“Se togli un polmone a una donna, non le fai lo stesso effetto che se le togli un seno. È un vulnus molto forte. Anche se funzionalmente conta meno, emotivamente conta molto di più”. Non ha esitazioni Stefano Mancini, milanese, 54 anni, 20 dei quali trascorsi da senologo a combattere con le donne il male più temuto dalle donne, il tumore al seno, attualmente responsabile dell’unità operativa chirurgia senologica dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano. Dove per altro è l’unico uomo in un’equipe interamente femminile.

E quindi si prova imbarazzo a toccare una sfera così intima essendo maschi?
All’inizio è stato abbastanza strano. Io non ho mai fatto dei corsi di comunicazione anche se per chi fa il mio lavoro potrebbe essere utile per migliorare il rapporto con le pazienti e farle stare meglio. Però sono state loro ad insegnarmi tanto… bisogna ascoltarle. Se ti metti in una posizione di ricezione cogli delle emotività diverse: alla fine del mio percorso sono entrato in sintonia, un po’ come se fossi in risonanza. Non sono una donna quindi non lo posso sentire, però lo riesco a immaginare. E questa immaginazione mi è arrivata dalle donne, frequentandole, comunicando loro le brutte notizie, o anche le belle notizie, perché nella stragrande maggioranza dei casi, il finale è un lieto fine, pur con un percorso difficile. Però la parte iniziale rimane brutta. Spesso è orribile. Quindi è particolare, sicuramente in quel punto lì la femminilità è all’apoteosi, anche per chi non te lo aspetteresti, come le donne anziane: è una mutilazione prima di tutto d’animo. Per cui bisogna assolutamente accompagnarle. Non è facile. Ma può aiutare essere un uomo: rimani in una sottile zona di confine tra la partecipazione, il coinvolgimento e l’aspetto sanitario: non scivoli sulla partecipazione, non più di quello che è necessario, altrimenti non riusciresti a fare il tuo lavoro, però non mi è più di ostacolo, c’è stato un percorso involontario che ho fatto.

Quali le tappe principali?
Sono finito a fare senologia per caso, facevo altri tipi di chirurgia e un senologo mi chiese di aiutarlo, dicendo che lui avrebbe lasciato la sua senologia di lì a qualche anno e voleva un erede. A me sembrava che non mi interessasse, tecnicamente mi appassionava poco, però l’ho aiutato: ero giovane, era una cosa da provare. E ha incominciato a piacermi, mi è piaciuto il rapporto con le pazienti, è speciale. E il fatto che sia speciale nasce non dal fatto che sia un tumore, ma dal tipo di tumore: il rapporto che instauri con le pazienti è particolare. C’è stato qualche rarissimo caso di rifiuto, sono diventato il nemico perché gliel’avevo comunicato. Nei primi anni mi succedeva più spesso, non riuscivo a entrare in empatia, mi pesava tantissimo, tornavo a casa ed ero distrutto, di solito davo il numero di un collega. Mi distruggeva questa cosa, perché non ero stato capace.

In fondo sei quello che amputa il seno alle pazienti, una specie di demiurgo delle amazzoni…
Un dio maligno… anche se in realtà spesso in parte e quasi sempre i seni si ricostruiscono. La prima tappa è stata la sorpresa: ero molto affascinato dall’atto chirurgico in sé e la senologia mi ha portato su aspetti non scientifici per cui ho deciso di seguirla. L’aspetto tecnico magari è secondario ad altre chirurgie, ma quello umano no. È veramente coinvolgente, sempre con i limiti di cui sopra che devi avere se no non riesci ad essere obiettivo. Quello che vive un uomo che si avvicina alla senologia, è che c’è qualcosa di particolare … le donne vivono per gli altri, tu dici che le devi operare di tumore e loro hanno prima da pensare al figlio, al marito, sono il centro gravitazionale di un mondo complesso e quindi la loro preoccupazione è verso questo centro. Tutti quelli che dipendono da me cosa fanno? Questo per tutto, ma quando sono malate al seno c’è una debolezza, una richiesta di aiuto, in fondo, che ti manifestano e se tu le ascolti le aiuterai a viverla meglio, le aiuti oltre il tuo atto terapeutico, chirurgico. C’è un qualcosa che va al di là, è difficile spiegarlo. Il rapporto con la paziente è molto intenso anche se non la vedi tanto, ma devi aver imparato, devi averle ascoltate.

