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L’ossessione per le hit da ballare dei Rolling Stones della salsa cubana

«Perché il mondo lo sappia, il motivo del nostro sapore cubano:
Nel 1400 arrivò Colombo e ha scoperto questa bellissima isola
Dove abitava la razza indiana, quella che con il tempo ha sterminato
Aggressori
La razza africana è arrivata e l’hanno mischiata con la spagnola
È nata la razza mulatta creola, la cubana, sì
Era un mix diverso con tanto sapore
Accompagnato dalla rumba e dal guaguancó
Proprietaria della clave e della magia del tre più due
Cosa ci ha reso così speciali? Grazie a Dio
Siamo il mix perfetto, la combinazione più pura
Cubano, la più grande creazione
(Siamo cubani, spagnoli e africani) Sicuramente sì
Benedetto sei tu signore per averci dato tanto pepe
Tanto sapore e tanto cuore
(Siamo cubani, spagnoli e africani) cubano io sono
Ovunque andiamo mettiamo la cosa buona
Siamo caldi e ci divertiamo, che gioia!»

(Somos Cubanos, Los Van Van 2016)

Questo cd è stato il mio biglietto d’ingresso nel mondo dei Los Van Van e, se non proprio un’iniziazione, sicuramente una masterclass nel mondo della musica afro-cubana. Esce nel 1988 su etichetta Mango, la branca statunitense della Island in tema di musica tropicale (come se Island, da ’Island In The Sun’ di Henry Belafonte, non fosse già tropicaleggiante abbastanza…), ed è un rifacimento inciso a Parigi di una serie di brani degli anni 80 che i Van Van avevano già pubblicato in madrepatria: un tentativo di dar loro una statura più internazionale, considerando che l’embargo aveva fatto sì che la musica cubana per un lunghissimo periodo avesse molte difficoltà a esser conosciuta all’estero. E nei 30 anni successivi saranno i top dell’export musicale isolano, almeno fino a Buena Vista Social Club, che è un’operazione retrò completamente diversa. 

La loro storia in qualche modo corre parallela all’evoluzione della musica cubana, dal son alla timba. «Van, van!» è un modo gergale che si usa fra i raccoglitori di canna da zucchero nei campi per incitarsi al lavoro. Vai, vai!, in italiano. Go, go! in inglese: songo, oltre ad essere lo stile che li definisce, combinazione della base della musica cubana, il son, e del loro nome, definirà per diverse decadi anche la musica delle band cubane del periodo che va dagli anni 70 al nuovo millennio (prima che timba diventasse l’etichetta principe). 

Sarà per 50 anni il gruppo di maggior successo a Cuba. Guardateli qui, nel nuovo millennio, loro coi capelli grigi in mezzo ai nuovi ancora giovani, ed è tutto ancora come prima, guardate le facce di quelli in platea, le cinturas delle sandungueras e delle mamà che ancheggiano. Tutti felici, chi da sola, chi in coppia, chi con le amiche, chi coi figli.

In una lunga intervista a Descarga Cubana nel ’97, quasi 30 anni di successi già alle spalle, alla domanda sul segreto di un successo così duraturo Formell dà una risposta semplice, senza la quale però non si capisce il senso della musica di Cuba: «Il segreto è quello del bailador: si è sempre lavorato perché la gente balli, questo il concetto principale, indipendentemente dalla qualità della musica, che fosse buona anche da ascoltare, o della qualità dei testi. Quando si rispetta il bailador, automaticamente si può diventare un fenomeno che dura anche tanto tempo, di generazione in generazione. Poi c’è anche che si raccontano storie ambientate nel nostro contesto sociale, della nostra vita quotidiana a Cuba, che a volte sono comuni anche con altre realtà del mondo, e dove la gente si può riconoscere. Ma al pubblico cubano piace ballare, è fondamentalmente bailador, e questo credo sia la spiegazione principale del nostro successo».

