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Freelance: c’è speranza per una pensione dignitosa?

A ben guardare la parola pensione è forse una di quelle più ripetute negli ultimi anni. Complici due riforme, quella tanto criticata – non sempre a ragione – che porta il nome dell’ex ministro Elsa Fornero e quella contenuta nella legge di bilancio del governo Conte, gli italiani continuano a vedere cambiare il modo con cui si calcola la loro pensione.

Il sistema contributivo introdotto dalla riforma Fornero ha fatto sì che l’ammontare della pensione sia determinato dai contributi versati.

Per i lavoratori dipendenti questo calcolo permette in genere una pensione dignitosa. Ma per coloro che nella loro vita sono stati prevalentemente freelance quali sono le prospettive?

Il numero dei lavoratori autonomi continua a crescere in Italia. Secondo le stime dell’ISTAT nel 2018 erano più di cinque milioni le partite iva personali. Il lavoro, e con esso il reddito, è sempre meno stabile. Quale cifra si potrà attendere quindi un ragazzo di oggi che per anni magari incassa 500 euro lordi al mese? Non è fantascienza, né catastrofismo. Di questi stipendi da fame ne è piena l’Italia e non solo in riferimento a professioni poco qualificate. Lo sanno bene, ad esempio, architetti e avvocati, che per anni, a inizio carriera, guadagnano cifre ridicole.

Cosa possono fare questi giovani freelance per sperare di arrivare alla pensione con una cifra dignitosa? Lo abbiamo chiesto a Carolina Casolo, che da anni con il suo blog Giovaniconlapiva, tra i vari servizi, informa i più giovani sulle novità del mondo della partita Iva.

Un pensiero non così frequente
La prima osservazione riguarda la frequenza con cui i giovani pensano alla pensione. Non tutti lo fanno, banalmente per un motivo: se non hanno un lavoro, le priorità sono ben altre. «La maggior parte purtroppo, data la situazione occupazionale precaria, si focalizza soprattutto sui ricavi e la possibilità di lavorare». Chi lo fa, secondo Casolo, ha in qualche modo assorbito la “cultura genitoriale dipendente”. «Una cultura che, giustamente, ha dei baluardi chiari come il trattamento di fine rapporto e la pensione. Una cultura che oggi spinge molto anche sul riscatto degli anni di laurea ai fini pensionistici».

Non tutte le casse previdenziali sono uguali
In relazione alla pensione ci sono dei distinguo da fare nel bacino dei freelance. I più penalizzati di tutti da un punto di vista contributivo sono coloro che versano i contributi previdenziali alla gestione separata dell’INPS. «È in assoluto la cassa previdenziale più cara. Facendo una media tra le casse previdenziali private e la gestione separata ci passano circa 11 punti di percentuale di differenza».

Questo potrebbe essere positivo se si considera che con l’attuale sistema più si versa, maggiore sarà la pensione. Tuttavia per andare in pensione occorre maturare gli anni pensionistici necessari e a questo proposito la gestione separata è un po’ ostica. «I giovani in partita Iva, specie i liberi professionisti, iscritti alla gestione previdenziale separata INPS, che prevede il versamento dell’aliquota contributiva solo in proporzione al reddito, sono i più penalizzati dal punto di vista pensionistico. Infatti, se si produce un reddito ridotto, si versa tanto in valore assoluto (l’aliquota è del 25.72%) e si è quasi certi di non maturare sufficiente contribuzione per raggiungere un anno pensionistico». Cosa significa? Che per vedersi riconosciuto un anno per il calcolo della pensione – un anno contributivo, per intenderci – occorre fatturare almeno 21mila euro in un anno.

L’unica (apparentemente) buona notizia è che la gestione separata dell’INPS non prevede un contributo minimo, cioè una somma da versare indipendentemente dal fatturato. Cosa che accade invece nelle cosiddette casse previdenziali private. Ma questo onere che i giovani professionisti delle casse private hanno, dà loro la possibilità di maturare più facilmente gli anni utili al pensionamento. «Le casse private richiedono tutte un contributo fisso minimale e poi un versamento variabile collegato al reddito prodotto. Ovviamente si tratta di una cifra abbordabile se rapportata a un’annualità. Prevede inoltre la possibilità di riduzione se sussistono specifici parametri come il fatto di essere all’inizio dell’attività. Il versamento minimale annuale assicura il raggiungimento di un anno di contribuzione inanellando quindi anche un anno di pensione».

Quali alternative?
Non bisogna perdersi d’animo se si ha la partita Iva. Con l’ultima riforma, se si rispettano i requisiti, non si può scendere sotto la soglia minima, che attualmente è di 780 euro. Ma chi non volesse lasciare il futuro della propria pensione in balia delle varie riforme, può pensare a strumenti alternativi.

Alcuni, suggeriti da Carolina Casolo, li trovate nella gallery.

Nell’immagine una scena del film Il crimine non va in pensione.

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