Poi com’è andata?
La seconda parte del mio percorso è stata invece una strada di consolidamento, ti rendi conto che devi dare una struttura. Il primo aspetto però ha continuato a crescere, non mi ha abbandonato, anche perché io ho man mano aumentato la sintonia. Me l’ha confermato una patologa che aveva assistito a una delle mie visite perché mi aveva portato una sua amica ed è tornata con un’altra amica dopo tre o quattro anni: “Sei cambiato”, mi ha detto. Ma la visita era esattamente la stessa. Ma per lei no: “Sei cambiato molto, hai fatto la stessa visita, ma non è la stessa visita, adesso parli in un altro modo. L’altra volta eri stato tecnicamente perfetto, adesso c’è qualcosa in più che prima non davi”. Io non lo sapevo.

Perché senologia e oncologia?
Senologia è una dizione generica che comprende tutto quello che riguarda la patologia del seno. Il grosso è la patologia tumorale maligna. Ed è quello che oggettivamente significa grandissimi sforzi anche a livello scientifico, di risorse che vengono messe a disposizione perché rimane il grande nemico tumorale del mondo femminile e il più frequente nelle non fumatrici.

Sbaglio o attualmente il cancro al seno colpisce donne più giovani di una volta?
Sicuramente c’è una percezione diversa, è vero che c’è stato un affinamento delle tecniche diagnostiche e una maggiore attenzione delle donne alle propria salute, lo stesso mondo che le circonda le induce a prendersi cura di sé o le prende in carico con i programmi regionali o nazionali. Quindi c’è più diagnosi e l’impressione è che ci siano più casi. Non so se sia realtà o semplicemente il fatto che ne vengano diagnosticati di più di prima, perché tutto è migliorato e quindi questo fa si che sempre più tumori vengano disagnosticati prima e anche l’età media della diagnosi si è abbassata. Gli strumenti della diagnosi, quelli di imaging, sono cambiati nel corso degli anni, gli ecografi sono sempre migliori, i mammografi con l’aumento della tomosintesi, l’utilizzo della risonanza. I programmi sono migliorati, c’è più attenzione. E quindi questo sicuramente non è un percepito, è un dato di fatto. Sicuramente è il tumore con l’incidenza più alta nelle donne che non fumano, si parla dell’11% delle donne di razza caucasica …

Casi particolari che ti ricordi?
Recentemente una mamma che aveva il figlio con dei problemi di salute importanti che ha differito una diagnosi evidente nascondendola, arrivando al limite dell’inoperabilità. Quando finalmente ha sistemato il figlio l’abbiamo operata e ci siamo riusciti per un pelo. Lei si è scusata.

Il tumore al seno è più curabile o siamo noi donne che ci siamo abituate?
È curabile, la percezione è corretta. A volte però capita di non riuscire, è capitato anche che pazienti donne non riuscivano a parlare con una senologa donna e che le colleghe mi chiamassero per intervenire. Perché si rompeva il cerchio e si poteva ripartire da capo. Con quella linea di confine che dice “questo non può capire, non ce l’ha il seno, ma un po’ mi capisce”. E lì tu dai ma ricevi, un mondo di emozioni, rabbia, conforto, gratitudine reciproca. È un mondo umanamente ricco.

Cosa è più tabù? La chemio o la mutilazione?
La chemio fa più paura, la mutilazione oggi con le ricostruzioni che facciamo fa meno paura. L’atto chirurgico è breve. La chemio è un fantasma, c’è non c’è, non sai quanto dura. Però devo dirti che terminato il percorso trovi spesso donne molto forti.

Che sono passate attraverso un percorso desessualizzante: mastectomia, perdita di capelli, niente mestruazioni…
Di solito chiedo aiuto al mondo che circonda le pazienti. Se mi rendo conto che il marito o chi per lui non è in grado lo tengo fuori. Ma se mi rendo conto che ho una buona sponda lo coinvolgo fin da subito. Se la paziente si rende conto di essere accettata da chi la circonda, metà delle paure vanno via, spariscono subito. L’altro giorno a una signora ho detto: “Signora le faremo un seno più piccolino”. E lei: “non c’è problema ho già parlato con mio marito”. Raramente ci sono mariti che devi tener fuori, che devi consolare perché rendono un dramma quello che è un problema o permanente quello che è temporaneo.

Cosa ci porterà il futuro?
La tecnologia sta mettendo a punto dei sistemi di ricostruzione sempre più avanzati quindi l’aspetto che l’atto chirurgico diventi sempre più importante e sempre meno invasivo. L’altro progresso lo faranno le donne. Ai miei tempi le donne chirurghe erano poco. Io oggi lavoro con un’equipe di chirurghi dove sono l’unico maschio e loro porteranno qualcosa come sempre. Questa sarà l’altra grande innovazione, magari un nuovo modo di gestire la problematica senologica. Magari diventerà una quota azzurra essere un chirurgo senologo.

Falsi miti del cancro al seno?
Se lo ha avuto mia madre ce l’avrò anche io e mi accompagnerà per sempre.