Quando nel 1959 la rivoluzione porta Castro al potere, succede che la musica cubana, fino ad allora una enorme influenza nel jazz, nei musical e anche nel pop americano, passa da un momento di enorme popolarità alla chiusura quasi completa delle frontiere. Il nuovo regime non vede di buon occhio la musica, che identifica con il regime precedente del Generale Fulgencio Batista, periodo durante il quale Cuba era considerato il night-club degli Stati Uniti, e ai musicisti non è più consentito di uscire e rientrare a piacimento.

Alcuni, come Celia Cruz, espatriano negli USA e creano quel filone che fra Puerto Rico e New York, con l’aggiunta dell’influenza colombiana, crea il fenomeno-salsa. Negli anni 60, mentre il mondo occidentale è in una fase pazzesca di evoluzione -il rock, il pop, la black music, il funk- come del resto Cuba lo era stata nella decade precedente sulla spinta innovativa del grande Arsenio Rodriguez, i musicisti rimasti nell’isola si trovano costretti a maturare nuove sintesi. Partendo sempre dal son, che è la base di tutta la musica cubana, guardano all’estero, ascoltano le radio americane, e inseriscono nuovi elementi su quello che rimane della tradizione.

Juan Climaco Formell (il nome di mezzo viene da San Giovanni Climaco, monaco cristiano del 6° secolo) è uno dei principali autori di questa evoluzione e nelle decadi si rivelerà come la figura più rilevante della nuova musica cubana. Figlio di Francisco, flautista e pianista, esordisce a 16 anni nella Banda Musicale della Polizia Rivoluzionaria, a 26 con ancora l’aspetto di un ragazzino entra nella prestigiosa Orquesta Revè, il gruppo del grande percussionista e bandleader Elio Revè, il più grande serbatoio e incubatore di talenti della musica cubana. Ne assume la direzione musicale, e introduce una serie di cambiamenti significativi.

La Revè in origine è un’orchestra charanga, che si rifà a una delle musiche tradizionali cubane dell’inizio del secolo, quando i fuggitivi dalla rivoluzione haitiana sbarcano a Cuba portando con sé la contradanse francese, che si evolve in una forma di ballo che si chiama danzòn, con ottoni e timpani. Quando queste danze all’aperto vengono trasportate all’interno, i fiati cedono il passo a flauti e ai violini, e le pailas criollas, chiamate poi timbales, sostituiscono i timpani. Questa charanga francesa è quella che che dà origine alla charanga moderna, e Formell la altera in diverse maniere. Mantiene flauto e violini, che saranno centrali anche nei Van Van, ma introduce strumenti elettrici e soprattutto armonie vocali pop tipicamente americane.

Nel lustro che Formell rimane all’interno della formazione entrambi ne beneficiano: lui, in origine musicista di cabaret, di jazz, impara i segreti di un’orchestra di musica popolare ballabile, tipica cubana; ma anche l’Orchestra ne esce arricchita, inaugurano un genere definito Changui ’68, una sferzata di modernità. 

L’anno dopo, con un’operazione di ammutinamento quasi totale (la stessa sorte l’Orchestra Revè l’aveva già subita dieci anni prima, i transfughi a formare la Orquesta Ritmo Oriental, e poi con Chucho Valdès, che esce per formare gli Irakere), Formell se ne va e forma Los Van Van. È convinto che può catturare l’immaginazione della nuova generazione cubana partendo da arrangiamenti come quelli del suo gruppo precedente ma aggiungendo in misura ancora maggiore elementi di rock, funk, pop. Del resto è un dichiarato fan di Beatles, Stones ed Elvis Presley.

Si aggiungono anche nuovi strumenti: basso e piano elettrico, batteria (che fino a quel momento nelle Orqueste non esisteva), suonata da Changuito in modo nuovo, introduzione della cassa che cambia il timbro percussivo. La nuova formula ha un successo quasi immediato, un lustro dopo Los Van Van son diventati i padroni delle classifiche dell’isola: la loro sequenza di primi EP ed album, nominati con poca fantasia ma metodica precisione Van Van dall’I al VI, sono pieni di successi e, ovviamente, sono tutti hit da pista da ballo.  

