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Italy

L’India riapre il Kashmir ai turisti ma è tutto chiuso (per protesta)

A due mesi dall’evacuazione forzata di 20 mila turisti, arriva Il contrordine: si può tornare in Kashmir ad ammirare la valle tra la catena del Pir Panjal e l’Himalaya, incastonata tra montagne mozzafiato lambite da laghi e torrenti; si può tornare a Srinagar, la capitale estiva della regione, a fare escursioni sul lago Dal con le sue case galleggianti, a bordo delle «shikiras». Peccato che la maggior parte delle tradizionali gondole locali siano ormeggiate deserte, con quasi nessuno disponibile a condurle.

Disobbedienza civile

Le autorità riaprono i confini per i turisti ma la regione si presenta ancora «chiusa», documenta il rapporto #KashmirCivilDisobedience presentato oggi a Delhi: saracinesche abbassate, trasporti fermi, scuole e uffici deserti. Uno scenario surreale anche per i viaggiatori più estremi. «La regione è ancora sotto assedio, cellulari e Internet non funzionano, i militari sono ovunque» racconta al Corriere la giornalista Revati Laul, autrice del rapporto insieme all’accademica Brinelle Dsouza, all’attivista Shabnam Hashmi e alla psichiatra Anirudh Kala, con il supporto di attivisti locali. Se le autorità parlano di ritorno alla normalità e annunciano per esempio l’entrata in funzione dei cellulari con abbonamento (più controllabili), c’è un altro blocco in corso che procede malgrado abbiano tentato di scioglierlo, anche con intimidazioni e violenze, come raccontano alcuni dei 350 abitanti del Kashmir interpellati nel rapporto. È la «resistenza silenziosa» messa in atto qui da due mesi dalla gente — uomini, donne, ragazzi — contro il governo indiano che in una notte d’agosto ne ha brutalmente revocato l’autonomia per decreto.

Le testimonianze

Allo stop delle comunicazioni, al bavaglio imposto da Delhi, all’arresto di centinaia di leader politici, attivisti e semplici cittadini, la gente di questa regione himalayana ha reagito in massa con una singolare «sospensione volontaria della vita quotidiana». Una forma di disobbedienza civile scandagliata per la prima volta in questo rapporto. Le testimonianze raccolte offrono uno spaccato dello choc collettivo di un popolo che si sente umiliato, tradito, terrorizzato e arrabbiato ma che non vuole arrendersi. «La gente da 60 giorni non permette che si torni alla ‘normalità’. Tutto è chiuso perché non sembri tutto normale». Un altro ha spiegato così quello che sta succedendo: «È uno sciopero che dura due mesi, dove ognuno di noi sta perdendo soldi volontariamente. Il governo dell’India non ha risposto alle grida, agli slogan: ora per la prima volta deve rispondere a questo silenzio». E ancora: «La gente del Kashmir ha preso pietre, pistole, è morta in strada, si è fatta arrestare, per farsi ascoltare, invano, così non ha ottenuto nulla. Ora i governanti devono rispondere a questo silenzio».

La risposta

Una risposta è arrivata ieri mattina: con un annuncio a tutta pagina su 10 quotidiani locali il governo per la prima volta ha riconosciuto l’esistenza di questa forma di disobbedienza civile: finora infatti l’assenza di disordini e violenze nella regione era stata spacciata per accettazione del nuovo status quo. «Negozi chiusi, niente trasporti pubblici? Chi ne beneficia? Vogliamo soccombere ai combattenti? — recita il testo scritto in nero, rosso e blu — Siamo a un bivio: vogliamo non riprendere gli affari, non guadagnarci da vivere, non assicurare un’educazione ai nostri figli, non far sviluppare il nostro Kashmir?». Un invito a non cedere alla «ingannevole propaganda degli indipendentisti» che «mandano i propri figli a studiare all’estero». Dal rapporto emerge però che questa mobilitazione silenziosa non è nata per iniziativa di un leader o di un gruppo (i più attivi del resto sono stati tutti imprigionati), ma dalla gente che individualmente ha deciso di tenere negozi e attività chiuse. Quanto potrà durare ancora questa paralisi? A far fare un passo indietro al governo di Delhi non è bastato finora il pressing di Xi Jinping, che oggi continua la sua visita in India dal premier Narendra Modi: il leader cinese nei giorni scorsi aveva ricevuto il premier pachistano Imran Khan, assicurandogli il proprio appoggio sul Kashmir.

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