del 2013 il partito subisce una pesante battuta d’arresto. La Lega Nord, guidata dal Segretario Maroni, paga ancora lo scandalo della vicenda Belsito che ha quasi azzerato i suoi quadri dirigenti, mentre parallelamente si afferma una nuova forza politica destinata a cambiare radicalmente il panorama politico italiano. Nelle politiche di quell’anno quasi un quarto dei consensi degli emiliani vanno al Movimento Cinquestelle, una rivoluzione politica che si fonde con la forte battuta d’arresto del Centrodestra e della Lega, ma anche con una sostanziale diminuzione dei voti del Centrosinistra. 

Le cose per il Carroccio migliorano con la nuova segreteria di Matteo Salvini e con la trasformazione della Lega da partito autonomista e federalista del Nord a partito di destra  nazionalista, basato sul sovranismo e su una politica estera caratterizzata da un forte tasso di euroscetticismo. Nelle Regionali del 2014 la nuova creatura salviniana supera l’M5S e diventa il primo partito dello schieramento di centrodestra con quasi il 20% dei consensi. Una percentuale che rimarrà stabile nelle elezioni politiche del 2018 che, come già accennato, vedono per la prima volta il centrodestra superare il centrosinistra. La “lunga marcia” leghista termina nel 2018 con l’affermazione come primo partito della Regione. Uno shock nell’Emilia delle feste dell’Unità e delle Case del Popolo, ma solo se si mantiene lo sguardo al passato. Da vicino, anche limitandosi solo ai dati, il successo leghista assomiglia al coronamento di un lavoro politico e di una traiettoria elettorale che, in varie forme, contraddistingue la Regione da almeno 10 anni. 

Quel che è certo è che il voto appare in Emilia Romagna assai variegato. Come si intuisce dalla mappa a gradiente sotto, la provincia dove la destra ha ottenuto nelle scorse elezioni regionali più voti, e la sinistra è arretrata maggiormente è quella di Piacenza. Qui il centrodestra è stato nel 2014 la prima coalizione con il 37% dei consensi, mentre la Lega Nord si era già affermata come primo partito di centrodestra con un sorprendente 21.7% In molti comuni del piacentino la coalizione di centrodestra ha superato la soglia del 50%: a Bettola, paese natale di Pierluigi Bersani ha raccolto il 61.4% dei consensi.

Un centrodestra che miete consensi anche nel ferrarese, soprattutto nei luoghi vittime del terremoto del 2012: a Bondeno ha ottenuto nel 2014 circa il 63.7% delle preferenze, a Finale Emilia (provincia di Modena) il 49% a Cento il 52%. In tutti i paesi la Lega è il primo partito con consensi molto rilevanti: a Bondeno ha ottenuto addirittura il 47% delle preferenze. Rimanendo nel ferrarese i consensi per la destra (e per la Lega) sono stati sostanziosi nelle aree del delta del Po’, a Comacchio, ma anche a Goro,comune salito alla ribalta delle cronache per la sollevazione popolare del 2017 contro l’arrivo di nuovi profughi

La sinistra delle Regionali del 2014 tiene nel ravennate, nel bolognese, nella provincia di Reggio e di Modena e comincia a “balbettare” nel parmense per poi sbiadire completamente nella provincia di Piacenza. Uno scenario che cambia drasticamente nelle elezioni europee dello scorso anno, vinte dalla Lega. Nella provincia di Ferrara il Carroccio diventa il primo partito con il 41.9% dei voti, si consolida nella provincia di Piacenza con il record del 45.3% dei consensi, prevale a Rimini con il 36% e nel parmigiano con il 38% , vince in provincia di Forlì con il 34.3% , e perfino, di misura, nella provincia di Modena con il 33% dei consensi. Per la sinistra emiliana è una sconfitta epocale, specialmente se si volge uno sguardo indietro, alla storia politica di questa terra. 

C'era una volta il PCI 

“Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia”: così cantava Gaber nel primo verso di una canzone che è anche uno struggente “de profundis” a un’intera stagione politica e culturale. Una stagione che ha visto proprio in Emilia Romagna la sua roccaforte e il suo centro propulsore. Il PCI raccoglie nella Regione l’eredità delle lotte socialiste dei braccianti, degli operai e dell’antifascismo e si pone nel dopoguerra come vero e proprio fulcro della vita economica, culturale e sociale, inaugurando e portando avanti riforme e misure di Welfare che faranno scuola anche fuori dai confini emiliani. 