La formazione contiene almeno tre musicisti-perno di competenza musicale assoluta: c’è lui, bassista melodico formidabile, il pianista Pupy Pedroso, swing e fantasia da jazzista prestato al songo, e il batterista/percussionista Josè Luis ’Changuito’ Quintana, che prende residenza nel gruppo ufficialmente dopo poco, e rimarrà per decenni il percussionista di riferimento di tutta la scena cubana. Ma anche gli altri, a cominciare da Orlando Canto al flauto, sono tutti maestri nel loro.

Per gli appassionati in materia di percussioni, nella sezione ’From Arsenio to Songo’ del sito timba.com, dedicato alla nascita della timba, vengono spiegate in dettaglio (ma è materia da studioso della ritmicità) le variazioni di battuta e ritmi che determinano questa evoluzione.

Aggiungi gli altri elementi della formazione –congas e guiro (quel cilindro che viene grattato con una bacchetta, irrinunciabile), chitarra elettrica e flauto, violoncello e quattro violini- e hai una formazione completa, spettacolare, compatta. Molto più aperta delle altre Orchestre verso sentieri percussivi afro-cubani e armonie rock molto complesse, innovative. Poi Los Van Van introducono negli anni 80 i suoni digitali dell’epoca: sintetizzatori e batterie elettroniche, ma nessun genere è escluso, del funk alla disco alla nascente cultura hip hop. Quando Formell aggiunge alla band anche il suono dei tromboni, potenti, ritmici, e due cantanti come Mario Valdèz e lo showman Pedro Calvo, sorrisone e baffo che conquista, vero centro dell’attenzione dal vivo, il suono e l’impatto live è completo.

Al di là della competenza e della unione la cosa straordinaria dei Van Van è la capacità compositiva, di Formell e Pedroso in primis, una vera macchina da hit senza fine. In “Songo” non c’è nessuno degli hit degli anni 70, solo alcuni di quelli degli 80 e neanche tutti, e non se ne sente la mancanza. Ce ne sono almeno quattro che se entrano in testa ne escono solo quando decidono loro. Alla rivista Juventud Rebelde dice: «A volte scrivo testi critici, altri  sono racconti con un tema. Ovviamente uso un linguaggio semplice in modo che il bailador possa divertirsi. Mi piace stare per strada, perché lì compaiono le frasi più ingegnose, e da una frase nasce la storia. Non mi sono mai dissociato dalla vita del popolo, perché mi piace vivere con la gente, fare la fila, ascoltare le conversazioni. La coda per il pane è l’ideale per questo: lì si sente tutto. Il cubano ha una virtù, quella di riassumere una cosa molto importante in una sola frase, è fondamentale perché è ciò che la gente ripete e su cui balla. E da una frase a volte costruisco una storia. Poi arriva qualcosa che è decisivo per me: il montuno. Penso che la qualità del ritornello sia ciò che decide il destino di un numero di ballo». 

Il perfetto esempio di tutto questo è il brano che apre le danze su “Songo”, ’La Titimania’, frecciatina per i funzionari e impiegati statali che invece di andare in ufficio si caricano una bella pischella e se ne vanno al mare:

«Con la sua macchina un giorno è partito
Verso il lavoro che contava così tanto per lui
Ma quel giorno è stato fatale
Era destinato a incontrare una che lo avrebbe fatto smarrire, pover’uomo
Lei stava facendo l’autostop (e lui si è fermato)
Mi potresti dare un passaggio? (gli ha detto)
Vado al lavoro e i mezzi non vogliono fermarsi.
Al chè montò sù
Figurati che storia, era una ragazza di vent’anni
Sai che voglio dire, no?
Guarda, la macchina ha cambiato strada e non so quale fu la magia
Ma stamattina me ne sono andato in spiaggia
E non avevo mai perso un giorno di lavoro.
Lui tiene la titimania
Meglio portare tua zia così che non ti fermerai
È quel guaio Titi che circola dovunque
Attento Atelmo, Caruca dice che è contagiosa.
Non so cosa mi è successo ma mi sa che me la son presa…»

