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Italy

Federica Mogherini e l’arte di cadere sempre in piedi

Francesco Bonazzi

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Anche il Pd ha la sua piccola fuga di cervelli. Riuscita male quella di Sandro Gozi, ex sottosegretario agli Affari europei negli esecutivi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, che a fine ottobre ha dovuto dimettersi da consigliere politico del premier francese Edouard Philippe perché aveva mantenuto una consulenza anche con il governo di Malta. Riuscita invece benissimo quella di Federica Mogherini, otto mesi appena da ministro degli Esteri dell’ex Rottamatore fiorentino, cinque anni come Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza dell’Unione europea (più familiarmente Lady Pesc) e dai primi di dicembre all’Onu, come co-presidente del gruppo sugli sfollati istituito dal segretario generale António Guterres.

Davvero non male per una specie di Forrest Gump della politica estera, imposta a Bruxelles dall’ex premier fiorentino nonostante la poca esperienza, ma subito assai lucida nel capire che quella forzatura le avrebbe sbarrato la porta del ritorno nel Pd e che avrebbe dovuto giocare tutte le sue carte per diventare non un ambasciatore dell’Italia e dei suoi interessi nelle istituzioni internazionali, ma per smarcarsi dal proprio passaporto e farsi cooptare dalle alte burocrazie degli organismi internazionali. E per ottenere questo risultato, da ministro della Commissione Juncker, ha viaggiato tantissimo negli Stati Uniti e ha appoggiato qualsiasi iniziativa del Palazzo di Vetro.

Notevole, per una che era partita dalla sezione romana del Pd di Ponte Milvio, la stessa che ai tempi del Pci era frequentata da Enrico Berlinguer, e dal giro «sgobbone» ma un po’ autoreferenziale di Walter Veltroni, suo primo mentore. Fra il 30 novembre e il 5 dicembre scorso, la Mogherini, 46 anni, è rimasta senza poltrona. Giusto il tempo di fare le valigie da palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue, al nuovo prestigioso incarico all’Onu per occuparsi di 41milioni di sfollati, picco storico raggiunto nell’ultimo anno. Ma è ovvio che un atterraggio simile dopo il quinquennio a Bruxelles non si prepara in cinque giorni.

Dopo anni di posizioni pubbliche a favore dell’Onu e dei suoi inviati nelle aree di crisi, già in primavera i diplomatici europei di stanza a New York davano per certo un suo arruolamento al termine del mandato europeo. Da tempo, del resto, quando tornava a Roma, lei diceva agli amici che non sarebbe tornata nella politica italiana e neppure si è espressa, nelle ultime settimane, sulla scissione di Italia viva dal Pd. Lei che pure nel Pd aveva fatto tutta la carriera interna fino a responsabile esteri, lanciata da Veltroni, confermata e appoggiata da Piero Fassino, Pierluigi Bersani e poi non solo risparmiata, ma addirittura nominata ministro da Renzi. Affidabile, certo, ma nello slalom tra correnti e faide interne del Pd, forse la batte solo Dario Franceschini, l’uomo-liana.

A marzo, probabilmente, la nuova poltrona era già decisa e in occasione del convegno newyorchese Women in power fece anche una dichiarazione decisamente impegnativa su ruolo e utilità dell’Onu. «Per noi europei, supportare le Nazioni Unite è il miglior investimento», disse con sincero trasporto nel suo consueto, impeccabile, tailleurino. Ritenuto da molti osservatori un organismo quasi inutile, non si sa se l’Onu sia davvero il «miglior investimento» per l’Europa, ma di sicuro lo è stato per l’ex Lady Pesc.

Il 5 dicembre è dunque arrivata la nomina, insieme all’ex presidente dell’African Development Bank, Donald Kaberuka, alla guida del gruppo di lavoro alle dirette dipendenze del segretario generale Guterres. Per Mogherini si tratta di un primo passo importante con il quale entra nel «sistema Onu», al pari per esempio di un big come Romano Prodi, spesso utilizzato per incarichi e missioni speciali in varie regioni di crisi. E il Natale della Mogherini, figlia della buona borghesia romana (il padre lavorava nel cinema e la zia Isa Mogherini è stata una grande sceneggiatrice), liceo ai Parioli e laurea in scienze politiche, è stato allietato anche da un prestigioso premio tedesco, il «Theodor Wanner», ricevuto a Berlino dal ministro degli esteri Heiko Maas lo scorso 18 dicembre.

Il riconoscimento tedesco suggella un quinquennio a Bruxelles non scialbo e neppure con gravi passi falsi come molti temevano, vista la totale inesperienza che aveva nel 2014, quando Renzi fece fuoco e fiamme per imporla come Lady Pesc, ma che alla fine non ha cambiato nulla di quello che il Rottamatore voleva cambiare. Mister (o lady) Pesc è già di per sé una strana creatura perché risponde per metà alla Commissione Ue e per metà al Consiglio d’Europa e storicamente non combina molto, deve sgomitare tanto, perché Paesi come Francia e Germania sono abituati a imporre la propria politica estera. Se poi si aggiunge che Mogherini aveva preso il posto di Margaret Ashton, un’algida e poco comunicativa baronessa che si concentrò sul negoziato con l’Iran e tenne volutamente bassissimo il profilo della politica estera Ue, allora ben si capisce come per invertire la rotta ci sarebbe voluto un peso massimo. E invece, la Mogherini, di peso non è. «Fine e non impegna», si direbbe se fosse un vestito. Come racconta chi ha lavorato nella scorsa Commissione, ha immediatamente seguito due direttrici che ne dimostrano l’astuzia: non solo ha capito che da Renzi aveva ottenuto il massino possibile e immaginabile, ma ha deciso di sganciarsi completamente dall’Italia e di investire sulle alte burocrazie degli organismi internazionali e sul rapporto con il Palazzo di Vetro. In più è andata regolarmente in Parlamento e in tutte le sedi istituzionali, sempre preparata e sempre con la sua brava cartellina, a rispondere e spiegare tutti i passi intrapresi, dall’Ucraina alla Siria, a differenza della Ashton, che mandava sempre qualche suo sottopancia e viveva già una personale Brexit mentale.

E tuttavia il premio tedesco di fine mandato riassume il bilancio di cinque anni in cui Francia, Germania e Regno Unito hanno continuato a farsi gli affari propri e la politica estera europea ha annaspato, sempre in posizione residuale e con dichiarazioni da anime belle, tra importanza della «pace nel mondo» e «valore dell’accoglienza». Mogherini ha puntato molto sul disgelo con l’Iran, che le ha manifestato il proprio pubblico apprezzamento in varie occasioni, ma è stata sfortunata, perché l’avvento dell’Era Trump ha stroncato sul nascere quello che era un oggettivo successo europeo nel tentare almeno di avere rapporti decenti con l’Islam sciita. A quel punto, negli ultimi due anni, Lady Ponte Milvio ha varcato l’Atlantico, ha preso a viaggiare negli Stati Uniti e a New York con ogni scusa, costruendo la propria second life diplomatica, parlando sempre più di accoglienza, rifugiati, sfollati e immigrati. Ovviamente in senso inclusivo. E il tutto mentre l’Italia, specie con Matteo Salvini, provava a condurre in Europa una battaglia per contenere e limitare al massimo le politiche migratorie, anche facendo passare un semplice concetto che nei discorsi della Mogherini non ha mai trovato spazio, ovvero che occorre distinguere tra migranti economici e veri perseguitati politici. E la Mogherini, cervello Pd in fuga, chissà se si considera più un migrante economico o un politico in cerca di nuova identità.

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