In Emilia, all’indomani del dopoguerra, nel 1946, il sì al referendum a favore della Repubblica incassa oltre il 70% dei consensi, mentre nelle elezioni legislative del dopoguerra il PCI è costantemente, in molte aree della Regione, dai 10 ai 20 punti percentuali sopra alla DC. Un caso unico a livello nazionale; esperienze destinate a rimanere confinate nel laboratorio emiliano, ma che assumono quasi un valore di simbolo. Nell’Italia democristiana l'Emilia Romagna è una delle eccezioni irriducibili, rampa di lancio per una sinistra che, relegata costantemente all’opposizione sul piano nazionale, si scopre anche forza di governo a livello locale. Un’evidenza che diventa ancora più tangibile quando vengono istituite le regioni a Statuto Ordinario nel 1970, attuando il decentramento amministrativo previsto dalla Costituzione e vengono eletti i primi Consigli Regionali. 

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Il dominio del Partito Comunista Italiano si mantiene incontrastato per tutta la Prima Repubblica, staccando in tutte le tornate elettorali di oltre 20 punti la Democrazia Cristiana e surclassando l’altro partito di sinistra che segna la storia del secodo dopoguerra: il PSI. Una gara, quella per le regionali emiliano-romagnole, consumate fino al 1990 con un podio stabile tra questi tre contendenti, ma che cambia decisamente dopo il terremoto di Tangentopoli e il crollo della Prima Repubblica.

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Dopo la svolta della Bolognina, quando il PCI si trasforma prima in PDS e poi in DS, quello della sinistra diventa un quadro molto più complesso e frammentato, ma comunque solido. Il PDS arriva nelle prime elezioni regionali della Prima Repubblica (1995) al 43%, Rifondazione Comunista, neoformazione contraria alla svolta della Bolognina al 7,6%. Il centrosinistra si struttura in ampie coalizioni che assicurano ampi punti di vantaggio sul centrodestra, nonostante le varie evoluzioni della sua struttura. Il record si ha nel 2005 con il trionfo di Vasco Errani e con l’Ulivo che raggiunge ben il 48%, l’intera coalizione si attesta sul 62% delle preferenze nella Regione.  La coalizione “cala” al 52% nel 2010, mentre il PD, la nuova formazione nata dal sincretismo di DS e Margherita, si attesta al 40,6%. La coalizione tiene anche nel 2014, con il PD che tocca quota 44%. La novità è l’affermazione nel centrodestra della Lega a trazione salviniana che sfiora il 20%. Un quadro che viene “aggravato” per la sinistra dalle elezioni politiche del 2018, da quelle europee del 2019 e all'emergere di un’altra indiscutibile evidenza.  

Non ci sono solo fattori politici, o ideologici a separare l’Emilia di oggi da quella di 30 o 50 anni fa, ma anche un qualcosa di molto più tangibile legato alla partecipazione e al coinvolgimento. Basta soffermarsi sulle elezioni regionali e attenersi a due dati a distanza di 45 anni. Nel 1970 il 95.6% degli elettori si era recato alle urne per eleggere il nuovo consiglio Regionale, nel 2014 appena il 37%.

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Una discesa inarrestabile quella della partecipazione elettorale, che testimonia, meglio di qualsiasi altra evidenza, una disaffezione che si manifesta nel corso del passaggio alla Seconda Repubblica ed esplode letteralmente nelle ultime regionali del 2014 vinte dal Centrosinistra di Bonaccini. Un trend riscontrabile, in maniera assai minore, anche nelle elezioni europee vinte dalla Lega (2019) e nelle politiche che hanno visto lo storico sorpasso del Centrodestra (2018).  

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Alzare l’asticella del 37% verso l’alto è forse la vera sfida del 26 gennaio con cui le forze politiche sono portate a confrontarsi. Il voto degli astenuti potrebbe ribaltare pronostici, consolidare o invertire rotte elettorali storiche o recenti. Quel che è certo è che le vecchie bussole non sembrano aiutare troppo a orientarsi nel presente, né a dipingere un quadro elettorale che rimane, oggi più che mai, incerto.

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