Italy

[Il caso] Dimenticato, mai applicato o insufficiente? La strana storia del Piano contro le pandemie che poteva limitare i danni del virus

Delle due l’una: o non sapevano di averlo oppure lo hanno applicato ma troppo in ritardo e non ha potuto sortire gli effetti previsti. Delle due non si sa quale sia l’ipotesi peggiore. Una cosa è certa: se a gennaio governo e regioni avessero applicato alla lettera il "Piano nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale” in vigore dal 2016 - e da allora probabilmente rimasto in un cassetto - i numeri della pandemia da coronavirus oggi sarebbero diversi. E il paese potrebbe aver già superato la fase del lockdown che ormai va avanti dall’8 marzo ed è programmata almeno fino al 13 aprile. Quaranta giorni in attesa che il premier Conte comunichi al Paese - tra il venerdì e il sabato santo, a meno che non voglia far coincidere con la Pasqua di Resurrezione qualche buona notizia laica - il nuovo lockdown di altre due settimane.

L’interrogazione parlamentare

La questione del Piano antipandemico disatteso, dimenticato o insufficiente è oggetto di una interrogazione parlamentare del senatore Gregorio De Falco, l’ufficiale comandante di Capitaneria di porto diventato senatore in quota 5 Stelle ma in fretta, dopo pochi mesi, espulso e poi approdato al gruppo Misto per divergenze di vedute con il Movimento.

“Non è stato attuato il vigente Piano Antipandemia, né alla notizia del contagio, per prepararsi a difendere il nostro Paese a cominciare dalle scorte di materiali (DPI per il personale sanitario e ventilatori polmonari) e con l’adozione di specifiche istruzioni operative, né successivamente all'insorgere dei primi focolai, e nemmeno quando il Governo ha dichiarato l’emergenza nazionale. Infatti, per vedere un primo significativo ordine di dispositivi si è dovuto attender sino al 5 marzo, ossia solo dopo la nomina del commissario Arcuri” si legge nell’interrogazione depositata a palazzo Madama il primo aprile. Che interroga il governo su tre semplici domande. La prima: “Per sapere se il Governo fosse a conoscenza dell'esistenza del piano pandemico ricordato”. La seconda: “Se il piano avesse, ed abbia, vigenza o se sia stato mai abrogato, e in tal caso quando e con quale atto”. La terza: “Perché, pur nell'ipotesi che il piano fosse stato abrogato e non sostituito, non si sia comunque tenuto conto delle prescrizioni ricordate, e delle altre presenti nel documento, e che, implementate in tempo, e non in piena emergenza, avrebbero potuto quantomeno contenere gli effetti devastanti del virus”.

Non è tempo di polemiche

Sappiamo che non è tempo di polemiche e che comunque è importante fare tesoro di questa esperienza per non ripetere più i tanti, troppi errori. Sappiamo anche che l’Italia ha, tutto sommato, intrapreso per prima in Europa e nel mondo la cura necessaria per fronteggiare la pandemia. Ma il male comune in questo caso non è mezzo gaudio per nessuno.  Possiamo anche dire che la reazione seppure tardiva di governo e Regioni, titolari in materia di Salute pubblica, almeno a partire dal 21 febbraio, il giorno del Paziente 1 a Codogno, è riuscita ad arginare l’epidemia. Ci sono state purtroppo alcune eccezioni, tra queste sicuramente la Lombardia. E’ interessante però vedere cosa c’è nel Piano per rendersi conto che la pandemia avrebbe potuto avere uno sviluppo diverso se anche solo a gennaio, quando il virus cinese era già su tutti i giornali, e a maggior ragione dal 30 gennaio quando è stata dichiarata l’emergenza sanitaria nazionale, fossero state seguite e messe in atto determinate procedure. Quelle, per l’appunto, indicate nel Piano.

76 pagine di istruzioni per l’uso

Fonti dal ministero confermano che “il Piano è stato redatto nel 2016 aggiornando un precedente Piano del 2003” quando i focolai da influenza aviaria sono diventati endemici nei volatili in estremo oriente, il virus ha causato infezioni gravi anche negli uomini ed è diventato più concreto e e persistente il rischio di una pandemia influenzale. Poi c’è stato Ebola, la Sars e le epidemie sono uscite dalle trame dei film e diventate pane quotidiano per virologi ed epidemiologi. Dossier con cui la politica ha dovuto fare i conti.  Già nelle prime pagine del Piano sono indicati “obiettivi” e “azioni chiave”.  Si spiega che “il Ministero della salute si fa carico di individuare e concordare una serie di azioni”.  Con le Regioni “le attività sanitarie sia di tipo preventivo che assistenziale da garantire su tutto il territorio nazionale”.  Con i ministeri coinvolti (Mef, Interno e Difesa) “le attività extrasanitarie e di supporto, finalizzate sia a proteggere la collettività che a mitigare l’impatto sull’economia nazionale e sul funzionamento sociale”. Con il Ministero degli Affari Esteri e con gli Organismi Internazionali, devono essere concordati “gli aspetti di cooperazione internazionale e assistenza umanitaria”. Dunque, come si vede, un’azione corale di cui tutti sono protagonisti e consapevoli.

Obiettivi

Il Piano ha sei obiettivi.
1) Identificare, confermare e descrivere rapidamente casi di influenza causati da nuovi sottotipi virali, in modo da riconoscere tempestivamente l’inizio della pandemia.
2) Minimizzare il rischio di trasmissione e limitare la morbosità e la mortalità dovute alla pandemia.
3) Ridurre l’impatto della pandemia sui servizi sanitari e sociali ed assicurare il mantenimento dei servizi essenziali.
4) Assicurare un’adeguata formazione al personale sanitario coinvolto in prima linea.
5) Garantire informazioni aggiornate per operatori sanitari, media e pubblico.
6) Monitorare l’efficienza degli interventi intrapresi. Si tratta di obiettivi ragionevoli, quasi ovvii, ma che nelle fasi di emergenza è bene avere davanti messi in fila. Aiuta.

