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Dalla crisi  può scaturire  un cambiamento  in meglio

«Nessun uomo è un’isola», diceva John Donne. In questa breve meditazione, il poeta metteva in luce uno degli aspetti centrali dell’essere umano, animale sociale che non può e non deve esistere solo per sé stesso, ma all’interno di una comunità di individui. Esistono periodi della storia umana in cui questa verità viene meno, perché eventi catastrofici come le epidemie impongono all’uomo di non muoversi più all’interno di una comunità, ma anzi di evitare il suo prossimo perché la conseguenza del contatto con l’altro sarebbe la malattia o, in prospettiva, la morte. Questo è quanto accade anche oggi, a causa dell’epidemia di Sars-CoV-2, che da qualche mese ha imposto ai singoli e alle collettività di rivedere i propri modelli di comportamento, facendo del contatto con i propri simili un elemento da evitare non solo per autodeterminazione, ma per regola legislativamente sancita.

Sotto un certo profilo, i singoli si trovano a muoversi in una realtà sconosciuta, ignota non solo alle più giovani generazioni, ma anche a coloro che, alla fine degli anni Cinquanta, avevano dovuto confrontarsi con le conseguenze dell’influenza Asiatica. Le conseguenze della pandemia sono state epocali sotto molti profili: il carico di lavoro e di responsabilità che si è abbattuto sulle figure professionali del settore sanitario è stato tale da portare spesso a un vero e proprio squilibrio nell’organizzazione delle attività di cura; così come distruttivo è stato l’impatto di questo piccolo virus verso i pazienti e le famiglie, non sempre messe in condizione di comprendere un linguaggio che deve essere rigoroso, ma che invece è apparso spesso connotato da una mancanza di comprensibilità e di coerenza interna.

Devastanti infine sono state le conseguenze di Covid-19 sull’economia del Paese, che hanno fatto emergere in tutta la loro drammaticità problematiche fino a questo momento latenti, ma che richiederanno di rivedere radicalmente modelli che si consideravano gli unici possibili e corretti. Tra i settori che dovranno subire inevitabili cambiamenti quando finalmente il virus avrà perso la sua forza (per il naturale decorso della malattia o per la scoperta di un vaccino), vi sarà anche quello dell’insegnamento della Medicina, e più in generale delle professioni medico-sanitarie, nelle università.

La scelta di attivare in modo eccessivo insegnamenti plurimi e trasversali, volti a far sì che il medico assomigli sempre di più a uno scienziato sociale, non ha infatti portato a risultati significativi. La formazione del medico non può essere condizionata, ma al più integrata consapevolmente dall’acquisizione di discipline che non sono espressione delle scienze mediche, ma tendono a naufragare nel più vasto coacervo delle scienze in senso lato sociali. Si può dire che la pandemia abbia dunque innescato una profonda crisi, che ha investito tutti i settori della nostra esistenza. La parola «crisi», che viene quasi sempre associata a un significato negativo, deriva etimologicamente dal termine greco che significa letteralmente «distinguere, separare», indicando dunque un momento di scissione, in cui da una prima situazione non necessariamente positiva può sorgere un cambiamento potenzialmente migliore.

Sarà dunque compito nostro, come singoli inseriti in un contesto sociale, dunque «parte del tutto», far sì che da una tragedia possa sorgere una società che, attraverso la prevenzione, sappia investire sulla salute delle persone. Questo è uno dei messaggi che verranno veicolati nel corso della sesta edizione del Festival della Scienza Medica, che sarà trasmessa a partire da oggi attraverso un’innovativa piattaforma digitale (www.bolognamedicina.it) realizzata da Genus Bononiae, che consentirà al pubblico di visitare virtualmente le sale di Palazzo Pepoli, e con esse il Museo della Storia di Bologna.
Presidente Genus Bononiae Musei nella Città

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