Guardi queste esibizioni live de Los Van Van e capisci, oltre alla pura gioia che rimbalza dal palco alla platea e ritorno, la circolarità alla base del tutto. Un riff che parte, e viaggia – come James Brown e tutto il funk afro-americano – all’infinito, un passaggio di assolo di timbales o di basso pompato qui, una sezione di tromboni là, improvvisazione vocale a giocare con la folla, una ragazza del pubblico invitata a ballare, un po’ di doppi sensi e ammiccamenti. I musicisti che ondeggiano a ritmo, come nelle Soul Revue di r’n’b, sorridenti e gaudenti. È’ semplice, ma è un vortice che se ti tira dentro mica ne esci, stai col sorrisone e la testa che dondola, e se poco poco hai due piedi vogliosi puoi stare in pista, o sotto il palco, per ore. 

Prendi ’Que Paolo Es Ese’, ’che bastone è questo’, doppiosenso se ce n’è uno: «Que palo es ese, bayombero, que palo!!»’, e non c’è altro, un riff e una frase ripetuta all’infinito con qualche piccola variazione, eppure…

Oppure quella che per me è la loro canzone-simbolo del periodo, il classico evergreen ancora 25 anni dopo, ’Sandunguera (Por Encima del Nivel)’, quella che quando parte tutti in piedi: per sanduguera si intende una ragazza bella, sexy, che balla come una tentatrice, seduttiva, i cui passi rompon el pavimiento:

«Sandunguera
Se te va por encima la cintura
No te muevas más así
Que te vas por encima del nivel»

(Sandunguera
Se vai fin sopra la vita
Non muoverti più così
Fermati che vai sopra il livello)

Che ci mandi fuori controllo, insomma. Un’ode al ballo, alla vitalità della danza, a quel ’mover la cintura’ celebrato in tutta la musica latino-americana:

«Que si la sigues te deja casi muerto
Que facilidad
Mírala, mírala, mírala»

(Che se la segui ti farà quasi morire
Che naturalezza,
Guardala, guardala!)

Qui c’è un guajeo, la tipica melodia ostinata cubana (quella che nella timba si chiamerà tumbao), costruita sull’arpeggio del pianoforte, che setta il ritmo per il brano, ne diventa la spina dorsale. Si affianca il riff di basso e fiati, le percussioni che ci montano sopra e accompagnano, il flauto che vola via e i piedi che non si fermano, Pupy che c’infila un assolo portentoso prima che il trombone di Hugo Morejon ne faccia un altro svisando come avesse una chitarra e intanto, sotto, la macchina di conga e guiro e timbales che non si ferma mai, Calvo che punta quelle delle prime file mentre si muove, un meneito pa’qui, un meneito pa’lla con il classico 2-step destra-e-sinistra della salsa. 

Un altro grande hit è ’Muevete’, cugina stretta dell’’All Night Long’ di Lionel Ritchie, che il grande salsero Rubèn Blades poi riprenderà, riscrivendo il testo per farne una canzone contro il razzismo. Di nuovo un riff semplice e dannatamente efficace, orecchiabile, sul quale costruire strati su strati di strumenti e canto. Guardate questa versione, 2009 al Teatro Karl Marx nell’Avana dal dvd ’Acqui El Que Baila Gana’ per celebrare il 40° anniversario, il vecchio Formell al basso e il giovane Formell, Samuel, che spinge come un matto e rulla fra timbales e batteria, Pedrito Calvo tornato con loro per l’occasione dopo 15 anni coi suoi baffoni ed eterno cappello a larga falda che comanda le danze e il chitarrista Elmer Ferrer che spara un assolo che potrebbe stare in una band di heavy metal. Siamo ormai in territorio di timba.