Le “azioni chiave”

Più interessante la lista delle sette “azioni chiave” per raggiungere quegli obiettivi. Il vero e proprio Piano antipandemico.  Al primo posto c’è “il  miglioramento della sorveglianza epidemiologica e virologica”, quelle rete di uffici coordinati dall’Istituto Superiore della sanità che a livello territoriale dovrebbero registrare eventuali casi che possono diventare epidemie. La medicina territoriale però non ha risposto. Non ha fornito dati. Era stata allertata in via ufficiale? Se sì, perchè quegli uffici-sentinelle sul territorio non hanno segnalato per tempo un aumento di polmoniti anomale? Al secondo posto è indicata “l’attuazione di misure di prevenzione e controllo dell’infezione”, ad esempio misure di sanità pubblica, profilassi con antivirali, vaccinazioni. La terza no, ma le prime due misure sono state previste? Non risulta. Al terzo posto c’è “garantire il trattamento e l’assistenza dei casi”. Importante il quarto punto: “Mettere a punto piani di emergenza per mantenere la funzionalità dei servizi sanitari e di altri servizi essenziali”.  Su questo fronte siamo andati in crisi dopo pochi giorni. Totalmente impreparati, dalla mascherine ai posti letto in terapia intensiva, dall’ossigeno alle protezioni per medici e infermieri. Per non parlare dei pronto soccorsi e poi degli ospedali diventati veri e propri luogo di contagio anziché di cura e dove sono state necessarie due settimane per iniziare a dividere e mettere in sicurezza i persorsi Covid da No-Covid.  Stiamo recuperando ora un filo di normalità. A seguire, nelle lista delle azioni chiave, si trovano l’obbligo di “piani di formazione” e di “adeguate strategie di comunicazione”. Su questo punto le tv di ogni ordine e grado trasmettono a getto continuo spot istituzionali di spiegazioni e raccomandazioni. “Distanti ma vicini”, “Stai a casa” sono solo i claim più gettonati. La settima e ultima azione chiave prevede di “monitorare l’attuazione delle azioni pianificate, le capacità/risorse esistenti per la risposta, le risorse aggiuntive necessarie, l’efficacia degli interventi intrapresi; il monitoraggio deve avvenire in maniera continuativa e trasversale, integrando ed analizzando i dati provenienti dai diversi sistemi informativi”.

La tempistica

Il monitoraggio è probabilmente accaduto negli ultimi 50 giorni di emergenza sanitaria. Ma prima: ai primi di gennaio quando le notizie dalla Cina erano già tante e coincidenti; e dal 30 gennaio, quando il premier e il ministro della salute dichiarano la stato di emergenza, fino al 21 febbraio quando abbiamo conosciuto il nostro paziente Uno senza mai aver rintracciato il Paziente Zero; in questi 50 giorni cosa è realmente successo? Il sospetto, supportato dai fatti, direbbe nulla o quasi per almeno cinquanta giorni. Non è mai stata smentita la notizia che anzi, a metà febbraio il ministro Di Maio abbia inviato dpi tra cui anche mascherine in Cina per la loro emergenza. Ma l’Italia anche era in emergenza, da un paio di settimane.

Lo scudo penale per gli amministratori

Esaminate le 76 pagine del Piano, tutte redatte in base a linee guida predisposte dall’Oms, restano sul tavolo una serie di considerazioni e domande. Il senatore De Falco le mette in fila. Il risultato, a suo dire, è che nei cinquanta giorni di allerta conclamata tra gennaio e febbraio “non erano più disponibili sul mercato né le protezioni individuali nè  i ventilatori polmonari, “costosissimi e introvabili”. Il Piano, si legge nell’interrogazione, “non è stato usato nemmeno come modello di comportamento, sebbene evidenziasse la necessità, non solo umana, ma anche strumentale di proteggere i nostri soldati medici ed infermieri, per proteggere la popolazione”.

A tutto questo si è aggiunta anche la beffa dello scudo penale per gli amministratori delle Asl, “chi cioè ha mandato al fronte medici e infermieri con le scarpe di cartone”. Alcun emendamenti di maggioranza ed opposizione al primo decreto Cura Italia (oggi in votazione al Senato con la fiducia)  hanno cercato di creare un ombrello giudiziario  per medici e infermieri per metterli al riparo delle comprensibili rivalse da parte di quei familiari che hanno perso parenti e congiunti senza neanche poterli salutare o fare un funerale. E anche per i gestori e gli amministratori delle strutture sanitarie, coloro che dovevano azionare il Piano anti-pandemico  “che mai hanno verificato lo stato di salute del personale medico ed infermieristico, rendendo gli ospedali i principali focolai di trasmissione del contagio”. Il senatore De Falco non ha dubbi: “Aver disatteso il piano pandemico ed oggi chiedere l’esenzione per non aver messo a disposizione DPI, ventilatori meccanici, ecc., è, un unico disegno – che potremmo anche definire criminoso – sul quale non si può e non si deve tacere, già adesso nel pieno di una crisi che non ha solo cause naturali, il virus, ma anche omissioni gravissime che non possono essere coperte”. Quegli emendamenti dovrebbero essere caduti e trasformati in ordini del giorno. Intanto sarà interessante ascoltare cosa avranno da dire ministri e governatori regionali sul giallo del Piano: dimenticato, mai applicato o insufficiente?

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