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Italy

L'ira del governatore assediato Ma chi salverà la povera Sicilia?


Cronache di un governatore assediato. Prima il duello all'ultimo urlo (“la sua etica! La sua etica! La sua etica!”) all'Ars, dopo l'impallinamento della riforma sui rifiuti con il voto segreto, pochi giorni fa.In quel frangente, Nello Musumeci si è esibito nella scena madre dell'indignazione. La mimica imperiosa. Le parole come arieti contro i portoni del nemico. L'ira incandescente scagliata sull'assemblea. E perfino il tentativo di fare la regia della seduta: “Riprendiamoli, levati di davanti, fai riprendere...”.

Poi, l'editto proposto e affidato a una nota: “Il governo regionale non andrà più in Aula fino a quando non sarà abrogato il voto segreto. Ho già chiesto ai rappresentanti del centrodestra nella Commissione regolamento all’Ars di richiedere la formale convocazione dell’organo per procedere di conseguenza. Ho già anticipato la volontà del governo al presidente del Parlamento Miccichè".

Sono manifestazioni ardite e assalti vocianti che qualcuno potrebbe scambiare per la forza di chi prende di petto le questioni spinose. Eppure - al netto delle ragioni e dei torti che non appartengono interamente all'uno o all'altro – svelano un mosaico di fragilità.

La verità è un calice amaro: Nello Musumeci somiglia a un comandante, appunto, sotto assedio, alla guida di una giunta che non riesce a incidere perché, di fatto, senza maggioranza, sovrastato da un'Ars che non vuole decidere. A quelle grida è affidato il compito di rovesciare il tavolo della polemica, additando alle folle i presunti colpevoli, quando, invece, è notorio che la maggiore responsabilità è sempre del nocchiero al timone.

Ed è proprio il tentativo di buttarla in caciara a offrire la sentenza definitiva, già anticipata: questo presidente è - occorre ripeterlo - politicamente in gran difficoltà e adirato, specialmente con i suoi. Infatti, l'ha pure detto a Sala d'Ercole: “E parlo dei deputati della coalizione e dei deputati dell'opposizione...”. Un'ammissione onesta, in linea con la dirittura morale dell'uomo, ma pure un'affermazione sconfortante.

Una simile e amarissima verità, il racconto di una presidenza accerchiata, che non ha saputo tessere un ragionamento condiviso, non un compromesso al ribasso, ma un'idea convincente – ed è una colpa grave che la politica, con la sua capacità di mediare, smussare e consolidare intese, sia mancata in tanta labilità – non può piacere a nessuno, perché siamo ben oltre le licenze delle rispettive tifoserie.

La Sicilia avrebbe bisogno di una robusta alleanza al suo capezzale per salvare il salvabile, ovviamente con la disponibilità del potere regnante a cambiare, a concedere, a confrontarsi davvero, evitando - ma vale per chiunque - di costruire barricate sprezzanti. Le notizie del disastro non sono più smentibili e soffocano ogni narrazione ottimistica. Tra giovani che se ne vanno e l'impoverimento che rade al suolo ogni speranza, non si capisce quale futuro si possa programmare per i disperati residenti di un'Isola alla deriva.

Le soluzioni? Poche e ormai tardive, visto il clima di reciproca ostilità. Forse sarebbe opportuno convocare, previa consultazione con i partiti, i più ammirati tecnici e specialisti – come nelle favole si chiamavano i medici del regno sapienti per soccorrere il re in pericolo – e affidargli il compito dell'azione.

Un governo di tutti e per tutti, con una base parlamentare allargata, sostenuto dal senso del dovere, dalla consapevolezza che non c'è più tempo. Ci vorrebbe un atto di coraggio insieme a un atto di umiltà, eventualità di cui è lecito dubitare. Per cui è verosimile che saremo gli spettatori di altre scene madri dell'indignazione, scoppiettanti e inutili. Ma chi salverà la povera Sicilia?

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