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Gimbe: “Governo ha abdicato per evitare scontro con Regioni. Manca strategia nazionale per Fase 2”

Dal 18 maggio la Fase 2 dell'emergenza coronavirus è entrata nel pieno. Il governo ha deciso di affrontarla delegandone la gestione alle autorità territoriali. Da lunedì spetta infatti alle Regioni monitorare l'evoluzione dell'epidemia sul territorio, tenere sotto controllo la capacità degli ospedali e sulla base di questi due elementi modellare le misure contenitive, preoccupandosi di allentare o irrigidire i provvedimenti indicati dalle linee guida del governo. Dal prossimo 3 giugno, tuttavia, torneranno ad essere permessi anche gli spostamenti interregionali: non è chiaro allora come a livello nazionale si possano calcolare i rischi che la riapertura comporta, avendo abdicato in favore delle Regioni quegli strumenti che consentono di tenere sotto controllo il quadro epidemiologico. La fondazione Gimbe, un think tank che si occupa di ricerca in ambito sanitario, sottolinea l'assenza di una strategia sanitaria nazionale messa in campo per gestire la Fase 2. Il sistema di monitoraggio, affidato alle autonomie dei singoli, non potrà che risultare incompleto: in una situazione di questo tipo i rischi diventano incalcolabili e le decisioni che ne dovrebbero conseguire risultano per forza di cose imparziali. Gimbe punta quindi il dito contro le istituzioni centrali, che hanno affidato il contenimento del contagio in ultima istanza alle responsabilità dei singoli, nella speranza che si rispetti il distanziamento sociale e si indossi la mascherina.

Il problema Stato-Regioni

La fondazione ribadisce come il ministero della Salute abbia assunto il ruolo dello spettatore passivo nella Fase 2 dell'emergenza, ascoltando semplicemente quanto comunicato dalle Regioni sulla fotografia epidemiologica nel territorio e sulle eventuali disposizioni comunicate dai governatori. Secondo il presidente della fondazione, Nino Cartabellotta, sia la gestione dell'epidemia che della riapertura hanno "accentuato il cortocircuito di competenze tra Governo e Regioni in tema di tutela della salute, oltre che la competizione tra Regioni su tempi e regole per la riapertura". Il dottor Cartabellotta ha poi aggiunto: "Questo decentramento decisionale dimostra che, sulla tutela della salute, dalla leale collaborazione Stato-Regioni siamo passati ad una ritirata del Governo al fine di prevenire conflitti con le Regioni". Il governo centrale, seppur consapevole delle mancanze di un sistema di monitoraggio frammentato, avrebbero comunque preferito delegare le competenze in questione alle Regioni per non entrare in conflitto con i governatori. Una decisione che, sottolinea la fondazione Gimbe, rivela incongruenze costituzionali e allo stesso tempo evidenzia come sia impossibile calcolare i rischi con questo approccio.

Costituzione e monitoraggio

Per quanto riguarda i principi costituzionali, Gimbe evidenzia come la Costituzione italiana affidi allo Stato la legislazione esclusiva in materia di profilassi internazionale (come una pandemia) e allo stesso tempo gli riconosca l'esercizio del potere sostitutivo a garanzia dell'interesse nazionale in caso di gravi pericoli per l'incolumità pubblica. Ma il governo in questo caso ha deciso di non esercitare questi poteri che pur gli vengono conferiti dal testo costituzionale, preferendo trasferirli alle autorità territoriali. Ma il contesto è incerto e una totale autonomia sul monitoraggio dell'epidemia e sulle conseguenti decisioni potrebbe rivelarsi un errore.

In primo luogo perché nei primi report di monitoraggio della Fase 2 le Regioni non hanno fornito le informazioni richieste rispetto a tutti i 21 indicatori segnalati dal ministero della Salute e necessari per calcolare il livello di rischio nel territorio. Del resto, non è la prima volta che la fondazione segnala delle incongruenze rispetto ai dati comunicati al governo centrale dalle Regioni, che hanno distorto i numeri per interessi economici. Inoltre, l'impatto dell'allentamento del lockdown iniziato lo scorso 4 maggio si può valutare solamente dopo 14 giorni: in altre parole, dal 18 maggio quando la riapertura totale è già stata avviata. Le conseguenze di quest'ultima, d'altro canto, non saranno valutabili almeno fino al 1° giugno. Dal 3 giugno, tuttavia, la fondazione ricorda che saranno riaperte le frontiere e sarà dato il via libera agli spostamenti tra Regioni. Diventerà quindi ancora più difficile seguire il corso dell'epidemia.

La strategia per la Fase 2

Gimbe denuncia la mancanza di una strategia nazionale per la Fase 2, sacrificata in nome di "variabili orientamenti regionali". In questo senso, sottolinea la fondazione, va ricordato che nelle Regioni è ancora diversissimo il numero di tamponi diagnostici effettuato: si va dai 17 della Puglia ai 166 della Valle D’Aosta. In assenza di uno standard nazionale, di cui la fondazione ha già denunciato la mancanza, differenze di questo tipo sul territorio andranno a condizionare il modo in cui le autorità locali terranno sotto controllo l'epidemia. Inoltre, le indagini siero-epidemiologiche su scala nazionale sarebbero partite in ritardo, per cui non sarebbero ancora a disposizione i risultati di questi test. Un altro elemento che pregiudica la gestione territoriale dei casi positivi.

Tutte queste disuguaglianze regionali evidenziano come a questo punto sia pressoché impossibile calcolare il rischio che il Paese corre: "È evidente che le decisioni sulle riaperture hanno anteposto gli interessi economici del Paese alla tutela della salute. Tuttavia la dichiarazione del Premier Conte secondo cui si tratta di un rischio calcolato è smentita dall’impossibilità stessa di calcolarlo, perché la gestione e il monitoraggio dell’epidemia sono affidati a 21 diversi sistemi sanitari che decideranno in totale autonomia ampliamenti e restrizioni delle misure in base ad una situazione epidemiologica autocertificata. La storia insegna che non è sano quando controllore e controllato coincidono", conclude Cartabellotta.

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