“Songo” cattura quindi Los Van Van in un momento di grande innovazione, ma bisogna allargare la focale e rendere onore al loro status di superband e apripista: i cosiddetti Rolling Stones della salsa non si sono fermati lì. La loro evoluzione musicale è però rimasta all’interno dell’isola, procedendo parallelamente a quella della salsa, senza confondersi. Sempre nell’intervista a descargacubana.com, Formell cerca di distinguere fra il songo/timba e la salsa, che a un orecchio inesperto possono sembrare molto simili, se non la stessa cosa: «La salsa esplose negli anni ’60 negli Usa dopo che Cuba era stata messa sotto embargo dai nordamericani. La comunità latina di New York sentiva la necessità di fare musica e cominciò con riferimento alla Sonora Matancera, Celia Cruz, Arsenio Rodriguez e così via, quella che era la nostra musica degli anni ’50. A poco a poco a questo fenomeno si sono integrati i portoricani, i colombiani, dominicani, panamensi (come Rubèn Blades), venezuelani (come Oscar D’Leon), ognuno apportando qualcosa e creando un fenomeno che a qualcuno può anche non sembrare musica cubana. Ma per me almeno l’80-90% di quella musica era cubana».

«Tutti gli elementi caratteristici della musica cubana degli anni ’50 si trovavano nella salsa. Certo, quello è un movimento che si è creato fuori da Cuba, soprattutto a NY negli anni ’60 con Tito Puente, Johnny Pacheco, Larry Harlow e l’etichetta Fania. Il punto è che a Cuba da allora c’è stata una certa evoluzione della musica, Los Van Van ne sono un esempio. Io credo che tutti i paesi si evolvano culturalmente, ma credo che lì si siano fermati a un’epoca passata, e che cosa succede? Che passando il tempo si esauriscono le risorse, e a un certo punto hanno cominciato a riguardare a quello che stava succedendo a Cuba, e si sono accorti che da noi era già tutto cambiato da quella salsa che si suonava negli anni ’70, hanno scoperto Los Van Van, Irakere, Adalberto Alvarez, Charanga Habanera, NG la Banda e tutte quelle esperienze musicali che hanno apportato cose nuove alla musica tradizionale».

E aggiunge: «La nostra musica mi pare più ballabile di quella di New York. Quando portiamo la nostra musica in giro ci accorgiamo che al confronto l’altra salsa risulta floja, un po’ più debole per il bailador. Non è un mistero che la musica che si sta scoprendo come fenomeno nuovo e imponendo nel mondo è quella cubana».

I gruppi che Formell menziona e quella che lui considera «più ballabile» sono quelli che danno origine alla timba, che in estrema sintesi è la salsa di Cuba. Più hard edged, dura e grintosa, molto più complessa e tosta ritmicamente perché attinge in profondità ai ritmi afro-cubani mischiandoli con la durezza del rock, le pulsioni aggressive del funk, pur mantenendo gli arrangiamenti complessi e le armonie vocali del songo. 

Los Van Van sono allo stesso tempo l’origine e l’inizio della timba: sentite i brani degli anni 90, come ’Acqui El Que Baila Gana’ o ’Eso Te Pone La Cabeza Mala’, e troverete i primi grandi hit di timba, già un passo più avanti di “Songo”. Ora che Juan Formell è scomparso, nel 2014, e Los Van Van non hanno più nessuno della prima formazione (i più in vista nel tempo han fatto i loro spin-off, come i Van Van stesso sono nati, cosa che a Cuba è assai frequente), la saga continua. 

Samuel Formell, super batterista (guardatelo! sentitelo!) ne è la continuità, come avviene spesso nelle orchestre latino-americane: «Io penso che sia stato molto importante che papà abbia sempre seguito con attenzione il pubblico, che abbia sempre cercato un’evoluzione. Mai rimanere indietro, per dare sempre nuove cose musicali alle nuove generazioni, ed è anche questo il motivo per cui Los Van Van esistono a un certo livello da tanti anni nella preferenza del pubblico cuban» 

Più di 50 anni dopo, Los Van Van rimangono un’istituzione nazionale. Vanno, vanno, ancora adesso, forse per sempre.